Si parla di calcio 7 giorni su 7, molto spesso a vanvera, specie da chi letteralmente ci vive. Giocatori, allenatori, dirigenti e giornalisti sportivi spesso testimoniano colle loro parole di avere problemi coi vari regolamenti calcistici. In questa puntata saranno illustrate le “sempre verdi”, ovvero quelle valide per tutte le stagioni, tante sono le volte che si sentono ripetere.
Il fallo di reazione prevede l’espulsione: con impressionante regolarità accadono episodi dove un giocatore reagisce ad un precedente fallo subito finendo per essere espulso. Immancabilmente si sente dire, specie per plateali spinte: “È vero, il gesto non era proprio violento ma il regolamento parla chiaro: il fallo di reazione è punito coll’espulsione!”. Ma a leggere bene il regolamento si scopre che il fallo di reazione… non esiste affatto. Anzi, ad usare la funzione “ricerca” si nota inoltre che la stessa parola “reazione” non compare in nessuna delle 192 pagine da cui è composto. Le uniche fattispecie per cui è prevista
l’espulsione sono le sette elencate a fine regola 12: commettere un fallo grave di gioco, essere colpevole di condotta violenta, sputare contro avversari o altre persone, impedire una chiara occasione da rete agli avversari commettendo fallo di mano o tale da subire una punizione diretta, minacciare ed offendere, ricevere una doppia ammonizione nella stessa gara. In realtà quando si reagisce si commette, nella maggioranza dei casi, condotta violenta, ovvero tale da voler arrecare un danno fisico a chi la subisce. Questo comporta, quindi, che quando la reazione non è violenta (vedi la spinta di cui sopra) non deve scattare l’espulsione perché il rosso punisce, come detto, la violenza e non la reazione.
Per (ri)dare importanza alla Coppa Italia basterebbe che la FIGC facesse partecipare la vincitrice alla Champions League: immancabilmente quando in mezzo la settimana il calcio non è internazionale o di campionato, si assiste al triste spettacolo della Coppa Italia. Squadre imbottite di giocatori di cui a fatica si ricorda che fanno parte della rosa e spalti desolatamente vuoti: ecco cos’è la nostra coppa nazionale. Altrettanto immancabilmente arriva il genio che ha scovato la soluzione: se solo la FIGC iscrivesse la vincitrice della Coppa Italia alla Champions League, al posto della quarta classificata, il torneo acquisterebbe importanza. Qualcuno arriva anche a proporre uno spareggio a fine stagione fra vincitrice della Coppa Italia e quarta classificata: chi vince fa la Champions, chi perde la Coppa UEFA (o meglio Europa League). Peccato che chi avanza tali proposte non abbia mai letto il regolamento della Champions, dove è previsto non che l’Italia, quale terzo paese nella classifica UEFA, abbia diritto di iscrivere 4 squadre, bensì che debba iscrivere le prime quattro del campionato. Detto in altre parole: l’UEFA non si limita a prevedere solo quante squadre si possano iscrivere, ma anche quali (o meglio, quale titolo sportivo devono conseguire). Situazione ben diversa
da quella, per esempio, della Libertadores dove, in effetti, la CONMEBOL si limita solo a prevedere, federazione per federazione (niente ranking in Sud America), il numero di squadre partecipanti, lasciando poi ampia libertà sulla scelta effettiva, e quindi dove tale proposta potrebbe essere applicata.

