March Madness, la follia di marzo è servita

25 marzo 2009

Ogni anno, con l’arrivo del mese di marzo, gli Stati Uniti sono puntualmente travolti da un fenomeno di euforia collettiva. Un rito a scadenza regolare, un appuntamento immancabile, che riesce a trascinare buona parte della nazione (e molti anche all’estero).Non si tratta della celebrazione dell’inizio della stagione primaverile, ma dell’arrivo della famigerata “March Madness“, letteralmente “follia di marzo”, un virus che contagia decine di milioni di persone in occasione dell’avvio della fase finale del campionato di basket universitario NCAA.  

LE REGOLE DEL GIOCO - NCAA, che si può pronunciare “N-C-A-A”, ma anche “N-C-double A” o “N-C-two A”, sta per National Collegiate Athletic Association, è un’associazione volontaria formatasi nel 1910 sulle ceneri della IAAUS (Intercollegiate Athletic Association of the United States) per volere del presidente Theodore Roosevelt, al fine di meglio tutelare le centinaia (poi divenute migliaia) di atleti non professionisti e affrontare il problema dei crescenti infortuni (spesso causa di morte) sui campi di gioco — dopo che lo stesso Ted Roosevelt, figlio del presidente, si ruppe l’osso del collo in una partita di football. L’associazione oggi comprende circa 1281 istituti appartenenti alla realtà universitaria americana e, suddivisa tra conference e divisioni, è la più grande organizzazione di atleti collegiali al mondo, fiore all’occhiello del sistema sportivo e – fatte salve alcune anomalie da correggere – scolastico a stelle e strisce, comprendente discipline di ogni tipo, dalle più note quali pallacanestro, football e baseball, ad attività meno conosciute al di fuori dei confini americani (ma che comunque vantano una discreta popolarità in patria) quali il lacrosse. Di queste, nessuna attira l’attenzione del pubblico quanto il basket nel corso della “March Madness”. 

DILETTANTI ALLO SBARAGLIO – La follia marzolina è la dimostrazione che gli americani, o meglio la stragrande maggioranza di essi, preferiscono lo sport collegiale a quello professionistico. La serie dei motivi è lunga. Innanzitutto, perché sono numerosissimi coloro che hanno frequentato – a prescindere dal talento atletico – il college, il quale riveste una parte fondamentale nella formazione scolastica e professionale del cittadino statunitense, ma anche in quella culturale. L’aggregazione sociale – spesso degenerante al limite del demenziale, come raccontato più volte da letteratura e, soprattutto, cinematografia – gioca una funzione da non sottovalutare nell’esperienza di ogni americano. Al fianco di essa, il senso di appartenenza, che si manifesta anche una volta terminata l’esperienza universitaria, ad anni e decenni di distanza dal conseguimento del diploma, con associazioni di ex alunni ancora partecipi alla vita dell’ateneo, protagonisti con attività che vanno ben aldilà del semplice ritrovo annuale o della cena in memoria dei vecchi tempi. Molti considerano poco appassionante, quasi deprimente, fare il tifo per una squadra appartenente a un campionato professionistico, o meglio una franchigia, un logo che rappresenta un’attività commerciale (la quale, in caso di cattivi affari, non esita a emigrare in migliori lidi, come da sempre avviene nella storia dello sport Usa, con esempi quali i Brooklyn Dodgers trasferitisi a Los Angeles, o più recentemente i Los Angeles Rams diventati Saint Louis Rams), in cui militano giocatori viziati, spesso strapagati, per nulla interessati alle sorti della formazione, ma solo cultori dell’immagine personale. Non c’è alcun trasporto emotivo, non è percepita alcuna appartenenza alla squadra, al contrario di quanto avviene nei confronti dei team collegiali, squadre che rappresentano la scuola frequentata personalmente, o da parenti e amici stretti, o della quale si è addirittura indossata l’uniforme per qualche anno, in cui ci si può riconoscere, in cui militano ragazzi non retribuiti, molti dei quali non hanno una carriera sportiva nel proprio destino, che giocano solo per vincere o, nei casi più rari, al massimo mettersi in mostra affinché qualche talent scout NBA si accorga di loro.

GENERAZIONE DI FENOMENI – Un vero e proprio fenomeno sportivo, ma al tempo stesso un fenomeno sociale e culturale. Lo ha scritto anche l’editorialista Timothy Egan sul New York Times, in un articolo nel quale conia il termine “Hoopsteria” (traducibile più o meno in “isteria del basket”) e dove le finali NCAA di pallacanestro sono definite “il miglior diversivo nazionale” al quale l’intera nazione si rivolge, un po’ come l’hurling per gli Irlandesi, il calcio per gli Italiani o “il sacrificio rituale per gli Aztechi”. La “March Madness” è qualcosa che porta persino il presidente Barack Obama ad apparire in televisione – cosa che fa abbastanza spesso, recentemente – per fare i suoi pronostici sul torneo, azzardando addirittura i nomi delle rappresentative universitarie che raggiungeranno le Final Four. Cosa che ha fatto imbestialire lo storico coach di Duke, Mike Krzyzweski, il quale, data l’omissione della formazione da lui allenata da parte di Obama, ha consigliato al proprio presidente di smetterla di occuparsi del basket e iniziare a pensare all’economia. Tra marzo e aprile, le migliori 65 università (32 vincitrici delle rispettive conference, 33 invitate per meriti sportivi) si scontrano in un mortale torneo a eliminazione diretta. Chi vince, prosegue e mantiene i sogni di gloria. Chi perde, è fuori e torna a casa. Chi sopravvive al primo weekend ha l’opportunità di accedere al cosiddetto “Sweet Sixteen” (che, negli Usa, è il nome con cui si chiama la festa di compleanno per il raggiungimento dei sedici anni, ma qui ha significato ovviamente diverso), anticamera delle semifinali, meglio note come Final Four. Nessuno lo chiama “NCAA Division I Tournament”. Per tutti è la “March Madness”, definizione utilizzata per la prima volta nel 1939, quando un articolo (intitolato appunto “March Madness”) apparso sulla rivista ufficiale della associazione dei licei dell’Illinois se ne servì per raccomandare un po’ di follia marzolina in occasione del torneo statale di pallacanestro dedicato alle high school.

Un commento a March Madness, la follia di marzo è servita

  1. gloria

    ” La follia marzolina è la dimostrazione che gli americani, o meglio la stragrande maggioranza di essi, preferiscono lo sport collegiale a quello professionistico.” è vero. L’ho notato anch’io.Il che la dice lunga:)

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