Il responsabile dell’economia e prossimo leader del Partito Democratico al Mani Fattura Festival di Pisa si lascia andare a una dura reprimenda nei confronti dei responsabili del disastro globale. Sbagliando clamorosamente obiettivo
dal nostro inviato IHC
Il Mani Fattura Festival di Pisa si è chiuso con il mancato confronto tra Pierluigi Bersani e Giulio Tremonti per defezione di quest’ultimo. Io ero presente per godermi lo spettacolo, e mi sono trovato un monologo di Bersani di cui non mi interessava nulla. Quel poco che ho sentito però è significativo, non tanto perché opinione del solito comunista rivestito di turno, ma in quanto mistificazione che a forza di venir ripetuta diventa “verità”: “non ci può essere buon equilibrio qui in Italia se non c’è in Cina e USA; questo ci insegna questa crisi“.
QUOD ERAT DEMOSTRANDUM – Questa massima ha un senso, considerato l’attuale paradigma di politica monetaria. Infatti l’attenzione delle Banche Centrali ad evitare movimenti eccessivi delle valute le porta a stipulare accordi di “fornitura” di valute (currency swap) che permettono di “ammorbidire” le spinte di massicci acquisti o vendite delle valute stesse, di fatto permettendo la trasformazione degli incrementi di offerta di moneta in un’economia in incrementi di moneta in qualsiasi altra parte del mondo. Ergo, se si creano squilibri economici in un certo punto del mondo, attraverso il canale monetario possono trasferirsi ovunque. Il meccanismo rievocato da Bersani (non ce l’ho con lui, è solo l’ultimo in ordine di tempo che io abbia sentito parlarne) parte dal fatto che la Cina invece di consumare ha canalizzato un elevatissimo risparmio nell’acquisto di titoli americani, spingendo così gli USA a eccedere nei propri consumi grazie a questo “generoso finanziamento”. Tra l’altro i bassi costi di produzione asiatici hanno delocalizzato la produzione USA, facendo sì che gli USA consumassero più di quanto producessero (e quindi si indebitassero all’estremo). Si hanno cioè due squilibri, l’eccesso di consumo da una parte e l’eccesso di risparmio dall’altra, che hanno provocato da una parte il crollo americano e dall’altra non hanno permesso un “motore asiatico” del consumo, e tramite la finanza (la moneta) hanno coinvolto il resto del mondo. Tutto il ragionamento ha senso finché non ci si chiede cosa spingesse i malvagi cinesi a risparmiare, e se davvero il problema sia nato in Cina.
LA CULLA DEL RISPARMIO - Devo ricordare che il consumo ha certo una sua natura “propria” data dai suoi bisogni (reali o fittizi che siano), ma ha anche una specie di natura “residuale”, dovuta alla convenienza a risparmiare. Tassi di interesse elevati (relativamente a una personale valutazione del valore della liquidità) spingono a spostare il consumo nel tempo, cioè a risparmiare. Tassi (relativamente) bassi spingono quindi a non risparmiare, cioè a consumare subito; tassi bassi spingono anche a investire, esercitando quindi una domanda di certi beni di produzione che restituiranno nuovi beni di consumo solo dopo un certo lasso di tempo. Se in una economia i tassi vengono “forzatamente” tenuti sotto al loro livello “naturale”, la domanda interna finirà per non poter essere più soddisfatta dalla produzione del Paese, implicando quindi una crescente domanda di beni esteri, soprattutto se prodotti a prezzi più bassi in aree meno sviluppate. Questo è un rilevante stimolo alla delocalizzazione produttiva, alla deindustrializzazione, ed all’accumulo di capitali all’estero; questi capitali all’estero diventano quindi risparmio, e cercheranno “porti sicuri” dove venir parcheggiati, e finora non c’era niente di più sicuro dei titoli di Stato USA.
CAPITALI IN MOVIMENTO – È quindi scorretto vedere nei cinesi una perversa voglia di risparmiare pur di arrecar danno agli americani; i consumi cinesi sono sì aumentati, ma non avevano ragione di aumentare indiscriminatamente, e sicuramente non nella stessa misura in cui gli americani avevano già aumentato i propri consumi trasformandosi in una nazione di importatori indebitati. Il saldo netto di questo giochino portato avanti a lungo e con velocità crescente è appunto una Cina con un elevato risparmio, una America che consuma più di quanto sostenibile, e capitali che si muovono dalla Cina agli USA. Il risparmio cinese non è stato una “sottrazione” di consumo a livello mondiale e quindi un “freno” alla crescita mondiale, bensì l’unica soluzione possibile perché gli USA potessero non crollare immediatamente, e non è stato uno strumento per costringere gli USA a consumare bensì la conseguenza di una volontà politica USA di garantire un certo standard di vita (consumi) ai propri cittadini. D’altra parte la convinzione della cultura economica mainstream (di cui anche Bersani fa parte) è che il consumo generi produzione e quindi crescita economica, e il consumo si “aiuta” con tassi bassi, e da qui la catena di eventi che ho ricostruito. Le convinzioni di stampo keynesiano su consumo e crescita sono alquanto dominanti e contagiano sia il pensiero degli “addetti” che dell’uomo della strada. Tutti pensano che chi non consuma “toglie” qualcosa alla crescita del proprio paese, è un pensiero troppo semplice e lineare per potergli resistere, e sicuramente lo pensa a maggior ragione chi è di estrazione comunista/socialista, di quell’ideologia avversa al “capitalista che pensa solo ad accumulare denaro che i lavoratori invece spenderebbero“. Bersani lo sa, e dice quello che tutti vogliono sentirsi dire: i cinesi sono cattivi, gli americani sciocchi, e noi italiani siamo in mezzo e subiamo i disastri degli altri. Nessuno vuol sentirsi dire che esiste un limite al consumo presente oltre cui si distrugge il consumo futuro, nessuno vuol sentirsi dire che i Governi occidentali hanno spinto volontariamente i consumi attraverso bassi tassi di interesse per farsi belli della loro “propensione a sollevare gli standard delle masse“, anche a costo di trasferire ricchezza in mano ai cinesi e spingere alla delocalizzazione produttiva perché l’offerta potesse soddisfare questa domanda “drogata”.
IN CONCLUSIONE – Noi poveri italioti siamo sempre in balia della corrente, non è mai colpa nostra, nemmeno quando ci ostiniamo a proteggere settori che non possono competere con le produzioni asiatiche. E allora si dice che sono i cinesi scorretti, che dovremmo far alzare il loro costo del lavoro “esportando diritti dei lavoratori” così che possano fare “meno concorrenza”. Non si vuol dire che la politica industriale italiana ha semplicemente fallito e che l’attuale crisi, di cui le posizioni USA e cinese sono le prime manifestazioni ma non l’origine prima, ha solo reso impossibile ai governi perseverare in questo gigantesco inganno economico. Se la crisi ci dà una lezione, questa è che esiste un equilibrio, che non si può eccedere in alcuna direzione perché alla fine si crea sempre una reazione che “forza” ognuno a “tornare al proprio posto”. Il Sud-Est asiatico ha imparato questa cosa tra il ‘97 e il ‘98 quando si illuse di poter fissare per decreto crescita, valore delle monete e tassi, indebitandosi a piacere in qualsiasi valuta; l’Est Europa probabilmente imparerà la lezione durante questo anno; sfruttare monete importanti come euro e dollaro forse aiuta a nascondere la realtà, ma sicuramente c’è una forte volontà di scaricare sugli altri colpe proprie, e sulla finanza il peccato originale della superbia governativa.









“mistificazione che a forza di venir ripetuta diventa “verità”: mi piace molto questa considerazione, anche estrapolata dal contesto
“ci ostiniamo a proteggere settori che non possono competere con le produzioni asiatiche. E allora si dice che sono i cinesi scorretti, che dovremmo far alzare il loro “ecc…
DAJE
siamo alle solite
qui non si tratta di voler difendere a tutti i costi industrie obsolete che usano macchinari antiquati, superati, con notevoli rischi in tema di sicurezza del lavoro
in tal caso si dovrebbe parlare giustamente di battaglia di retroguardia destinata alla sconfitta
ma al contrario si tratta di difendere industrie (vedi le industrie meccaniche o di pompe idrauliche o chimiche-tessili) che sono all’ avanguardia
che usano tecnologie all’ avanguardia almeno per quel settore, che tutelano al max la sicurezza sul lavoro, che pagano contributi e stipendi al di sopra della sussistenza
al contrario soni i Cinesi ad utilizzare semmai nostre vecchie linee di produzione ormai inutilizzabili in italia
ma nonostante questo i loro costi sono bassi
ecchecevò, nun li pagano, li fanno lavorà er doppio, nun li assicurano la pensione (i paesi socialisti ricorrono al sistema famiglia di garanzia per la vecchiaia), mentre li liberisti alli anziani li vojono far morì, dicono che necessita er ricambio generazionale….e mò se mettono d’ accordo coi senzaddio o coi comunisti per l’ eutanasia
ed allora, non di fallimento della politica industriale si deve parlare, ma di salvaguardia dell’ ideologia liberista che premia chi ha maggiore produttività……..mortificata però dagli artifici dei musi gialli
meno banca, meno internet…..più suola di scarpe, più visite e giri all’ interno dell’ induastria…..
dove si producono beni reali
cerea
Più che altro Leonà… che palle sto continuo confondere il Keynes che propugnava INVESTIMENTI, anche di natura statale, nei momenti di crisi con gli ideologi del CONSUMISMO di beni di cacca, propugnato da un capitalismo inefficiente a produrre beni realmente utili (cibo, case, energia) a prezzi inferiori.
Keynes ha detto letteralmente:
Ogni volta che risparmi 5 scellini togli a un uomo un giorno di lavoro.
Quindi la critica ai Keynesiani fatta da Leonardo mi sembra abbastanza opportuna.
Infatti bisogna risparmiare i 5 scellini, comprarci i BOT e lasciare che sia lo Stato a spenderli
super Aktiengesellschaft,
a me pare che Keynes abbia detto entrambe le cose, sia investimenti che consumi. E poi mica difendo il consumismo, che è in buona parte sempre figlio dell’utopia interventista delle banche centrali.
In ogni caso qui mi riferivo al risparmio contrapposto alla domanda aggregata, che poi a volte scivoli a contrapporre il consumo di keynes al sano risparmio è solo per far incazzare te.