Roma Pride
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Vi raccontiamo come è nato il primo Roma Pride (e il primo Pride in Italia)

Quando Roma scende in piazza c’è sempre un cambiamento dietro l’angolo. E quel cambiamento Andrea Berardicurti, segretario politico del Circolo Mario Mieli, lo vide, nel 1994, quando anche lui scese per strada nel primo Pride di Roma, in realtà il primo pride in Italia. Non c’erano grandi carri, coriandoli, costumi. C’era solo un mezzo in testa al corteo. E si sfilava. «Come i sindacati», aggiunge Andrea, col sorriso.
Il palco a piazza Campo de Fiori, dove si concluse il corteo nel ’94, era fatto con i tubi modulari. Di strada se ne è fatta tanta da quel giorno. E quel corteo è cambiato, di anno in anno, come l’intero Paese. Ora Andrea è la voce del carro del Coordinamento Roma Pride come La Karl Du Pigné. Una istituzione dell’evento.


gay pride – roma 1994 di flaviagiovane

In Italia, il primo Gay Pride si svolse nel 1994, a Roma. C’erano l’Arcigay, il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, Imma Battaglia e Vladimir Luxuria, ma sopratutto vi prese parte la parlamentare europea tedesca Claudia Roth, promotrice della risoluzione europea per i diritti degli omosessuali. Era la Roma di Francesco Rutelli ma mai gli attivisti si sarebbero aspettati oltre diecimila persone in piazza.

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Le richieste di patrocinio a titolo oneroso era per esempio molto difficili. Siamo abituati a pensare al Pride con eventi, con il Park la gay Croisette. Prima era tutto in salita. Un episodio curioso? «Avevamo degli accordi speciali con delle ditte di preservativi. Ci facevano lo sponsor sui condom – spiega Andrea – ma non volevano mettere il loro logo. Dicevano che non avendo una clientela solamente omosessuale sarebbe stato controproducente». Adesso sono altri tempi. Un’altra società. Non si pensa più agli omosessuali come a delle persone sfortunate. «Ci sono ancora pregiudizi di altro tipo. Ora gli obiettivi del Movimento si sono spostati, sono diversi». Perché nel 1994 non si pensava ancora ai matrimoni egualitari, ma a come tutelare le persone dalla Hiv fobia. Come se l’Aids fosse solo per le persone omosessuali. Come se non toccasse il mondo intero.
“L’Aids è un problema di tutti noi ce ne occupiamo”, era la scritta che campeggiava all’ingresso delle prime feste di Muccassassina. Il circolo Mario Mieli aveva organizzato negli anni ’80 un servizio di assistenza domiciliare per i malati di Hiv. Si combatteva contro lo stigma, senza lasciare nessuno solo, mai.

Quel 1994 è stato un gran giro di boa. «Per la prima volta gay, lesbiche, trans ci mettevano la faccia», racconta Andrea. Dopo Roma scoppiò la Pride Mania in tutta Italia. «Servì di stimolo anche per altre organizzazioni». Poi si arrivò a livello nazionale con una città madrina, ogni anno. Ma come è fare coming-out sotto il Vaticano? Non sempre è stato facile. «Spesso – racconta Andrea – ci è stata negata piazza San Giovanni. Una volta non ce la diedero per una piccola processione dietro via Labicana, nel pomeriggio». Quaranta persone con un candelotto in mano per mezzora. Nulla da fare. Il “World Pride 2000”, per esempio, ebbe un percorso cortissimo. Da Piramide al Circo Massimo, causa Giubileo. «Per una serie di attriti forti – raccontò Andrea – che avemmo con il Vaticano e con la politica perdemmo un contributo di 300 milioni di lire da parte del Comune».
Ma questi sono solo pochi nei. Perché nel Pride romano non ci sono mai stati problemi. E non ci furono nemmeno in quel 1994. «Mi pareva tutto così irreale», spiega Andrea. «C’era solo una paura: se arrivano solo mille persone? Invece no. Piazza Campo de’ Fiori la riempimmo tutta. Non fu un successo, di più».

Quella sfilata servì ad aiutare tante persone. Specialmente a fare coming out. Prima seguivano il corteo soltanto ammirandolo di passaggio, dal marciapiede. Poi? «Questi appuntamenti fanno scoprire alle persone che sono parte di una comunità, comunità alla quale non sapevano neanche di appartenere». «Credo che sette anni fa al primo Pride in Serbia abbiamo provato le stesse sensazioni provate da noi nel 94. Una sorta di liberazione da un limite che è oggettivo. Perché se tu fai parte di una parte minoritaria della società, ti senti un cittadino di serie B». Sfilando quel limite si supera. «Inizi a credere che se ti impegni sei in grado di cambiare le cose». Roma si impegna ancora oggi. Sfilando come nel 1994. Più colorati, più numerosi.

(in copertina foto ANSA/ GIUSEPPE LAMI)

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