Donald Trump 100 giorni
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Usa, i primi 100 giorni di Donald Trump. Un confronto con Frank Underwood di House of Cards

Uno è un repubblicano atipico, l’altro un democratico sui generis. Uno è il presidente degli Stati Uniti nella realtà (anche se solo qualche mese fa, la sua investitura sembrava roba da film), l’altro lo è nella finzione delle serie tv. Stiamo parlando di Donald Trump e di Frank Underwood di House of Cards: abbiamo provato a mettere a confronto i primi 100 giorni del mandato del primo con l’inizio della presidenza del secondo. E abbiamo scoperto che ci sono un sacco di analogie.

DONALD TRUMP 100 GIORNI, UN CONFRONTO CON HOUSE OF CARDS

Tra qualche giorno, Donald Trump si avvierà verso quello che, per ogni leader della Casa Bianca, è un traguardo simbolico, ma sempre molto mediatico. Chi ben comincia (nei primi cento giorni) è a metà dell’opera. Per far capire quanto alta sia la temperatura negli Stati Uniti, basti dire che la Cnn ha già stilato le sue consuete pagelle e che tutti i talk show americani stanno mettendo sotto la lente d’ingrandimento qualsiasi azione fatta da Trump, dai provvedimenti esecutivi, al look, al gradimento presso l’opinione pubblica.

Nella serie tv più famosa degli ultimi anni sulla Casa Bianca e sugli intrighi del potere, anche Frank Underwood, interpretato da Kevin Spacey, fu sottoposto a un’attenta scansione del primo periodo del suo mandato. In questo caso, non sono stati presi in esame i suoi 100 giorni (che erano scaduti nell’intervallo tra la terza e la quarta stagione), ma i suoi primi sei mesi.

DONALD TRUMP 100 GIORNI, IL GRADIMENTO

Il primo dato in comune è il crollo del gradimento. Donald Trump, secondo gli ultimi sondaggi, sarebbe il presidente meno tollerato della storia americana. Addirittura la sua first lady Melania l’avrebbe superato in popolarità. Frank Underwood, invece, si trovò a fronteggiare una vera e propria rivolta del suo Partito Democratico, con tutti i maggiorenti a chiedergli di farsi da parte per evitargli l’imbarazzo di una seconda candidatura che non avrebbe avuto alcun seguito. Ma la cosa non sembra sortire nessun effetto né su Donald, né su Frank: il primo, intervistato a proposito dei suoi primi 100 giorni, ha dichiarato di meritarsi una «A» (il corrispettivo del 10 nel sistema di valutazione americano); il secondo ha portato avanti la sua rielezione, vincendo – anche se in maniera piuttosto anomala – le primarie del suo partito.

DONALD TRUMP 100 GIORNI, LA POLITICA INTERNA

Altro tratto piuttosto simile è quello della scarsa incisività sulla politica interna. Sono noti i fallimenti – almeno per il momento – di Trump su Obamacare, sull’ingresso dei musulmani negli Stati Uniti, sul muro con il Messico. The Donald, non particolarmente amato all’interno del suo partito, deve sempre lottare per avere una linea condivisa nel ramo legislativo. Senza contare i dissidi interni allo staff, con le stilettate tra lo stratega outsider Steve Bannon (trumpiano fino al midollo) e il chief of staff Rience Priebus, espressione dell’establishment repubblicano, tanto per citarne una. Abbiamo già detto dello scarso feeling tra Undewood e i membri del suo partito. Ma che dire del fallimento della commissione bipartisan che aveva il ruolo di redigere una legge di riforma sul sistema di finanziamento o delle controversie sulla riforma del lavoro lanciata con il nome altisonante di America Works?

DONALD TRUMP 100 GIORNI, LA POLITICA ESTERA

E anche sulla politica estera, infine, c’è un denominatore comune. Il rapporto difficile con la Russia di Vladimir Putin. Pazienza se nella serie tv il leader del Cremlino si chiama Vicktor Petrov (anche se la somiglianza tra l’attore danese che lo interpreta, Lars Mikkelsen, e l’attuale presidente russo è impressionante): sia nella realtà, sia nella finzione tra Usa e Russia c’è un rapporto di amore e odio che lascia tutti sulle spine. Nella realtà, a tenere banco è il pugno di ferro usato da Trump in Siria, contro Assad, alleato di Mosca. Nella serie tv ci sono altre questioni a provocare imbarazzo nelle relazioni internazionali: i diritti gay negati, la riduzione degli armamenti americani, le risoluzioni alle Nazioni Unite che incontrano puntualmente il veto di Mosca.

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Alla fine del confronto, non si può far altro che meravigliarsi per la chiave di lettura che la serie tv House of Cards (a proposito, la quinta stagione inizierà il 30 maggio, data annunciata proprio nel giorno dell’insediamento di Trump, lo scorso 20 gennaio) ha dato della gestione del potere negli Stati Uniti. E si resta un po’ confusi, viste le somiglianze e i paralleli con quella del presidente Donald Trump. Ma è la finzione che è troppo simile alla realtà o il contrario?

(FOTO: Andrew Harrer/CNP via ZUMA Wire e Prensa Internacional via ZUMA Wire)