“La mano di Berlusconi sui giornali“, titola in modo piuttosto aggressivo un’agenzia di stampa (l’ApCom, riprendendo un articolo uscito su El Pais) che poi spiega così: “Silvio Berlusconi ha puntato gli occhi sul Corriere della Sera e Il Sole 24 Ore. “Questa volta Berlusconi non farà prigionieri. Vuole controllare tutto e lo farà”, dice Giancarlo Santalmassi, giornalista Rai dal 1962 al 1999 e direttore di Radio24 fino a qualche mese fa”, quando è dovuto andarsene probabilmente per qualche parola di troppo contro il governo. Poi, si parte con il risiko dei direttori dei quotidiani, che in questo periodo impazza che è un piacere: “I candidati alla successione di Paolo Mieli, dice Marzo, sono Carlo Rossella, direttore di Medusa Film, casa di distribuzione cinematografica di
Berlusconi, e Roberto Napoletano, direttore de Il Messaggero. In Rcs, editore del Corsera, Rossella può contare sull’appoggio di Diego della Valle, proprietario del marco Tod’s e patron della Fiorentina, e di Luca Cordero di Montezemolo. Però decisiva sarà la parola di Berlusconi perché “il sistema bancario intero dipende dal premier”. Napoletano non dispiace a Berlusconi ed è tra i pochi che hanno l’onore di poter parlare al telefono con Giulio Tremonti. Ma forse il ministro dell’Economia preferirebbe vederlo alla guida de Il Sole 24 ore, scrive El Pais, il cui attuale direttore, Ferruccio de Bortoli, potrebbe andare alla testa del Corriere. Il governo dimostra malcontento anche verso La Stampa, per questo il direttore Giulio Anselmi e il suo posto potrebbe essere preso da una persona meno ostile a Palazzo Chigi“.
Inutile dire che queste voci girano, insieme ad altre che invece vorrebbero l’ex direttore del Tg5 vittima invece di una manovra, perpetrata tramite un articolo uscito su Libero: “Attraverso l’abilissima penna di Feltri, Paolino Mieli avvisa Lor Signori: in campana, perché Berlusconi vuole piazzare un suo uomo al vertice del vostro amatissimo giornale, dunque, tra i due mali, scegliete il minore: io“. Sempre per ricordare al popolo tutto che l’Italia è il paese dei complotti, veri, immaginati o presunti che siano. Rimane che questo tourbillon di poltrone, che vedrebbe protagonisti a questo punto il quotidiano della Confindustria, quello della famiglia Agnelli e quello del patto che riunisce alcuni tra i maggiori gruppi industriali e bancari italiani, nessuno è obbligato davvero a esaudire i desideri di Berlusconi. Il quale è socio minoritario nella Rizzoli Corriere della Sera, ha in teoria il solo Fedele Confalonieri dentro Confindustria e non possiede alcuna quota di proprietà della Stampa. Insomma, Berlusconi può in teoria chiedere, può minacciare magari, ma non può imporre nulla a chicchesia. Certo, fare il “classico” favore al premier durante una crisi economica è quasi un riflesso pavloviano nell’editoria per l(h)obby italiana. Ma d’altra parte c’è anche da considerare altro: ovvero che essere in generale troppo accondiscendenti nei confronti dei governi (di qualunque colore siano) non porta tanta fortuna ai giornali. O meglio: non favorisce certo l’aumento delle copie vendute, in tempi in cui di copie se ne vendono davvero pochine. E questo problema è intrecciato con quello dei ricavi pubblicitari: in Italia la torta è sempre stata divisa tra giornali e tv in modo che la fetta più grossa se la prendesse quest’ultima. Oggi si potrebbero alleviare i bilanci delle imprese editoriali soltanto con qualche riequilibrio, ma gli editori sanno benissimo che Silvio non lo accetterà mai, per ovvi motivi. Nemmeno se al Corriere gli mettono Emilio Fede. Anzi, facile che a quel punto potrebbe partire una campagna per togliere i tetti attuali… Quindi, un giornale, specialmente in un periodo come questo, ha tutto l’interesse a mantenersi indipendente dal governo; anche perché, se smette di criticarlo quando fa qualcosa di sbagliato, con che faccia poi potrà farlo quando toccherà gli interessi “altri” degli editori?
Insomma, diciamolo chiaro: Berlusconi non ha per niente le mani sui giornali. Volendolo davvero, i rispettivi proprietari avrebbero argomenti concreti, anche squisitamente industriali per rifiutare qualsiasi ingerenza che portasse ad ammorbidire le linee editoriali. E’ vero, le ritorsioni, se arrivassero, potrebbero essere tremende; anche se far fallire una banca per un direttore di giornale, come si dice nell’articolo, è talmente da irresponsabili che nessun governo lo farebbe. E poi in primo luogo, ci si può difendere dichiarandolo (“Pressioni governative ci avevano indirizzato verso un nome che abbiamo scartato, speriamo non ci siano ritorsioni“); in secondo luogo, ci si può sdebitare in altra maniera: Banca Intesa ne ha dato un esempio perfetto con la vicenda Alitalia; in ultimo, in un paese sano l’imprenditoria non dovrebbe dipendere dai governi (non la più grande, almeno), e quindi non ci dovrebbe essere alcun problema a dire “no” a chi vuole influenzare una scelta che rimane comunque libera. …Ops. Non so perché. Ma mi sa che se aspettiamo qualcuno tra gli imprenditori e i banchieri italiani capace di fare questo ragionamento rischiamo di trovarci davvero Emilio Fede al Corriere.
Vignetta di Mauro Biani























Visto che l’editoriale del vice direttore è tutto concentrato oggi sulla Stampa, vorrei cogliere l’occasione per esprimere la mia (ma credo anche quella di tutto giornalettismo) nei confronti di “Rassegna Stanca”, un gruppo di Facebook che non faceva – appunto – altro di proporre gli articoli dei giornali per stimolare dibattiti.
Il gruppo è stato chiuso e tutta la loro presenza sul “social network” cancellata. Come se non fosse mai esistita. Come nel miglior “Ministero della Verità” di 1984. Ce n’è da indignarsi, in questi casi.
Più che essere comprati, si venderanno