Interni

A diciotto anni è troppo presto per morire

20 marzo 2009

L’ omicidio di Serena Mollicone, tra indagini e tentativi di depistaggio spunta anche la pista di una setta esotericamassonica.

Arce è un piccolo paese. Appena 6 mila abitanti. Uno di quei piccoli paesi vicino a Frosinone che a passarci con la macchina, così, da lontano, sembrano tutti uguali. Attraversato dal fiume Liri, è immerso in una splendida collina. E’ il luogo ideale per fantasticare della propria vecchiaia. Chiunque vorrebbe immaginarsi lì, su una sedia a dondolo, fuori una veranda, a godersi gli ultimi giorni della propria esistenza. Arce sarebbe uno stupendo posto per morire a ottant’anni. Ma a diciotto no. A diciotto, qualsiasi sia il posto, è troppo presto. In paese è la cosa su cui concordano tutti. Non si può morire ad appena diciotto anni. E non si può morire così. Con un sacchetto di plastica in testa, le mani e le gambe legate dietro la schiena con un fil di ferro. Questa è una fine che nemmeno le bestie meritano di fare. Incaprettata a questo modo non può finire la vita di una ragazza. Una splendida ragazza dagli occhi nocciola. Una ragazza che andava bene a scuola, che aiutava il padre nella cartolibreria e dava da mangiare ai cani randagi. In paese lo ripetono tutti: non è giusto che Serena Mollicone abbia fatto questa fine.

- GLI ELEMENTI CONTRADDITTORI NELLE INDAGINI - Il padre, Guglielmo, quando vede il corpo della sua bambina, di sua figlia, di tutta la gioia della propria esistenza, buttato per terra, ricoperto di sterco, non può far altro che svenire. Prima di arrivare quassù, su questa strada fuori mano, aveva capito che a Serena era successo qualcosa. Immediatamente lo aveva capito. Già dopo poche ore della sua scomparsa, avvenuta due giorni prima. Da subito aveva iniziato le ricerche. Da subito aveva iniziato a distribuire volantini con la sua foto in tutto il paese. Un padre certe cose le sente. Guglielmo non può far altro che svenire visto che oramai non ha più nulla: la moglie è stata portata via dalla vita tanto tempo fa. Serena era tutto per lui. Ora non c’è più. Ora ci sono solo mille domande e un assassino da trovare. Non è una cosa facile. Anzi. Gli elementi, messi tutti insieme, sono tanti, ma contraddittori. In primis, ci sono quelli del corpo. Serena, il medico legale ne è certo, non è morta in quel luogo: c’è stata trasportata. Il delitto è avvenuto da un’altra parte. Poi c’è la botta in testa: un unico colpo mortale, forse dato a mani nude, forse con un corpo contundente. In ogni caso, è quello ad averla uccisa. Ma non subito. Secondo il medico, Serena è morta almeno quattro ore dopo averlo ricevuto. L’assassino per cui non ha nemmeno provato a soccorrerla, volendo ipotizzare un incidente. Dopo ci sono i fili di ferro: legati bene, stretti attorno ai polsi e alle caviglie. Un lavoro fatto con cura, senza fretta. Per gli inquirenti non è facile incrociare questi elementi. Ad uccidere in questo modo, con questa determinazione dopo la morte, di solito è la criminalità. Sono i professionisti che hanno il sangue freddo per compiere queste azioni. Certo, potrebbe essere un depistaggio, ma fatto bene. Molto bene. L’idea che sia stato un delitto d’impeto, contrasta con questi elementi. Ma anche l’idea della criminalità che senso avrebbe? Serena era una ragazza modello, senza ombre, chi avrebbe voluto ucciderla? L’unica cosa di strano nella sua vita sembra essere quella tesina per il diploma sulla follia assassina. Il resto è tutta la vita normale di una ragazza di appena diciotto anni.

- INDIZI TROPPO DEBOLI PER AVERE UN COLPEVOLE – Altri elementi contrastanti sono quelli che provengono dalle testimonianze. Serena quella mattina era andata all’ospedale di Liri per fare una radiografia e dopo sarebbe dovuta andare dal dentista, ma non c’è mai arrivata. Le amiche, con cui aveva appuntamento, hanno detto di non averla vista. Le uniche che sono certe di averla notata sono due persone. Una è una maestra che giura di averla vista intorno all’una, l’una e mezza vicino a casa. L’altra è una negoziante della strada in cui abitava Serena che giura di averla incrociata intorno alle quattro, quattro e mezzo. Dice che portava una maglietta celeste. Strano. Strano perché quando è stata ritrovata Serena portava una maglietta rossa. Strano perché il padre a quell’ora, allertato dal ragazzo, già la stava cercando. Poi ci sono altri che dicono di aver visto Serena la mattina, in compagnia di un uomo un po’ più grande di lei, con una macchina rossa, una Golf, intorno alle undici. Giurano di averli visti allontanare insieme. Insomma, per gli inquirenti sapere che cosa ha fatto Serena dopo essere andata all’ospedale non è semplice. In più, come se le cose non fossero già difficili, al mistero della morte di Serena si aggiunge anche il mistero del telefonino. Il padre dice che lei lo portava sempre con sé, anche se erano quattro giorni che era rotto. Ma quando la ritrovano non c’è. E non sta nemmeno a casa, i carabinieri ne sono certi. Poi, però, d’un tratto riappare nel cassetto della scrivania. A ritrovarlo è lo zio che lo porta immediatamente agli inquirenti. Il padre è certo che ce l’abbia messo qualcuno durante la veglia funebre, quando la casa era aperta e le persone andavano e venivano. Strano davvero. Lo trovano strano anche gli inquirenti. Non a caso anche il padre e il cugino vengono sospettati del delitto e interrogati più volte. Non c’è niente da fare. Gli elementi sono tanti, ma sono indizi, non prove. Non permettono di andare avanti, di incastrare nessuno. E anche quando si è certi di trovare il colpevole, il quadro probatorio appare debole. Gli inquirenti, dopo tanto tempo, erano certi di aver imboccato la strada giusta. Una strada con nome e cognome: Giacomo Belli, 30 anni, carrozziere. Era lui l’uomo con il quale Serena si vedeva, quello con la Golf rossa. Quello che ormai da qualche mese la portava a scuola ogni giorno. Lo arrestano un anno dopo il delitto a Giacomo. A casa sua hanno trovato un foglietto: uno di quelli che il dentista ti dà per ricordarti degli appuntamenti. Non è molto. Ma ci sono le contraddizioni e le bugie che Belli racconta in più. E le intercettazioni. Al socio della carrozzeria, Tomaselli. Belli lo dice chiaro e tondo: «Non ti sta’ a preoccupa’, tanto io ho sempre detto le stesse cose, loro non hanno niente in mano e quando la trovano chi l’ ha ammazza’…». E anche peggio: «Smettila o t’ accide e t’ embusto come ho fatto co’ Serena…». Il quadro tracciato dagli inquirenti però alla corte di primo grado non basta e nel 2004 lo ritiene non colpevole.

Un commento a A diciotto anni è troppo presto per morire

  1. gloria

    non sembra nemmeno una storia vera

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