Come mai il questore di Roma Giuseppe Caruso è ancora in carica? Sicuramente non compete a un questore accusare pubblicamente qualcuno di avere commesso reati, come è accaduto nel caso dello stupro alla Caffarella
La pubblica accusa non rientra certo tra i compiti d’istituto per i quali un questore viene nominato e retribuito con danaro pubblico, vale a dire di tutti i cittadini. Eppure Caruso ci ha tenuto a reiterare in dichiarazioni alla stampa accuse di vario tipo contro i due rumeni arrestati per lo
stupro della Caffarella e rivelatisi – anche con l’esame del Dna – del tutto estranei alla vicenda. A pagina 3 di Repubblica di mercoledì 11 marzo si può per esempio leggere alla fine di una intervista fattagli da Massimo Lugli: “Ma, le ripeto, se la prova del Dna esclude la responsabilità materiale dello stupro questo non significa che i due siano scagionati. Complici o favoreggiatori, non abbiamo dubbi“. Meglio farebbe il questore di Roma a tenere per sé, o meglio per i magistrati competenti, le proprie perplessità SE (ripeto: SE) suffragate da elementi. Altrimenti stia zitto. Ci dica piuttosto, visto che si parla di Dna, come mai pur trattandosi di un esame fattibile in pochi giorni (come dimostra appunto la vicenda dei due rumeni), è stato fatto passare ormai quasi un anno senza smentire le panzane sulla “prova positiva” del Dna sulla famosa Bmw che dopo ben 25 anni si vorrebbe usata per “rapire” Emanuela Orlandi. Fermo restando il fatto che la Orlandi non è stata rapita e che la famosa Bmw “color verde tundra” vista davanti al Senato il pomeriggio del 22 giugno 1983 NON c’entra un fico secco con la vicenda per il semplice motivo che NON era Emanuela la ragazza che un vigile urbano, ormai defunto, e un poliziotto, ormai in pensione, dissero di avere visto parlare con il conducente dell’ormai mitica automobile.
LA “CONFESSIONE” IN MONDOVISIONE – Una delle cose sconcertanti, e da peracottari, delle accuse dure a morire contro i due rumeni è l’insistere sia da parte del questore che da parte della stampa, compresi giornalisti di peso come per esempio Carlo Bonini di Repubblica, sul video della confessione “spontanea” di Alexandru Loyos Isztoika. Video spiattellato su tutti i siti internet dei giornali e che Caruso vorrebbe addirittura fosse trasmesso in mondovisione come prova di colpevolezza certa, acclarata e ormai indiscutibile: “Io vorrei che il video della confessione – dice infatti per esempio a Lugli – venisse diffuso in mondovisione: lo guardi, guardi la tranquillità con cui il fermato si esprime, guardi il suo viso, il suo corpo. Non mostra alcun segno di violenza ma neanche di stress. Si esprime con distacco, addirittura con nonchalance“. Se il questore della capitale di uno Stato democratico si esprime così, basa cioè sulle apparenze i verdetti di colpevolezza e per giunta ci tiene a dichiararlo pubblicamente, e nonostante tutto resta al suo posto, allora significa che qualcosa non funziona. E se i giornalisti gli danno pure retta, come hanno dato retta a Caruso anche sulla faccenda del video, allora siamo messi davvero non molto bene.
IL FASCINO INDISCRETO DELLA GIUSTIZIA “TELEVISIVA” - I motivi per cui un Loyos davanti a una telecamera può mentire, in buona o cattiva fede, possono essere infiniti, dalla mitomania al protagonismo, dalla demenza al volersi rendere simpatico al magistrato. O all’elettore. Sono anni che i nostri politici davanti alle telecamere di tutti i tipi e di tutte le ore vantano mirabilia, e per quanto parlino senza “alcun segno di violenza ma neanche di stress“, per dirla con le parole di Caruso, anche i sassi sanno che si tratta di panzane. Per non dire della signora Annamar
ia Franzoni, la mamma di Cogne assassina di un suo figliolo, la cui calma sorridente poteva far fessi solo un furbo di tre cotte come Bruno Vespa e qualche innocentista di professione – e a pagamento – come per esempio l’avvocato Taormina (che però all’inizio, per dare addosso ai magistrati come si usa in Casa Berlusconi, era colpevolista). Ammesso e non concesso che Taormina si sia mai bevuto senza batter ciglio le amene storielle della calmissima e sempre sorridente signora. Per non parlare della brutta storia del massacro di Erba e annesso comportamento indecente della stampa, che quando non ha potuto più fare il tifo per la feroce signora Rosa Bazzi e annesso maritino ha comunque cercato di trovare il pelo nell’uovo. Per alleggerirne le colpe, la stampa, specie quella “padana”, è arrivata a tentare di avvalorare le fantasiose accuse della belva Rosa quando s’è dipinta come vittima dell’ormai immancabile stupro se c’è di mezzo un “marocchino” o roba simile. “Mi ha stuprato!“, ha sostenuto senza arrossire la Rosa avvizzita, ma rossa di sangue, riferendosi al tunisino Azouz, marito e padre delle vittime eppure immediatamente sbattuto nelle prime pagine come l’assassino. Che uno giovane e bello come Azouz potesse impazzire – fino allo stupro! – per un monumento al grigiore fegatoso come la ormai stagionata signora Bazzi lo poteva credere solo la stampa “padana” come lei. Una volta assodato che l’assassino della propria moglie e figlio non era lui, Azouz è stato comunque tirato in ballo per altri reati “a latere”: guarda caso, come per i due rumeni della Caffarella. Il copione si ripete, ormai è consolidato. Un classico.
L’INCIVILTA’ DEI GIORNALISTI – Un bell’esempio di inciviltà lo danno anche i giornali che per l’arresto dei due rumeni hanno sparato titoli come “Arrestati i colpevoli dello stupro della Caffarella“. Non i “presunti colpevoli”, si badi bene, come sempre si dice non solo quando c’è di mezzo un Cavaliere o un suo avvocato condannato in primo e secondo e terzo grado, ma proprio i “colpevoli”. Per lo stupro di Guidonia a gennaio un giornale che si picca di chiamarsi Il Riformista ha addirittura titolato a grandi lettere in prima pagina “Branco rumeno“, però quando il branco è italiano il titolo non lo dice, è meno vergognoso. Come a dire che qualcuno titolasse “Branco giornalista” per le cazzate che sempre più a piene mani tracimano anche sui giornali più autorevoli. Quando si tratta di stupro di gruppo il branco non ha nazionalità, è sempre e solo “branco maschile“. Strano, e grave, che l’Ordine dei giornalisti, sempre pronto a intervenire e a comminare sospensioni dalla professione per cose molto ma moooolto meno gravi, in questi casi se ne stia SEMPRE zitto e a cuccia. Poi ci si lamenta se qualcuno vuole abolire l’Ordine o se quando vede un giornalista inarca le sopracciglia o mette mano allo scetticismo.
IL GARANTISMO A SENSO UNICO – Insomma, siamo alle solite: garantismo sì, ma solo quando ci fa comodo, e cioè meglio se a favore dei potenti o almeno dei “nostri”. Soprattutto se si tratta di “pura razza ariana” come le Bazzi, per quanto piuttosto tozze e cozze, o strafiche come le scoperecce Amanda o le Erika accoltellatrici efferate di mamma e fratellino, o se si tratta di fidanzatini angeli biondi come Alberto Stasi, un altro innocente a tutti i costi anche contro le prove provate. Talmente innocente per definizione da conservare miracolosamente le suole delle scarpe immacolate pur dopo avere camminato sul lago di sangue della fidanzata ammazzata - come in un bis di Cogne – in casa propria a Garlasco “chissà da chi“. Se si tratta di “branco padano” o di “mostro padano” o comunque nostrano, sulla nazionali
tà è meglio sorvolare. Ma se è un “extra”, allora vai giù duro con l’accusa e sbatti il mostro in prima pagina. Se poi i mostri sono più d’uno, allora è una apoteosi, un tripudio dell’accusa ossessiva e, come diceva Totò, “a prescindere“. Se però questo gioco cominciano a giocarlo – pubblicamente! – perfino i questori, per giunta della capitale, allora “no bbuono!“.
LA PERICOLOSA DERIVA DELLA SOCITA’ ITALIANA – Tutto ciò lo diciamo non per moralismo o perché “politicamente corretto“, ma per avvertimento. Avvertimento contro pericoli niente affatto trascurabili o passeggeri. Quando una società si lascia sistematicamente impaurire da pericoli gonfiati ad arte per distoglierla dai veri motivi della sua crisi, come per esempio la nostra attuale dura crisi anche economica, poi si lascia anche mettere sistematicamente in caccia di capri espiatori. Fino a discriminare anche in fatto di giustizia e reati tra “i suoi” e “gli altri”. A quel punto però si tratta di una società che si sta lasciando spingere verso il baratro, sente odore di sangue e non vede l’ora di menare le mani. Con esiti che possono essere tragici. Oltre che ancora una volta autolesionisti e con danni prolungati.























La lettera dei 101 dissidenti forse è un segno che anche a destra qualcun’altro (a parte Fini, che ci è arrivato con largo anticipo) comincia a capire che forse si è ecceduto e che l’Ilo non ha torto nel sostenere che in Italia vi sono diffusi atteggiamenti discriminatori.
Speriamo bene. Certo i media dovrebbero cominciare anche loro a fare la loro parte.
Di cosa ci si meraviglia? Del questore di Roma, o dei cosidetti giornalisti di grido, o di alcuni giydici. Ormai non ci si meraviglia più di nulla in questa repubblichetta.
Prendiamo il caso dei due romeni. Sono stati sbattutti per girni e giorni in apertura di tutti i telegiornali e sulle prime pagine, pur continuando gli investigatori a dire che non erano colpevoli. Dell’italiano che ha prima stuprato e poi licenziata la romena che lavorava al servizio di del cal center di proprietà dello stesso violentatore e della moglie, solo un piccolo trafiletto di Agenzia sui giornaletti distribuiti gratuitamente. Nessun accenno, o commento, nè in televisione, ne sule prime pagine dei cosidetti giornali importanti.
Forse per …”onore di Patria”. Vergogna.
……..e poi ci lamentiamo se una volta epsatriati non ce li riconsegnano per scontare la pena. Battisti è stato condannato a ben 4 ergastoli per le confessioni di un solo pentito e per i “sentito dire”. In un altro stato questi 2 erano fuori con tante scuse da parte delle autorità…………. pazzesco, c’era un reato ed hanno arrestato i colpevoli, ora abbiamo i colpevoli e cerchiamo un reato per tenerli dentro, facciamo prprio ridere
pare che oggi abbiano beccato quelli giusti
forse
si spera
dicono che il dna è compatibile
http://www.corriere.it/cronache/09_marzo_20/caffarella_roma_stupro_106c2b50-1559-11de-b9ee-00144f486ba6.shtml
“Annamaria Franzoni, la mamma di Cogne assassina di un suo figliolo, la cui calma sorridente poteva far fessi solo un furbo di tre cotte come Bruno Vespa e qualche innocentista di professione – e a pagamento – come per esempio l’avvocato Taormina (che però all’inizio, per dare addosso ai magistrati come si usa in Casa Berlusconi, era colpevolista)”.
Tralasciando il fare fessi con la calma sorridente (che si può essere innocentisti anche soltanto in base all’assenza di movente e arma del delitto per non parlare del pietire in aula una confessione per andarsene a casa da parte della pubblica accusa, o peggio ancora, non venendo pagati), mi sfugge il senso del “dare addosso iniziale ai magistrati da colpevolista come s’usa in casa Berlusconi” da parte di Taormina.
Se i magistrati erano colpevolisti dall’inizio, come si fa ad essere colpevolisti all’inizio dando addosso ai magistrati ?
Il primo magistrato inquirente era una donna, che ebbe l’infelice idea di dichiarare “Sono una mamma anch’io” per spiegare perché non arrestasse la Franzoni. E Taormina si scagliò contro quel magistrato e contro la Franzoni, definendo fatto gravissimo che non fosse stata arrestata (beh, in effetti…).
A conti fatti, un bel terzetto.
nicotri
Non ricordavo. Grazie della precisazione. Però sull’arresto della Franzoni si espresse negativamente anche il tribunale della libertà presso la Cassazione, che mamma proprio non poteva essere.
Grazie per avermi chiamato Tutti pur di non rispondermi direttamente, è una inclusività che non merito.
Non ho capito le ultime due righe, oltretutto non mi pare di avere “chiamato”, azine che associo al telefono, ma fa nulla.
Il tribunale del riesame si espresse come si espresse, è vero, ma resta il fatto che l’indagine è stata compromessa dall’inazione “restrittiva” della sostituto procuratore mamma e pertanto restia a credere che un’altra mamma potesse avere massacrato un proprio figlioletto, come invece accade ed è accaduto. Dopo quelle dichiarazioni a mio avviso quel magistrato andava messo in congedo d’autorità, perché essere un magistrato mamma o padre o musulmano o cristiano o ebreo o ateo e circasso non può significare avere un occhio di riguardo e fare sconti ai propri “simili”. Il magistrato deve occuparsi di fare e far fare indagini e poi di applicare la legge, di fronte alla quale tutti i cittadini italiani sono eguali. Punto.
Taormina, all’epoca ancora politicamente in pista, si scagliò contro quel magistrato e contro il fatto che il mancato arresto aveva certamente compromesso la raccolta delle prove e quindi le indagini, cioè l’accertamento della verità.Taormina a mio avviso aveva ragione, anche se lui quelle accuse le lanciava non tanto per amore della verità quanto per fiancheggiare il massacro della magistratura, e quindi della Giustizia, da sempre perseguito tenacemente da Berlusconi&C, nostro prossimo e meritatissimo capo di Stato.
Poi, molto italianamnete, Taormina – che conosco ed è un simpatico guascone – diventò avvocato difensore della Franzoni e cambiò completamente registro. Oltre alla incredibile faccenda delle calunnie contro i vicini di casa e le manomissioni delle prove con chiazze di sangue “ad hoc” senza che Franzoni e marito finissero in galera come sarebbe invece stato giusto visto che la calunnia è un reato grave, Taormina a un certo punto si mise a dichiarare che lui sapeva chi era il colpevole, ma ne avrebbe fatto il nome ai magistrati solo se questi avessero cambiato radicalmente la posizione giudiziaria della sua assistita. In italiano questo si chiama “tentata estorsione”, reato che si può consumare anche se il bene da estrorcere è un bene immateriale.
Una volta – anzi due – mi trovai ospite con Taormina di un programma di Telelombardia, condotto da Sandro Parenzo. Non esitai a sostenere che Taormina doveva essere arrestato perché in flagranza di tentata estorsione, per giunta continuata, e spiagi il perché. Taormina rimase di stucco e non seppe cosa controbattere. Spente le luci e i microfoni, mi spiegò alcune cose. Compresa la sua stanchezza verso i berluscones. In seguito cercò di candidarsi come sindaco non ricordo se di Milano o altra città lombarda. Se fosse stato eletto e me lo avesse chiesto, gli avrei volentieri dato una mano. Tra guasconi donchisciotteschi magari ci si intende…
Un saluto.
pino nicotri
Ci sono due errori di battitura: “azine” anziché “azione” nella seconda riga e “spiagi” anziché “spiegai” nella ottava riga prima della fine (firma compresa).
E io che penso sempre di essere infallibile…. …
Mah.
pino nicotri
“Non ho capito le ultime due righe, oltretutto non mi pare di avere “chiamato”, azine che associo al telefono, ma fa nulla”.
Mi riferivo al fatto che hai intestato con X tutti la risposta alla domanda fatta da me.
Ma sono sciocchezze.
Non capisco perché italianamente. Taormina è un avvocato e i retori sono sul mercato e di chi li compera. Poi quali siano stati i suoi errori si può opinare. A mio avviso, ed anche di Feltri, l’errore principale fu quello di scegliere il rito abbreviato (pur di ottenere lo sconto di pena) in primo grado evitando così di smontare l’istruttoria in aula. Poi sulle accuse a vanvera. Le presunte estorsioni. Ne fan tante i giudici. Cos’era se non una estorsione chiedere la confessione per darle la totale infermità e salvare la faccia togata. La Franzoni si è dichiarata innocente e aveva ogni buona ragione per dichiararsi tale sino alla fine. Erano gli inquirenti a dover dimostrare la sua colpevolezza. Alla fine tutto quello che hanno ottenuto è stata una sentenza illogica di condanna indiziaria con attenuanti e il ricorso alla lombrosizzazione fisica e psicologica di cui parli proprio tu.
Lo scrissi già. Se fossi stato Stasi avrei ripulito anch’io le mie scarpe perché non esiste dare vantaggi a una giustizia che si comporta come un sentenzificio.
Scusa, ma gli assassini è bene stiano in galera. Anche per mezzo di una magistratura che arranca. O meglio: che viene fatta arrancare dai responsabili politici perché questo Paese non è in grado di funzionare senza grandi zone legibus solutae, cioè con una magistratura e con organi inquirenti efficienti. Le responsabilità della Franzoni – così come di Stasi – erano a mio non infallibile avviso chiare e documentate fin dall’inizio. Fossero stati rumeni o marocchini – o palestinesi! – li avremmo già impiccati in piazza dopo i primi 30 secondi, guidati dall’eroico Feltri. Che peraltro ti prego di non portare ad esempio: non è il caso, specie su argomenti giudiziari. I due pesi e due misure – Berlusca&C SEMPRE innocenti, i poveracci, extracomunitari in testa, SEMPRE colpevoli – nulla hanno a che vedere col giornalismo, ma solo con la propaganda e l’intossicazione stile untori neppure manzoniani, ma bosso-alemanniani.
Io preferisco dieci colpevoli liberi a un innocente in galera. Ma ancor più preferisco un colpevole condannato, non necessariamente in galera, e un innocente assolto e meglio ancora neppure accusato. Un conto è mettere in galera senza prove uno che ha ucciso, un altro e rinunciare a mettere in galera un assassino quanto meno probabile, sovrastato da un mare quanto meno di indizi. Se la Franzoni o Stasi o chiunque altro sia colpevole o no lo dicono solo le sentenze, non Vespa o io o cuore di mammà. Però in attesa di processo chi è abbastanza ragionevolmente sospettabile di avere ucciso (ripeto: ucciso, non ruttato in pubblico) è bene stia in galera, se non altro per non inquinare le prove. Trovo massimamente vile che si voglia elevare al rango di prova provata la “confessione” (inventata di sana pianta) del rumeno dello stupro – quando anche i sassi sanno che una confessione in assenza di prove non vale un fico secco – e che si faccia finta di nulla di fronte al mare quanto meno di indizi che impiombavano la Franzoni e Stasi.
Quando Erica – aiutata dal suo eroico “fidanzatino” – massacrò a coltellate la propria madre e il fratellino (inseguito per le scale fin nella vasca da bagno, dove prima di finirlo a coltellate tentarono di affogarlo), diede la colpa a “due albanesi”. Anche un idiota avrebbe capito che raccontava balle (“uno dei due albanesi aveva la barba bianca”, più il resto), ma la stampa se la bevve avidamente: dalli allo “straniero”! Per fortuna gli inquirenti, mamme o non mamme, fecero un ottimo lavoro. Ma un Paese con il giornalismo ridotto così ha qualcosa che non funziona. Pagare le tasse e dover constatare che troppe cose non funzionano non è bene: oltretutto, significa che i soldi delle tasse vengono usati per fini diversi da quelli per i quali vengono ufficialmente prelevati dalle tasche di cittadini (quelli onesti). In tal caso però non di tasse di tratta, bensì di grassazioni. Prima o poi le grassazioni provocano rivolte.
pino nicotri
Non sono d’accordo sul tenere in galera la gente in attesa di processo. Non m’interessa se Feltri sia un essere perfetto: quando dice una cosa condivisibile, condivido. E riguardo il cosiddetto circo mediatico giudiziario sotto questo profilo vanno male tutti. I rumeni perché rumeni, Stasi perché privilegiato bianco dagli occhi freddi, la Franzoni perché ricca.
Sotto l’aspetto della spettacolarizzazione vessatoria sono-siamo tutti uguali ed è questa l’unica giustizia che abbiamo.
Chiunque di noi cada nelle maglie della azione penale farà ognuno secondo le proprie caratteristiche personali la medesima fine.
Perché aveva ragione il giudice di Tortora: la giustizia italiana è davvero una riffa.
In cui occorrono solo fortuna e Dio piacendo qualche mano truccata.
Ma è mai possibile che da noi tutto debba diventare mediatico?-Ha ragione Grillo,ormai l’informazione televisiva e sulla carta stampata è pilotata e di parte.Non è più reale,quindi eliminiamola e risparmiamo un bel pò dei ns.soldi che servono a finanziare l’editoria.E poi la beffa maggiore è che quando sbattono dentro chi risulta innocente (magari quando si è fatto dieci anni di galera) paghiamo noi e non loro.-