Visita <a href="http://www.liquida.it/" title="Notizie e opinioni dai blog italiani su Liquida">Liquida</a> e <a href="I widget di Liquida per il tuo blog">Widget</a>
pubblicato il 20 marzo 2009 alle 10:30 dallo stesso autore - torna alla home

Come mai il questore di Roma Giuseppe Caruso è ancora in carica? Sicuramente non compete a un questore accusare  pubblicamente qualcuno di avere commesso reati, come è accaduto nel caso dello stupro alla Caffarella

La pubblica accusa non rientra certo tra i compiti d’istituto per i quali un questore viene nominato e retribuito con danaro pubblico, vale a dire di tutti i cittadini. Eppure Caruso ci ha tenuto a reiterare in dichiarazioni alla stampa accuse di vario tipo contro i due rumeni arrestati per lo giuseppecaruso Giuseppe Caruso, un questore da cacciarestupro della Caffarella e rivelatisi – anche con l’esame del Dna – del tutto estranei alla vicenda. A pagina 3 di Repubblica di mercoledì 11 marzo si può per esempio leggere alla fine di una intervista fattagli da Massimo Lugli: “Ma, le ripeto, se la prova del Dna esclude la responsabilità materiale dello stupro questo non significa che i due siano scagionati. Complici o favoreggiatori, non abbiamo dubbi“. Meglio farebbe il questore di Roma a tenere per sé, o meglio per i magistrati competenti, le proprie perplessità SE (ripeto: SE) suffragate da elementi. Altrimenti stia zitto. Ci dica piuttosto, visto che si parla di Dna, come mai pur trattandosi di un esame fattibile in pochi giorni (come dimostra appunto la vicenda dei due rumeni), è stato fatto passare ormai quasi un anno senza smentire le panzane sulla “prova positiva” del Dna sulla famosa Bmw che dopo ben 25 anni si vorrebbe usata per “rapireEmanuela Orlandi. Fermo restando il fatto che la Orlandi non è stata rapita e che la famosa Bmw “color verde tundra” vista davanti al Senato il pomeriggio del 22 giugno 1983 NON c’entra un fico secco con la vicenda per il semplice motivo che NON era Emanuela la ragazza che un vigile urbano, ormai defunto, e un poliziotto, ormai in pensione, dissero di avere visto parlare con il conducente dell’ormai mitica automobile.

LA “CONFESSIONE” IN MONDOVISIONE – Una delle cose sconcertanti, e da peracottari, delle accuse dure a morire contro i due rumeni è l’insistere sia da parte del questore che da parte della stampa, compresi giornalisti di peso come per esempio Carlo Bonini di Repubblica, sul video della confessione “spontanea” di Alexandru Loyos Isztoika. Video spiattellato su tutti i siti internet dei giornali e che Caruso vorrebbe addirittura fosse trasmesso in mondovisione come prova di colpevolezza certa, acclarata e ormai indiscutibile: “Io vorrei che il video della confessione – dice infatti per esempio a Lugli – venisse diffuso in mondovisione: lo guardi, guardi la tranquillità con cui il fermato si esprime, guardi il suo viso, il suo corpo. Non mostra alcun segno di violenza ma neanche di stress. Si esprime con distacco, addirittura con nonchalance“. Se il questore della capitale di uno Stato democratico si esprime così, basa cioè sulle apparenze i verdetti di colpevolezza e per giunta ci tiene a dichiararlo pubblicamente, e nonostante tutto resta al suo posto, allora significa che qualcosa non funziona. E se i giornalisti gli danno pure retta, come hanno dato retta a Caruso anche sulla faccenda del video, allora siamo messi davvero non molto bene.

IL FASCINO INDISCRETO DELLA GIUSTIZIA “TELEVISIVA” - I motivi per cui un Loyos davanti a una telecamera può mentire, in buona o cattiva fede, possono essere infiniti, dalla mitomania al protagonismo, dalla demenza al volersi rendere simpatico al magistrato. O all’elettore.  Sono anni che i nostri politici davanti alle telecamere di tutti i tipi e di tutte le ore vantano mirabilia, e per quanto parlino senza “alcun segno di violenza ma neanche di stress“, per dirla con le parole di Caruso, anche i sassi sanno che si tratta di panzane. Per non dire della signora Annamargiornalisti Giuseppe Caruso, un questore da cacciareia Franzoni, la mamma di Cogne assassina di un suo figliolo, la cui calma sorridente poteva far fessi solo un furbo di tre cotte come Bruno Vespa e qualche innocentista di professione – e a pagamento – come per esempio l’avvocato Taormina (che però all’inizio, per dare addosso ai magistrati come si usa in Casa Berlusconi, era colpevolista). Ammesso e non concesso che Taormina si sia mai bevuto senza batter ciglio le amene storielle della calmissima e sempre sorridente signora. Per non parlare della brutta storia del massacro di Erba e annesso comportamento indecente della stampa, che quando non ha potuto più fare il tifo per la feroce signora Rosa Bazzi e annesso maritino ha comunque cercato di trovare il pelo nell’uovo. Per alleggerirne le colpe, la stampa, specie quella “padana”, è arrivata a tentare di avvalorare le fantasiose accuse della belva Rosa quando s’è dipinta come vittima dell’ormai immancabile stupro se c’è di mezzo un “marocchino” o roba simile. “Mi ha stuprato!“, ha sostenuto senza arrossire la Rosa avvizzita, ma rossa di sangue, riferendosi al tunisino Azouz, marito e padre delle vittime eppure immediatamente sbattuto nelle prime pagine come l’assassino. Che uno giovane e bello come Azouz potesse impazzire – fino allo stupro! – per un monumento al grigiore fegatoso come la ormai stagionata signora Bazzi lo poteva credere solo la stampa “padana” come lei. Una volta assodato che l’assassino della propria moglie e figlio non era lui, Azouz è stato comunque tirato in ballo per altri reati “a latere”: guarda caso, come per i due rumeni della Caffarella. Il copione si ripete, ormai è consolidato. Un classico.

L’INCIVILTA’ DEI GIORNALISTI – Un bell’esempio di inciviltà lo danno anche i giornali che per l’arresto dei due rumeni hanno sparato titoli come “Arrestati i colpevoli dello stupro della Caffarella“. Non i “presunti colpevoli”, si badi bene, come sempre si dice non solo quando c’è di mezzo un Cavaliere o un suo avvocato condannato in primo e secondo e terzo grado, ma proprio i “colpevoli”. Per lo stupro di Guidonia a gennaio un giornale che si picca di chiamarsi Il Riformista ha addirittura titolato a grandi lettere in prima pagina “Branco rumeno“, però quando il branco è italiano il titolo non lo dice, è meno vergognoso. Come a dire che qualcuno titolasse “Branco giornalista” per le cazzate che sempre più a piene mani tracimano anche sui giornali più autorevoli. Quando si tratta di stupro di gruppo il branco non ha nazionalità, è sempre e solo “branco maschile“. Strano, e grave, che l’Ordine dei giornalisti, sempre pronto a intervenire e a comminare sospensioni dalla professione per cose molto ma moooolto meno gravi, in questi casi se ne stia SEMPRE zitto e a cuccia. Poi ci si lamenta se qualcuno vuole abolire l’Ordine o se quando vede un giornalista inarca le sopracciglia o mette mano allo scetticismo.

IL GARANTISMO A SENSO UNICO – Insomma, siamo alle solite: garantismo sì, ma solo quando ci fa comodo, e cioè meglio se a favore dei potenti o almeno dei “nostri”. Soprattutto se si tratta di “pura razza ariana” come le Bazzi, per quanto piuttosto tozze e cozze, o strafiche come le scoperecce Amanda o le Erika accoltellatrici efferate di mamma e fratellino, o se si tratta di fidanzatini angeli biondi come Alberto Stasi, un altro innocente a tutti i costi anche contro le prove provate. Talmente innocente per definizione da conservare miracolosamente le suole delle scarpe immacolate pur dopo avere camminato sul lago di sangue della fidanzata ammazzata  - come in un bis di Cogne – in casa propria a Garlasco “chissà da chi“. Se si tratta di “branco padano” o di “mostro padano” o comunque nostrano, sulla nazionalistupro caffarella Giuseppe Caruso, un questore da cacciaretà è meglio sorvolare. Ma se è un “extra”, allora vai giù duro con l’accusa e sbatti il mostro in prima pagina. Se poi i mostri sono più d’uno, allora è una apoteosi, un tripudio dell’accusa ossessiva e, come diceva Totò, “a prescindere“. Se però questo gioco cominciano a giocarlo  – pubblicamente! – perfino i questori, per giunta della capitale, allora “no bbuono!“.

LA PERICOLOSA DERIVA DELLA SOCITA’ ITALIANA – Tutto ciò lo diciamo non per moralismo o perché “politicamente corretto“, ma per avvertimento. Avvertimento contro pericoli niente affatto trascurabili o passeggeri. Quando una società si lascia sistematicamente impaurire da pericoli gonfiati ad arte per distoglierla dai veri motivi della sua crisi, come per esempio la nostra attuale dura crisi anche economica, poi si lascia anche mettere sistematicamente in caccia di capri espiatori. Fino a discriminare anche in fatto di giustizia e reati tra “i suoi” e “gli altri”. A quel punto però si tratta di una società  che si sta lasciando spingere verso il baratro, sente odore di sangue e non vede l’ora di menare le mani. Con esiti che possono essere tragici. Oltre che ancora una volta autolesionisti e con danni prolungati.

13 commentistampa - fallo leggere