Interni

Fuga dei cervelli. Al contrario

19 marzo 2009

Negli Stati Uniti è un laureato, con un impiego di primo livello. In Italia i suoi studi non contano niente. Storia di Giovanni e di un paese all’incontrario

In America è un professore. In Italia a malapena ha la licenza media. Giovanni, che viveva e lavorava negli Stati Uniti, ad agosto è dovuto rientrare in Italia a causa di alcuni problemi personali, piuttosto importanti. Oltreoceano, dicevamo, Giovanni aveva un lavoro prestigioso all’università di Towson (cittadina vicino Baltimora, nel Maryland, quella della Black&Decker per intenderci). Altro che baroni nostrani o tagli alla ricerca. E pure lo stipendio – non ha problemi ad ammetterlo – non era affatto male. Ma sul più bello, così è stato per Giovanni, accade che l’imprevedibilità della vita ti ponga di fronte a una scelta difficile, ma dall’esito scontato. Arrivederci lavoro prestigioso, arrivederci America: si torna in Italia.

THE STORY SO FAR – Giovanni ha trent’anni. Nel 2001 si laurea in Biologia alla Towson University. Nel 2004 ottiene il master in Ingegneria del software, mentre nel 2007 consegue il dottorato in Informatica applicata. Nel frattempo lavora all’interno dell’università dove ricopre diversi ruoli, fino a diventare “mentore” per un corso di biologia. “È in quel periodo che mi sono appassionato all’insegnamento“, ricorda. Passano alcuni anni e tra master e dottorato inizia a curare il sito internet dell’asilo dell’università per gli studenti con figli a carico. Già dal 2004 è assistente al Dipartimento di Informatica e nell’agosto del 2007 viene promosso docente a tutti gli effetti. E pensare che negli States, quando arrivò a sedici anni con padre e fratello, sarebbe dovuto restare pochi mesi. “Arrivai a Washington il 25 luglio del 1995 – racconta -, ma ero solo di passaggio. In realtà dovevo recarmi in Texas, ospite in una famiglia, per uno di quei programmi di studio all’estero. Mi accompagnarono mio fratello e mio padre, il quale volle passare per Washington per avvertire del mio arrivo alcuni suoi amici che vivevano lì. Nel frattempo venni a sapere che la famiglia del Texas non poteva più ospitarmi e quindi mi cercai un’altra sistemazione. Andai a vivere con una signora colombiana che faceva la pulizie all’ambasciata italiana. Mio padre ripartì dopo tre giorni, mio fratello si fermò ancora qualche tempo. Anche io sarei dovuto ripartire prima o poi. Invece ho preso il diploma e sono rimasto negli Stati Uniti per 13 anni”. Davanti a un caffè Giovanni mi spiega che a Roma era tornato altre volte per far visita alla famiglia. E che, neanche a farlo apposta, due anni fa si era recato al provveditorato agli studi per chiedere informazioni sulla convalida dei suoi titoli accademici in vista di un eventuale ritorno in Italia.

Cosa ti dissero all’epoca?
Mi tranquillizzarono dicendomi che avrei potuto fare tutto da qui. Non c’era bisogno di recarmi all’ambasciata in America, l’importante era presentare tutta la documentazione e loro mi avrebbero convalidato il diploma di liceo e il master. Non la laurea, per quella  avrei dovuto contattare la facoltà di riferimento dell’Università qui a Roma, mentre il riconoscimento del dottorato, essendo un titolo internazionale, non sarebbe stato un problema.

E invece?
E invece, una volta rientrato in Italia, la stessa persona con cui parlai al provveditorato due anni prima mi ha spiegato che l’intera documentazione va presentata in Tribunale o all’ambasciata statunitense per le traduzioni autenticate con la firma dell’autocertificazione. Fin qui tutto bene, in teoria. A novembre mi sono recato all’università La Sapienza, alla facoltà di riferimento, per verificare quanto sostenuto dal provveditorato in merito all’approvazione della laurea. Ma in realtà ho scoperto che non hanno la più pallida idea di come funzioni la pratica per la convalida dei titoli di studio. Dalla segreteria amministrativa mi hanno spedito alla segreteria didattica. Successivamente ho parlato con un professore, il quale candidamente mi ha suggerito di iscrivermi al triennio, sostenere gli esami mancanti e valutare quali, di quelli già sostenuti in America, è possibile convalidare. Ovviamente gli ho fatto notare di essere già in possesso del dottorato, ma il suo assistente a quel punto mi ha risposto: “Il dottorato non fa punteggio ai fini pubblici, se ce l’hai o non ce l’hai è la stessa cosa”.

Nessuno ti ha saputo fornire risposte migliori?
A parte la persona che alla segreteria didattica mi ha detto “Ma chi te lo fa fa’, ma perché non te ne rivai?”, alla segreteria degli studenti internazionali è spuntata un’altra questione. Intanto mi hanno confermato che le pratiche spettano all’università e non al provveditorato. Però in seguito mi hanno spiegato che secondo un decreto del Miur tutte le traduzioni riguardanti la documentazione devono essere fatte dall’ambasciata italiana in loco, per cui dovrei tornare in America contrariamente a quanto mi era stato detto in un primo momento. Inoltre il dottorato in Italia viene riconosciuto solamente in caso di laurea già convalidata. E non è il mio caso. Insomma, per ottenere qualcosa dovrei rimettermi sui libri.

Anche in altre parti d’Europa ti avrebbero fatto tutte queste storie?
Non so risponderti con esattezza. Posso però dirti che prima di tornare in Italia per i problemi a casa avevo delle prospettive di lavoro in Irlanda, sempre a livello accademico, e stavo prendendo in considerazione l’ipotesi di trasferirmi. Poi la cosa non è andata in porto, ma non a causa dei miei titoli di studio convalidati o meno. Molto semplicemente perché hanno assunto al mio posto una persona ritenuta più qualificata per quel tipo di lavoro.

E ora cosa fai?
Adesso sono in trattativa con un privato per un lavoro da programmatore, ma è poco – con rispetto parlando – rispetto a quello per cui ho studiato. Ad ogni modo abbiamo una piccola azienda in famiglia che permette un po’ a tutti di lavorare secondo i nostri studi. Io, ad esempio, curo la parte informatica. Infine ho dei miei progetti da portare avanti. Nella vita comunque mai dire mai. Potrei sempre decidere di ripartire, prima o poi…

6 commenti a Fuga dei cervelli. Al contrario

  1. non potremmo vendere qualche cretino all’America e con quei soldi pagarci gli intelligenti?

  2. Per prima cosa, Fabio, benvenuto tra noi. Anche se il miglior benvenuto te lo sei dato praticamente da solo con questa ottima intervista.

    Un inizio promettende su un argomento disperante. Le due cose sembrano in correlazione di proporzione diretta.

    Fortunatamente per gli USA il viaggio nella direzione opposta è ben più facile, semplice e diretto. Poi magari ti spremono come un limone, ma almeno hai la possibilità di dimostrare tutto il tuo valore, e non solo il valore di un titolo di studio.

  3. gloria

    beh, non ha certo bisogno che la burocrazia italiana certifichi la sua preparazione. Nessun pezzo di carta potrà mai farlo. Son sicura che presto troverà nuovamente modo di esprimerla al meglio. @Giovanni:in bocca al lupo, anche per la tua azienda di famiglia

  4. FrancescO

    Fermando la ricerca si fermerà il Paese, anzi è già fermo, anzi stiamo regredendo. Probabilemnte sarò un cervello in fuga. Non c’è alternativa. Ma il grande controsenso è che lo Stato investe, poco rispetto agli altri paesi avanzati, ma pur sempre investe, per avere un laureato. E poi lo fa scappare all’estero, a far sviluppare e arricchire altri Stati. Se tutti quei miliardi scialacquati in alitalia, banche, ponte, truppe di “pace”, ecc… fossero stati investiti in centri di ricerca e sviluppo sarebbe stato un investimento veramente utile all’Italia.

  5. Capa Gira

    Con tutto il rispetto, non mi pare un problema di fuga di cervelli (di phd in informatica ne sforniamo parecchi) quanto uno burocratico di equipollenza dei titoli

    Trovo anche strano che si vogliano far valere titoli conseguiti in un paese dove gli stessi non hanno lo molto meno valore che qua

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