Mauro Icardi contro i tifosi: basta con la dittatura delle curve

17/10/2016 di Boris Sollazzo

MAURO ICARDI CONTRO I TIFOSI –

Mauro Icardi contro la Nord. Non sarà la prima volta, né l’ultima.

E tutti ad attaccarlo – anche se vanno fatti i complimenti a Ilaria D’Amico per essere stata tra le poche a non accodarsi – perché il ragazzo gode delle antipatie diffuse del popolino e perché a mettersi contro gli ultras non conviene mai.

In fondo Maurito le ha tutte per essere il colpevole perfetto: bello e con faccia da schiaffi, ha rotto il sacro tabù dello spogliatoio – le mogli dei compagni si portano a letto di nascosto, magari i tifosi ci fanno un coro su, ma poi non te le sposi -, posta sui social più di Balotelli, ha nemici illustri (Maradona e Messi, oltre che Maxi Lopez ovviamente) e ha in Wanda Nara, troppo intelligente e abile (anche come procuratrice) per essere la procace moglie di un calciatore, un target perfetto per il maschilismo calcistico.

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In più l’ipocrisia politicamente corretta dei buonisti paraculi fa il resto: così se il tuo capitano viene attaccato da più parti, probabilmente anche per negligenza, ecco Javier Zanetti (vi siete mai chiesti perché lui è vicepresidente della Beneamata, mentre Paolo Maldini al Milan non è mai rientrato? Sta nei rapporti giusti con i capotifosi giusti) e Ausilio difendere la sacra onorabilità della curva contro il loro maggiore investimento.

La colpa di Icardi è questa. Racchiusa in 3 pagine della sua autobiografia “Sempre avanti – La mia storia segreta” di Sperling&Kupfer, dedicate alla tifoseria estrema dell’Inter, dove l’argentino racconta la sua verità di un dopopartita a Sassuolo.

Ho trovato il coraggio di affrontare la Curva a fine gara, insieme a Guarin. mi tolgo maglia e pantaloncini e li regalo a un bimbo. Peccato che un capo ultrà gli vola addosso, gli strappa la maglia dalle mani e me la rilancia indietro con disprezzo. In quell’istante non ci ho più visto, lo avrei picchiato per il gesto da bastardo appena compiuto. E allora inizio a insultarlo pesantemente: “Pezzo di merda, fai il gradasso e il prepotente con un bambino per farti vedere da tutta la curva? Devi solo vergognarti, vergognatevi tutti”. Detto questo gli ho tirato la maglia in faccia. In quel momento è scoppiato il finimondo. Nello spogliatoio vengo acclamato come un idolo… I dirigenti temevano che i tifosi potessero aspettarmi sotto casa per farmela pagare. Sono pronto ad affrontarli uno a uno. Forse non sanno che sono cresciuto in uno dei quartieri sudamericani con il più alto tasso di criminalità e di morti ammazzati per strada. Quanti sono? Cinquanta, cento, duecento? Va bene, registra il mio messaggio, e faglielo sentire: porto cento criminali dall’Argentina che li ammazzano lì sul posto, poi vediamo. Avevo sputato fuori queste frasi esagerate per far capire loro che non ero disposto a farmi piegare dalle minacce. Una settimana dopo, un capo storico viene da me: pretende ancora le mie scuse. “Non devo chiedere scusa a nessuno di voi, se vi va bene perfetto, altrimenti ciao… Oggi fra me e i tifosi della Nord c’è rispetto reciproco, come è giusto che sia. Anche loro hanno un ruolo importante per il successo della squadra…”.

Al netto della grave sparata sui criminali argentini, da bullo (ma a toni violenti si risponde con toni violenti in questa logica dialettica pseudogladiatoria), è la cronaca un po’ vanesia di una scena vista e rivista negli ultimi anni. Tifosi che pretendono la gogna pubblica, giocatori a testa bassa a subirla, con quelli che invece reagiscono e magari restituiscono qualche insulto a far la parte dei cattivi.

Un po’ come su Facebook la massa lincia il singolo: il leone da curva non è diverso da quello da tastiera. In centinaia si burlano, si ergono a paladini, singolarmente vanno a chiedere civilmente le scuse, se sono coraggiosi.

Oggi, probabilmente, Maurito perderà una fascia consegnatagli con la stessa fretta con cui ha voluto fare un’autobiografia. Michele Dalai, interista ed editore, oltre che autore di splendidi libri e articoli sul calcio, gli ha dato la sua solidarietà ma anche sferzato con una battuta geniale

(Farsi) scrivere un’autobiografia a 23 anni e senza vittorie è come esultare al primo km di una maratona. Ciò nonostante #iononfischioicardi

Ha ragione Dalai. Ciò nonostante, è Icardi la vittima. Del bullismo delle curve, che ricattano società e calciatori con quell’amore morboso, con una strategia della tensione che ti costringe a un’alleanza permanente, a foraggiarli con biglietti e magari prebende (non sono poche le società che delegano loro parte del merchandising), a perdere la tua indipendenza. Ausilio e Zanetti che fanno? Non difendono il simbolo, il patrimonio più prezioso, l’investimento più oneroso dell’estate, che nei contenuti ha semplicemente tenuto testa all’arroganza fascista di tifosi che – bambino o non bambino: gli ultras sostengono che sia una bugia, ma poco importa – hanno ritirato in campo la maglia, hanno insultato due calciatori rei di aver difeso la propria dignità con civiltà. Si fanno zerbino e dicono che Icardi, padre di famiglia e non discotecaro non dimentichiamolo, bravo ragazzo tendente a qualche fanfaronata di troppo tra macchine sportive e aftersex audaci, avrebbe mentito pure sull’ovazione dei compagni nello spogliatoio (su cui saremmo pronti a giurare, conoscendo l’insofferenza dei tesserati verso quegli atteggiamenti). “Togliti la fascia, pagliaccio” gli dicono, alzando i toni. Mettendo striscioni pieni di insulti – neanche i primi -, lo additano come “vile merdaccia” e Ausilio e Zanetti si fanno loro portavoce, di fatto.

L’intero stadio li contesta, quei tifosi. Ma non la società, non i compagni (ci sta, tutti stranieri e probabilmente semplicemente increduli del clima creatosi nella partita contro il Cagliari), nessuno si schiera con Mauro Icardi, se non la San Siro che tifa in modo non “organizzato”. Lui fa un comunicato in cui si costringe a un parziale dietrofront. E già questa sarebbe un’ingiustizia. Ma lo fa. Alla società e agli ultras non basta. E’ una lotta di potere, Icardi deve “morire”, sportivamente parlando.

E il bello è che se proprio vuoi preoccuparti dei tifosi, devi essere per lo meno attento nel difenderti. Leonardo ha ricordato ieri che con il contratto milionario, al Milan, firmava diverse centinaia di pagine di codice comportamentale. Nei contratti di diritti d’immagine del Napoli di De Laurentiis senza farla leggere in società non puoi scrivere nemmeno una prefazione a un libro di favole. Ma nella società con più dirigenti in serie A, l’internazionale un po’ indonesiana e molto cinese, nessuno ha pensato di leggere in anteprima il manoscritto in questione. Nessuno ha pensato di informarsi su cosa avesse scritto il proprio capitano. Anche solo, magari, per vedere se parlava male di un altro tesserato, se svelava segreti da spogliatoio o dirigenziale. Se tutelava l’immagine della società. No, lì si preoccupano di coprire lo sponsor sulle maglie d’allenamento per fare qualche dollaro in più. Eppure erano solo 168 pagine, ci sarebbe voluto meno di una partita di calcio. 90 minuti senza recupero e sapevi tutto.

Insomma, alla Beneamata o sono in malafede o non sanno fare il loro lavoro. Se l’hanno letto, hanno dato ragione al loro capitano. Se non l’hanno letto, non dovrebbero fare i dirigenti neanche al Bagicalupo (che poi, a Dell’Utri, una cosa così mica sfuggiva).

P.S.: nessuno vuole prendersela con i tifosi e la comunità ultras. Quella vera, ieri, salutava Luca Svizzeretto con uno striscione commovente e semplice “Ciao Luca”. I Boys, agli insulti a Icardi – che da anni si porta sulle spalle una squadraccia – ha preferito ricordare uno di loro. Un cuore puro, un tifoso vero. Che ha sempre dato il rispetto che pretendeva dagli altri.

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