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Il codice e gli algoritmi, il centro del potere del mondo digitale

Bisogna aprire una riflessione diffusa sullo strapotere del codice e degli algoritmi con cui esso funziona in questo mondo digitale, che ha sostanzialmente annullato ogni intermediazione nella comunicazione moderna.

Come dice Alexandro Galloway, uno dei più autorevoli critici contemporanei del software, e come sottolinea Michele Mezza su www.digidig.it, “il codice è il motore della rete, il vero principio attivo che trasferisce continuamente agli utenti senso comune, insieme alle istruzioni con le quali risolve i mille problemi che istintivamente deleghiamo ogni giorno ai nostri sistemi digitali”.

Un punto di partenza fondamentale per chi opera nella comunicazione sulla Rete, perché adesso codice e algoritmi rappresentano, per chi li usa e per chi li detiene, la forma di potere maggiore dell’era moderna. E la concentrazione di produzione degli stessi e dei software in generale, finché rimarrà in mano a pochi gruppi e non invece libero e condiviso, riscrive gerarchie sociali ed economiche che inevitabilmente portano a squilibri pericolosi. Può sembrare la visione marxista sul capitalismo, sui mezzi di produzione e distribuzione e, in effetti, non vi si allontana: l’economia come tutti gli altri motori del progresso, si concentrano ormai su questi binari che non sono ovviamente, solo comunicativi, ma veri e propri veicoli.

Sempre nel già citato articolo, così come all’Internet Festival di Pisa la scorsa settimana, dal 6 al 9 ottobre, si è analizzato a fondo “un fenomeno di sempre più vasta automazione di comportamenti fisici e intellettuali” e di come “si stia configurando una forma di potenziale dominio da parte dei titolari delle nuove intelligenze artificiali”. Può sembrare, detta così, una speculazione intellettuale alla Asimov, ma in queste condizioni esistenziali e non solo tecnologiche rappresenta invece un punto fondante di ciò che siamo qui ed ora. Già perché è come se la rivoluzione industriale, la concentrazione latifondistica, le bolle finanziarie, la concentrazione delle ricchezze e persino quella, statale e centralizzata e non, viaggiassero non più separate ma insieme, contemporaneamente, su quelle sequenze di numeri e algoritmi. Eppure sono riflessioni che invece, per ignoranza e sottovalutazione, finiscono per essere ancora rinchiuse in una nicchia di alfabetizzati di alto livello, lasciando la massa ignara di ciò che sta accadendo negli ultimi anni e dei rischi a cui sono esposti ogni giorno.

Proprio Mezza rileva come “oggi vediamo la necessità di un intervento sociale e giuridico non solo sulla concentrazione della proprietà di software e algoritmi, ma direttamente su tutti i processi di elaborazione e sviluppo di queste potenze digitali, che interferiscono con la nostra vita, guidando i nostri comportamenti , orientando i nostri linguaggi, condizionando i nostri pensieri. Questi sistemi algoritmici devono, proprio per la loro irrecintabile potenza e pervasività, essere riconosciuti di interesse pubblico. Devono essere uno vero spazio pubblico, come filosofi ed economisti nel secolo scorso hanno convenuto su istituti quali appunto scuole, ospedali, telecomunicazioni”.

E’ necessario che tutto questo trovi una nuova piattaforma di dialogo e di inquadramento legislativo ma che, soprattutto, si eviti lo strapotere di un’oligarchia digitale che schiaccerebbe miliardi di persone sotto un nuovo giogo. E allora non possiamo che condividere le conclusioni dell’articolo di Mezza. “L’algoritmo come spazio pubblico, la trasparenza nei processi di automatizzazione delle attività discrezionali, la modificabilità e adattabilità di codici e software, sono oggi le condizioni perché la rete possa realmente confermare le promesse di promozione, liberazione e soddisfazione reale che sono alla base della sua diffusione e condivisione globale”. Perché la Rete rimane la più grande delle opportunità, non può diventare la museruola della libertà.

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