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7 motivi per cui l’Italia non merita i suoi giovani. Che fanno bene ad andare all’estero

Facciamo finta che il problema non esiste. Come sempre. Ma c’è, eccome: l’emorragia di giovani in questo paese e non accenna a fermarsi. Anzi, aumenta costantemente. E se anche la “fuga” non è mai una buona risposta, ormai è giusto che sia così. Non è un paese per giovani, l’Italia, e francamente ci sono almeno 7 ottimi motivi per cui gli under 40 dovrebbero andarsene da qui. Anzi, devono.

1. Se le risposte alla disoccupazione giovanile sono il Jobs Act – a Napoli si chiamano pezze a colori, nonostante la legge non sia tanto da buttare, anzi, non considera i meccanismi del mondo del lavoro attuale, vili, predatori e ricattatori – e l’Ape per prepensionare (e magari destinare a profumate consulenze) gli splendidi 60enni, non c’è ragione di aver fiducia in questo paese.

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2. L’umiliante esperienza che in questa penisola è la ricerca di un lavoro. Curriculum inviati senza risposta? La normalità. Se si supera la barriera dell’indifferenza dell’80% dei possibili interlocutori, c’è un 10% che pensa bene di proporti un contratto quinquennale. Non come quello dei calciatori, ma da stagista. Anche se hai più esperienza del tuo capo. Spesso gratuito, a volte con un rimborso spese che corrisponde alla vostra paghetta del liceo. L’ultimo 10% ti dedica un imbarazzante colloquio (qui troverete dei consigli per passarlo) in cui tu ti fingi un analfabeta che assicura con il sangue di non volere rinnovi o adeguamenti contributivi neanche se offerti ma una fedeltà fanatica alla causa. Provate all’estero a fare lo stesso: nel peggiore dei casi riceverete in cambio una moneta sconosciuta dalle nostre parti, il rispetto.

3. Se hai meno di 40 anni, non ti considereranno mai credibile. In un paese gerontocratico, il più fortunato dei giovani (spesso invecchiati all’ombra di un precariato gregario) è quello che trova le simpatie paternalistiche di un padrino-barone a cui consacrare anche il proprio primogenito e a cui consegnare lo ius primae noctis sulla propria compagna (o compagno). Se hai l’incoscienza di provare un’attività privata, ti scontrerai con i mostri della burocrazia, l’incapacità di un paese di farti accedere ai finanziamenti europei, una cittadinanza vecchia dentro che non cambia le sue abitudini, che siano nel consumo di prodotti o nella fruizione intellettuale, neanche sotto tortura.

4. Secondo la Caritas sono quasi triplicati (da 1,8 milioni a 4,6) i poveri in questo paese. Sotto la soglia della sopravvivenza dal 2007 sono finiti soprattutto giovani, ormai disoccupati cronici, e le famiglie con un solo figlio. Che vuol dire? Che la crisi e un’Italia incapace di coltivare il futuro condanna i suoi giovani ad agonizzare in un inferno di lavori in nero, non occupazione, indigenza calmierata dalle famiglie vampirizzate da uno Stato inesistente come ammortizzatore sociale ombra. Fuggire dall’Italia è anche salvare i propri genitori da questa trasfusione e se stessi da una lenta morte sociale ed economica.

5. Lavoratori di tutto il mondo, disunitevi. Soprattutto se precari. I sindacati dopo aver favorito la “flessibilità”, hanno pensato bene di non difendere mai quella generazione che hanno contribuito a demolire. Di contro i “flessibili” hanno imparato a piegarsi senza spezzarsi e a non lottare mai insieme. Altrove i diritti dei lavoratori sono più rispettati e quando, come in Francia, provano a metterli in discussione, scendono in piazza, insieme. E lottano, combattono, non di rado vincono.

6. Pensate, se hai successo altrove, non tentano di destabilizzarti e a volte di eliminarti. Si chiama sindrome D’Alema: uno con 20 anni di meno prende il potere e tu non cerchi, magari, di riprendertelo. A lui basta far fuori il vincitore, l’etica della sconfitta della sinistra è soprattutto quella altrui, meglio se nello stesso partito. Da Veltroni a Renzi, cambiano le vittime, non la generazione di cacciatori. E questo vale per qualsiasi rapporto di lavoro.

7. La pavidità del sistema. E di chi è al comando, che venera lo status quo. Non è vero che non esiste la solidarietà generazionale in Italia. Sopra i 50 anni, sono graniticamente solidali. Tra di loro. E ti annullano professionalmente, usandoti come zerbino, e sfottendoti dicendo che sei “giovane” anche se hai 49 anni, tre figli, 183 esperienze professionali nel curriculum che abilmente nascondi per non sembrare overqualified (ricordate Sermonti in Smetto Quando Voglio? “Lei è laureato?”, “no, è stato un errore di gioventù, ho già chiesto la revoca”) e tre matrimoni alle spalle.