Italicum, minoranza Pd: lo strappo resta a metà. Unità precaria tra Bersani e Cuperlo

Italicum

La sinistra Pd non partecipa al voto sulla mozione di maggioranza. Poco più che una dichiarazione di intenti. Ma le "sfumature" restano, con l'ex presidente dem più dialogante: «Atto di apertura, ma non basta»

Quel che non fotografano i numeri, lo racconta il Palazzo. Può bastare una semplice dichiarazione d’intenti, la mozione della maggioranza Pd – Ncd sull’Italicum approvata a Montecitorio, per rischiare di mettere in crisi l’unità (fragile) tra le minoranze del PD. Perché se la decisione comune di non partecipare al voto maschera in Aula la distanza tra la corrente di Bersani e Speranza e la Sinistra dem di Cuperlo, in realtà le divergenze restano. Tutt’altro che semplici “sfumature”. Con il rischio che si consumino nel passaggio cruciale della legislatura: quel referendum costituzionale sul quale già la vecchia Ditta bersaniana minaccia da tempo lo strappo, legando l’eventuale sostegno alle modifiche della legge elettorale. Ma senza aver preso ancora una posizione definitiva.

ITALICUM, PASSA LA MOZIONE. MINORANZA PD NON VOTA

«Se si votasse domani, voterei No», aveva affondato l’ex segretario  dalla Festa dell’Unità di Roma, contestando le (presunte) aperture di Renzi sull’Italicum. Poco è cambiato dopo una giornata di (ordinario) tatticismo a Montecitorio. Bocciato il documento di Sinistra italiana, che bollava come “incostituzionale” la legge in vigore da luglio per la Camera, chiedendo che venisse cestinata. Passa invece, al di là della mancata unità al Nazareno, la linea del presidente del Consiglio. Poche righe, frutto delle mediazioni tra il capogruppo dem Ettore Rosato e il Nuovo centrodestra di Lupi e Alfano, che poco o nulla chiariscono sulle reali intenzioni del premier. Così come sui tempi. Basta leggere il testo:

«La Camera si impegna ad avviare, nelle sedi competenti, una discussione sulla legge 6 maggio 2015, n. 52, al fine di consentire ai diversi gruppi parlamentari di esplicitare le proprie eventuali proposte di modifica della legge elettorale attualmente vigente e valutare la possibile convergenza sulle suddette proposte».

Un semplice “impegno”. Quasi «tautologico», contestano le diverse anime della sinistra Pd. Troppo poco per Speranza & Co. Convinti che il premier voglia soltanto prendere tempo, per poi non cambiare nulla. «A tutto c’è un limite, voglio ricordare che le volpi finiscono in pellicceria», è l’affondo di Bersani, che finisce per sdoganare pure una citazione da Prima Repubblica, quella che il socialista Bettino Craxi rivolse al democristiano Andreotti. Cambiano i tempi, restano retorica e slogan: «Il pellicciaio ha fatto una brutta fine», ribattono i renziani, secondo cui la minoranza Pd vuole soltanto giocare al rialzo, mettere in difficoltà Renzi. E riprendersi il partito. «Per mesi hanno chiesto modifiche alla legge, incomprensibile che ora non votino a favore della mozione», provoca pure Emanuele Fiano.     

ITALICUM, LE GRANE DELLA MINORANZA PD.

Nulla da fare, per la minoranza è «soltanto una manfrina, un bluff». Tanto che già prima della riunione di Sinistra riformista, la corrente bersaniana, rivendica: «Non possiamo votare la mozione, è indefinita e vaga». Quel che è certo è che non sia abbastanza per garantire l’unità del Pd, di fronte a un testo scritto dai vertici dem insieme agli alfaniani di Area popolare e con Centro democratico, poi votato anche dall’ALA di Denis Verdini. Né la mozione spinge i bersaniani a cambiare opinione sul referendum: «Soltanto una furbizia di Renzi per dire che ha offerto una sponda alla minoranza e non l’abbiamo presa in considerazione,  attacca pure Davide Zoggia. Tradotto, spiegano ke fonti interne più oltranzisti, al momento non ci sono spazi per il “Sì” della minoranza di Bersani al referendum. Indietro non si torna.

BERSANI E CUPERLO: COSÌ VICINI COSÌ DISTANTI

Al Nazareno, però, le sfumature tra le minoranze non passano inosservate in casa renziana. E non è nemmeno un caso che l’accordo tra le opposizioni interne venga raggiunto per telefono, dopo due riunioni separate in Parlamento: nella sala Pietro Salvadori i bersaniani, in quella Aldo Moro, un piano più in basso, i deputati vicini all’ex presidente dem Cuperlo.

La linea dell’ex capogruppo Speranza resta la più intransigente. Tanto che alla riunione Pd della Camera attacca «una mozione generica». Un testo che, per il candidato in pectore della Ditta al prossimo Congresso, continua «solo il gioco a nascondino».

Eppure, non è una novità, i bersaniani restano nel limbo, peccano di coraggio. E, come avvenuto già altre volte in Aula, strappano soltanto a metà. La strategia del penultimatum: niente contrarietà, niente no. Soltanto un segnale politico. «Lo facciamo per dignità e per non non rompere un filo che ancora ci può essere», rivendica Speranza. Ma la sinistra Pd non vota nemmeno la mozione di SI, che esulta comunque per «aver messo in difficoltà e costretto il Pd di Renzi a occuparsi dell’Italicum».

Ma è dentro la minoranza Pd che si rischia l’implosione. E di arrivare in ordine sparso al nodo cruciale del referendum. Già altri deputati della minoranza hanno deciso di votare a favore sulla mozione in Aula sull’Italicum, come Margherita Miotto e il prodiano Franco Monaco, oltre al lettiano Marco Meloni (Rosy Bindi era invece in missione, ndr). E pure Sinistra dem, pur accodandosi alla linea di Bersani e Speranza, usa toni più aperturisti. Lo stesso  Cuperlo  considera «un atto di apertura» la mozione su una legge prima considerata intoccabile da Renzi. «Ci dicevano che veniva copiata dall’estero, ora apprezziamo il passo indietro. Anche se non basta. Deve tradursi in un atto concreto», spiega Pollastrini.

Certo, Cuperlo concorda sul fatto che la mozione «non indica tempi, modalità e forme per cambiare la legge elettorale», allo stesso modo come spiega che «sarebbe incomprensibile votare no dopo aver chiesto per mesi di modificare l’Italicum». Ma è costretto a non partecipare «per la timidezza e la reticenza» con cui la mozione è stata scritta. Una scelta «sbagliata» per il vicesegretario dem Lorenzo Guerini, che non chiude però a possibili confronti futuri. «Discutiamone. Ne parleremo in Direzione? Vedremo, il tempo c’è», replica. Ma un vertice del parlamentino, seppur evocato in Transatlantico, in agenda non c’è. E lo conferma pure Rosato.

Chiaro che il Pd spinga ora opposizioni, alleati e minoranze a “scoprire le carte“. «Quando abbiamo approvato l’Italicum mancava una legge. Oggi, invece, una legge c’è. E per noi va bene. Ma siamo disponibili a discutere», è la linea dei vertici.

Ma la minoranza Pd vuole che intervenga il partito con una sua proposta, subito. Non è un caso che sia quasi l’unica a lanciare una proposta, presentando a Palazzo Madama il “Mattarellum 2.0“, che prevede l’elezione in collegi uninominali per 475 deputati, a turno unico, mentre gli altri 155 seggi sono così distribuiti: 90 come “premio di maggioranza” alla lista o coalizione che ottiene su tutto il territorio il maggior numero di voti, 30 i deputati alla seconda lista; 12 seggi agli eletti all’estero e 23 alle liste che superano il 2%. Un disegno di legge sul quale i vertici avevano però nicchiato. I paletti, spiegano da Montecitorio, restano ancora il rispetto di governabilità e trasparenza.

ITALICUM, REFERENDUM E L’INCOGNITA LEGGE DI STABILITÀ

Certo, con il centrodestra (FI, Lega e Fdi) che si tira fuori dal dibattito, rifiutandosi di discutere di modifiche prima del voto, e la proposta del M5S (il Democratellum, proporzionale e preferenze) considerata irricevibile, tutto viene rinviato – di fatto – oltre il referendum costituzionale. Pesa anche una questione di tempi. Perché dal 20 ottobre i deputati saranno impegnati nell’approvazione della legge di bilancio. Un passaggio che lo stesso Quirinale considera prioritario, alla vigilia di una consultazione ancora incerta, tra le ombre di una possibile crisi di governo in caso di vittoria dei No. Il “sì” alla  legge di Stabilità a Montecitorio dovrà così essere incassato prima del referendum che si svolgerà il 27 novembre o il 4 dicembre.

Tradotto, non c’è più tempo per occuparsi di legge elettorale a Montecitorio. Ancora più complicato in Senato, dove già la maggioranza Renzi si regge su pochi voti, grazie alla stampella dei verdiniani. E già in equilibrio precario sulla riforma del processo penale, dove per sei volte è saltato mercoledì il numero legale.

Alla fine, in Aula, tra maggioranze e minoranza dem si va pure alla guerra dei numeri. Con Rosato che indica in sole 24 defezioni i mancati voti nel Pd per scelta politica. E la minoranza, irritata, che ne conta 35. Di certo non vanno considerati quelli di Yoram Gutgeld, dell’ex Sel Alessandro Zan, di Umberto Del Basso De Caro, di Luigi Famiglietti, di Leonardo Impegno, così come di Fabrizia Giuliani e Salvatore Piccolo, dell’area di maggioranza. Ma è chiaro, al di là della faida sulle cifre, il dato politico è che tra renziani e bersaniani ricucire sia quasi impossibile.

RISCHIO CONGRESSO ANTICIPATO AL REFERENDUM PER IL PD

«Non ho votato per scelta e per indicazione della mia area, Sinistra dem. Sono fiduciosa sul fatto che l’Italicum possa essere cambiato, ma nella mozione della maggioranza non c’è l’indicazione di alcuna data e io non amo che la mia intelligenza venga insultata», spiega invece la cuperliana Ileana Argentin. La stessa che conferma a Giornalettismo come tra le minoranze di Cuperlo e Bersani la distanza ci sia, in ottica referendum. Perché se i bersaniani sono ormai vicini ad accodarsi al “No” di Massimo D’Alema, per i parlamentari vicini all’ex presidente dem i margini per ricucire con Renzi sono meno complicati: «Votare no? Soltanto se a questa mozione di oggi, ancora vaga, non seguisse nulla», chiarisce Argentin. Il pressing è per un intervento di Renzi in una Direzione ad hoc. O per un segnale politico del segretario dem sui tempi delle modifiche, in modo da compattare il partito. Il rischio, al contrario, è che si giochi un Congresso anticipato alle urne. E che pure le anime (erranti) della minoranza Pd finiscano in ordine sparso.

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