ddl cyberbullismo
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Perché il ddl sul cyberbullismo non convince i 5 stelle (e neanche il papà di Carolina Picchio)

La sua discussione è già calendarizzata ma nelle ore in cui ci si interroga sulla morte di Tiziana Cantone, 31enne di Napoli suicida dopo che un video che la riguardava era diventato virale, il ddl sul cyberbullismo non raccoglie consensi. Il progetto di legge, che sarà discusso da oggi alla Camera perché ieri mancava il parere della commissione Bilancio, non convince i 5 stelle. La legge ha subito modifiche nel passaggio tra Senato e Montecitorio.

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Nello specifico i reati coinvolgeranno tutti, minori e non. Basta vedere l’articolo 2:

“… Per cyberbullismo si intendono, inoltre, la realizzazione, la pubblicazione e la diffusione online attraverso la rete internet, chat-room, blog o forum, di immagini, registrazioni audio o video o altri contenuti multimediali, effettuate allo scopo di offendere l’onore, il decoro e la reputazione di una o più vittime, nonché il furto di identità e la sostituzione di persona operati mediante mezzi informatici e la rete telematica al fine di acquisire e manipolare dati personali, ovvero di pubblicare informazioni lesive dell’onore, del decoro e della reputazione della vittima”.

Qui sono disponibili i testi a confronto con le relative modifiche. L’art. 2 in tutela della dignità del minore diventa “Istanza a tutela delle persone offese”.

DDL CYBERBULLISMO: IL TESTO DEL SENATO ALLARGATO ANCHE AGLI ADULTI

Non solo: le altre novità non convincono nemmeno chi quella legge l’ha voluta creare. Sottolinea Maria Novella De Luca su La Repubblica:

Il nuovo testo della Camera invece allarga la repressione a chiunque (anche adulto) compia atti di bullismo e cyberbullismo, attraverso ogni manifestazione della Rete: dunque non solo i social network, ma anche i blog, i forum, e le chat. Prevedendo, in più, un’aggravante per lo “stalking sul web” con una pena da uno a sei anni di carcere. Insomma una norma completamente riscritta dai deputati delle commissioni Giustizia e Affari Sociali, definita dai Cinquestelle «una legge-bavaglio contro il web» e soprattutto disconosciuta dai suoi autori, sia la senatrice Ferrara che Paolo Picchio, il padre di Carolina. «Il nostro testo — spiega Ferrara — era rivolto integralmente alla tutela dei bambini e dei ragazzi nell’età evolutiva, quando cioè i fenomeni di bullismo sono maggiormente diffusi e spesso con conseguenze tragiche».

Anche perché – sottolineano sul quotidiano – i maggiorenni possono esser già condannati secondo il nostro codice penale. L’ex maestra di Carolina Picchio per esempio ha ricordato come l’unico maggiorenne tra i persecutori della giovane  sia stato condannato per stalking a un anno e 4 mesi di reclusione. Della stessa linea sono i deputati pentastellati in commissione Affari Sociali e Giustizia che avrebbero preferito un ddl che puntasse di più sulle azioni educative e formative. Ora i relatori, entrambi del Pd, Micaela Campana e Paolo Beni, puntano ad allargare la platea. . «I
giovani sono certamente i più esposti, ma il bullismo miete vittime anche tra gli adulti», ha spiegato Campana su Repubblica.

Nella riscrittura della Camera vengono ribaditi l’impegno della scuola e il ruolo dei dirigenti scolastici. Ma è all’articolo 6 che i due testi prendono strade opposte: laddove la proposta votata al Senato prevedeva, trattandosi di minori, come unica sanzione l’ammonimento, la Camera introduce l’aggravante per lo “stalking sul web” fino a 6 anni di carcere. «Non era questo lo spirito», dice Ferrara, «perché la vera strategia è educare piuttosto che reprimere».

Lo stalking per via telematica è già punibile con un aumento di pena fino a un terzo (la pena base è la reclusione da 6 mesi a 5 anni). Nel ddl crescono semplicemente le  condotte perseguibili e la reclusione da 1 a 6 anni, oltre alla confisca obbligatoria del telefonini e del pc.

L’INFERNO DEL DIRITTO ALL’OBLIO

E il diritto all’oblio? Quello per cui ha lottato Tiziana fino all’ultimo finora non è ben tutelato. Cristiana Mangani su II Messaggero spiega:

Google potrà anche decidere di considerare la richiesta illegittima e negare la cancellazione del contenuto. A quel punto che fare? L’utente che deciderà di continuare la sua battaglia potrà fare ricorso al Garante per la privacy con una spesa di 150 euro e un’attesa di massimo 60 giorni. All’Authority spetterà il compito di accettare o respingere la procedura in base al bilanciamento con il diritto di cronaca: se un fatto è troppo recente o è di rilevante interesse pubblico, la risposta sarà negativa. E allora rimarrà solo la carta del giudice civile, e quindi il ricorso al diritto alla vita privata e alla riservatezza che, in qualche modo, coinciderà con il diritto all’oblio. Ma è una procedura che comporterà un impegno economico maggiore e a tempi decisamente più lunghi

 

(in copertina foto GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images)