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Internidi Stefano Marucci
pubblicato il 17 marzo 2009 alle 12:30 dallo stesso autore - torna alla home

Gli studenti cambiano e la scuola rischia sempre di più di essere inadeguata alle nuove generazioni. Rischiamo di perdere l’educazione di quanti si apprestano ad iniziare, cosa fare?

Genitori e professori per una volta sembrano essere d’accordo. I “nuovi studenti” che arrivano a scuola sembrano spaesati, incapaci di seguire le lezioni. I risultati sono sempre meno soddisfacenti, ma nessuna ricetta proposta – tanto meno quelle del ministro Gelmini - sembrano poter invertire la tendenza. Si brancola nel buio, ma non è solo un problema dell’Italia. I miei nipoti vivono in Francia. Le favole le ascoltano, vuoi in italiano vuoi in francese, attraverso gli audio libri – senza contare i cartoni animati in dvd in più lingue. A meno di due anni, ‘il piccolo’, indica il mac di casa e dice “nonno”, perché vuole video-telefonare con i nonni a millecento chilometri di distanza, vuole loro mostrare i suoi disegni, vuole regalare qualche sorriso. Queste opportunità, nate con loro, non possono non influenzare il resto del34i45rs Stiamo perdendo la scuolala loro vita.

TUTTO CAMBIA, NULLA CAMBIA - C’è un tormentone generazionale in cui si dice, ogni volta, che i nuovi studenti sono incompresi, sono meno capaci, si comportano in modo stravagante. Ma non è più una questione di slang, di tendenze, di vestiario, o di stili di vita e comportamentali. In fondo ogni generazione di studenti ha avuto i suoi punti di riferimento, ma poi si è comportata tra i banchi di scuola in modo abbastanza simile, o comunque secondo schemi conosciuti. I professori e i genitori hanno alzato le sopracciglia, hanno sudato a farsi capire, hanno accettato la cronica necessità di far sentire gli studenti ‘unici‘, per poi seguire i programmi ministeriali senza intoppi. Fino alla laurea, che sia di anni cinque o divisa in due tranche come un’offerta al supermercato.

QUESTA È UNA RIVOLUZIONE - C’è stata – finalmente? – una vera e propria rivoluzione, e ancora non ce ne siamo accorti. Accusiamo i nostri figli, i nostri studenti, di non essere più in grado di mantenere alta la soglia dell’attenzione, di distrarsi troppo, di passare troppo tempo sui social network, sugli istant messaging, a videogiocare piuttosto che studiare Dante, Pitagora e Kierkegaard. Probabilmente fanno tutte queste cose contemporaneamente, e ci chiediamo come sia possibile capire fino in fondo la filosofia tra un trillo di messenger e un cambio di status di Facebook. Questa è la prima generazione cresciuta interamente immersa nella tecnologia. Sono circondati da sempre da cellulari, computer, telecamere digitali, lettori musicali mp3, console di videogiochi. In questa vita il libro assume un valore di reperto archeologico. A parte i manuali scolastici – di cui non possono fare a meno – le nuove generazioni cercano, trovano, e leggono tutto attraverso mezzi non ‘tradizionali’. E già oggi nasce un dubbio: la “cattiva maestra televisione” la dobbiamo considerare ancora un mezzo ‘nuovo’ o è relegato – alla stregua dei libri – al mondo analogico?

NUOVE TESTE PER UN NUOVO MONDO - Le nuove interazioni e le nuove tecnologie comportano un modo tutto nuovo di pensare, di affrontare le sfide quotidiane o eccezionali della vita, e conseguentemente cambiano radicalmente anche la nostra struttura cerebrale. Secondo il dottor Bruce Perry della facoltà di Medicina del Baylor College (Houston, Texas, Stati Uniti) quello che effettivamente cambia è ciò che chiama thinking pattern, ovvero la trama con cui i pensieri si formano, e conseguentemente il modo con cui si formano le esperienze, e si affrontano i problemi. Insomma, questa generazione è effettivamente diversa dalle precedenti, e conseguentemente c’è bisogno di un approccio completamente diverso per la loro istruzione, forse anche per i modi con cui si immergeranno nel mondo del lavoro.

COME SI POSSONO DEFINIRE? - Mark Prensky è un designer di videogiochi, che si definisce anche nel suo sito “visionario” e “futurista”. Per questa nuova generazione di menti ha coniato la parola Nativi Digitali, proprio perché sono i primi nati completamente immersi nel mondo digitale. Alcuni suoi articoli definiscono i “nativi” in contrapposizione ai “migranti digitali“, ovvero noi, le vecchie generazioni ‘analogiche’.

MIGRANTI DIGITALI – Come degli immigrati in un pac89043720aet3 Stiamo perdendo la scuolaaese straniero, infatti, viviamo in un mondo che non ci appartiene e non ci apparterrà mai completamente, nonostante tutti gli sforzi profusi e che metteremo in essere. Manterremo sempre e comunque un “accento“, che si traduce nel pensare a internet come strumento di ricerca solo come “seconda scelta”, oppure leggere i manuali prima di usare un nuovo apparecchio tecnologico, in ogni caso affrontare le cose con il massimo impegno, possibilmente una per volta. Quanti di noi immigrati abbiamo bisogno comunque di stampare un documento importante per poterlo ri-leggere prima di spedirlo al nostro capo/committente? Avete mai chiamato un collega per chiedere “hai letto la mia e-mail”? Ecco, queste sono tracce del nostro accento, del nostro venire da un mondo diverso. Ce ne sono ovviamente di diverse sfumature (il collega che stampa le lettere elettroniche per archiviarle), ma il senso resta quello. Appurato che siamo degli ’stranieri’ in questo mondo, come possiamo pretendere – si domanda giustamente Prensky – di insegnare qualcosa ai “nativi”? Siamo noi quelli che non capiscono, siamo noi quelli che faticano a imparare a programmare il nuovo registratore, siamo noi che parliamo una lingua desueta che non si confà al mondo che viviamo.

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