Gli studenti cambiano e la scuola rischia sempre di più di essere inadeguata alle nuove generazioni. Rischiamo di perdere l’educazione di quanti si apprestano ad iniziare, cosa fare?
Genitori e professori per una volta sembrano essere d’accordo. I “nuovi studenti” che arrivano a scuola sembrano spaesati, incapaci di seguire le lezioni. I risultati sono sempre meno soddisfacenti, ma nessuna ricetta proposta – tanto meno quelle del ministro Gelmini - sembrano poter invertire la tendenza. Si brancola nel buio, ma non è solo un problema dell’Italia. I miei nipoti vivono in Francia. Le favole le ascoltano, vuoi in italiano vuoi in francese, attraverso gli audio libri – senza contare i cartoni animati in dvd in più lingue. A meno di due anni, ‘il piccolo’, indica il mac di casa e dice “nonno”, perché vuole video-telefonare con i nonni a millecento chilometri di distanza, vuole loro mostrare i suoi disegni, vuole regalare qualche sorriso. Queste opportunità, nate con loro, non possono non influenzare il resto del
la loro vita.
TUTTO CAMBIA, NULLA CAMBIA - C’è un tormentone generazionale in cui si dice, ogni volta, che i nuovi studenti sono incompresi, sono meno capaci, si comportano in modo stravagante. Ma non è più una questione di slang, di tendenze, di vestiario, o di stili di vita e comportamentali. In fondo ogni generazione di studenti ha avuto i suoi punti di riferimento, ma poi si è comportata tra i banchi di scuola in modo abbastanza simile, o comunque secondo schemi conosciuti. I professori e i genitori hanno alzato le sopracciglia, hanno sudato a farsi capire, hanno accettato la cronica necessità di far sentire gli studenti ‘unici‘, per poi seguire i programmi ministeriali senza intoppi. Fino alla laurea, che sia di anni cinque o divisa in due tranche come un’offerta al supermercato.
QUESTA È UNA RIVOLUZIONE - C’è stata – finalmente? – una vera e propria rivoluzione, e ancora non ce ne siamo accorti. Accusiamo i nostri figli, i nostri studenti, di non essere più in grado di mantenere alta la soglia dell’attenzione, di distrarsi troppo, di passare troppo tempo sui social network, sugli istant messaging, a videogiocare piuttosto che studiare Dante, Pitagora e Kierkegaard. Probabilmente fanno tutte queste cose contemporaneamente, e ci chiediamo come sia possibile capire fino in fondo la filosofia tra un trillo di messenger e un cambio di status di Facebook. Questa è la prima generazione cresciuta interamente immersa nella tecnologia. Sono circondati da sempre da cellulari, computer, telecamere digitali, lettori musicali mp3, console di videogiochi. In questa vita il libro assume un valore di reperto archeologico. A parte i manuali scolastici – di cui non possono fare a meno – le nuove generazioni cercano, trovano, e leggono tutto attraverso mezzi non ‘tradizionali’. E già oggi nasce un dubbio: la “cattiva maestra televisione” la dobbiamo considerare ancora un mezzo ‘nuovo’ o è relegato – alla stregua dei libri – al mondo analogico?
NUOVE TESTE PER UN NUOVO MONDO - Le nuove interazioni e le nuove tecnologie comportano un modo tutto nuovo di pensare, di affrontare le sfide quotidiane o eccezionali della vita, e conseguentemente cambiano radicalmente anche la nostra struttura cerebrale. Secondo il dottor Bruce Perry della facoltà di Medicina del Baylor College (Houston, Texas, Stati Uniti) quello che effettivamente cambia è ciò che chiama thinking pattern, ovvero la trama con cui i pensieri si formano, e conseguentemente il modo con cui si formano le esperienze, e si affrontano i problemi. Insomma, questa generazione è effettivamente diversa dalle precedenti, e conseguentemente c’è bisogno di un approccio completamente diverso per la loro istruzione, forse anche per i modi con cui si immergeranno nel mondo del lavoro.
COME SI POSSONO DEFINIRE? - Mark Prensky è un designer di videogiochi, che si definisce anche nel suo sito “visionario” e “futurista”. Per questa nuova generazione di menti ha coniato la parola Nativi Digitali, proprio perché sono i primi nati completamente immersi nel mondo digitale. Alcuni suoi articoli definiscono i “nativi” in contrapposizione ai “migranti digitali“, ovvero noi, le vecchie generazioni ‘analogiche’.
MIGRANTI DIGITALI – Come degli immigrati in un p
aese straniero, infatti, viviamo in un mondo che non ci appartiene e non ci apparterrà mai completamente, nonostante tutti gli sforzi profusi e che metteremo in essere. Manterremo sempre e comunque un “accento“, che si traduce nel pensare a internet come strumento di ricerca solo come “seconda scelta”, oppure leggere i manuali prima di usare un nuovo apparecchio tecnologico, in ogni caso affrontare le cose con il massimo impegno, possibilmente una per volta. Quanti di noi immigrati abbiamo bisogno comunque di stampare un documento importante per poterlo ri-leggere prima di spedirlo al nostro capo/committente? Avete mai chiamato un collega per chiedere “hai letto la mia e-mail”? Ecco, queste sono tracce del nostro accento, del nostro venire da un mondo diverso. Ce ne sono ovviamente di diverse sfumature (il collega che stampa le lettere elettroniche per archiviarle), ma il senso resta quello. Appurato che siamo degli ’stranieri’ in questo mondo, come possiamo pretendere – si domanda giustamente Prensky – di insegnare qualcosa ai “nativi”? Siamo noi quelli che non capiscono, siamo noi quelli che faticano a imparare a programmare il nuovo registratore, siamo noi che parliamo una lingua desueta che non si confà al mondo che viviamo.























Non sarei così catastrofista
è anche vero che nel frattempo le cose, piano piano, cambiano. Certo, il livello del cambiamento non è quello di altri paesi; ma forse, ciascuno ha i suoi tempi. Non trovi?
Neanche io sarei così catastrofista. Certo: esiste una buona fetta di professori ancora piuttosto analogici, specie quelli di discipline umanistiche, come la sottoscritta. Ma ti assicuro che nella stragrande maggioranza dei casi gli insegnanti, soprattutto quelli di discipline scientifiche, quindi abituati ad un habitus mentale più sperimentale, usano (eccome se li usano!) gli strumenti digitali a disposizione della scuola, con progetti formativi e didattici di grande rilievo in cui quel nuovo stile mentale, chiamiamolo così, degli studenti di oggi, viene valorizzato ma anche problematizzato criticamente (se i docenti perdessero questa funzione critica dovrebbero semplicemente smettere di esistere).
Per non parlare poi del fatto che, ovviamente, molto dipende sia dallo stato delle finanze scolastiche, spesso e volentieri traballante, sia dalle singole energie di docenti particolarmente motivati e che spesso solo per una sorta di “apostolica” passione e lavorando da matti mettono in cantiere e realizzano progetti strepitosi. Nel liceo in cui insegnavo (liceo pubblico molto florido economicamente) nella giuria del concorso di poesia multimediale che si teneva ogni anno era presidente un allievo di Mac Luhan: Derrick de Kerckhove. Inoltre si erano avviate interessanti sinergie con facoltà universitarie come la Statale di Milano o dipartimenti vari di tecnologie delle comunicazioni.
http://www.liceolussana.com/index.php?option=com_content&view=article&id=1771:concorso-poesie-multimediali&catid=27:multimedia
Per quanto riguarda la considerazione del libro come strumento ormai obsoleto rispetto a questo nuovo stato di cose, in base alla mia esperienza una cosa l’ho notata: gli studenti più bravi e preparati, i più agguerriti e ambiziosi sono quelli che, sì, vivono in simbiosi col loro I-phone e tutto quello che hai bene esemplificato nel post, ma nel contempo sono anche quelli che , se non sono soddisfatti di una spiegazione di filosofia, vanno a leggersi in proprio “La fenomenologia dello spirito” di Hegel, o l’intero Decameron perché hanno capito che è l’unico modo per capirne la struttura (tralascio la gioia dell’insegnante che si sente dire “mi mancano due giornate alla fine”).
Quelli che prenderanno Fisica della materia nella prestigiosa facoltà della Sapienza, ma intanto si leggono pure “La scomparsa di Majorana” prima di stendere una brillantissima relazione in power point:-)
Non penso che la strada sia l’abbandono dell’obsoleto libro
anche per una questione di resistenza fisica davanti ai supporti digitali.
ps: Majorana è il mio mito *-*
“anche per una questione di resistenza fisica davanti ai supporti digitali”
e tu lo puoi dire forte!:-)
p.s (allora ti manderò la tesina della mia allieva che condivide questa passione con te e farà Fisica!)
Per prima cosa voglio ringraziare Cordapazza. Ci contavo molto su un suo commento, e spero magari che il prossimo pezzo che ho in mente sull’argomento lo si possa scrivere assieme.
Eppure vorrei sottolineare due cose: la prima è che mi parli di “casi eccezionali” sia di strutture (coinvolgere DDK in un progetto del genere è un risultato eccezionale, complimenti) che di studenti; la seconda è la mancanza di mezzi.
Ora al di là dei mezzi esigui con cui ogni preside (e ogni professore) riesce a fare – tutti gli anni – un vero e proprio miracolo, quello che volevo sottolineare è che davvero il “programma ministeriale” è di ora in ora (e già non più di anno in anno) incapace di rispondere alle esigenze della vita reale, dei fabbisogni formativi, dei nuovi studenti digitali.
La domanda dell’articolo non è tanto se e come riusciamo a tamponare l’urgenza, ma quanto cosa si può fare in prospettiva di un cambiamento così radicale del modo di pensare delle nuove generazioni. Forse riuscirò a scrivere qualcosa a riguardo… sempre che la cosa risulti interessante ai lettori di giornalettismo…
Su questo hai ragione: i programmi sono quelli che sono e su quelli, ahimé, molto ristretti sono i margini di libertà degli insegnanti: ci vengono belli e fatti dal Ministero. L’esigenza che sottolinei, di programmazioni e programmi che siano omologhi a queste nuove strutture mentali, allarga, poi, a dismisura il problema e richiede, secondo me, un intervento sinergico da parte di specialisti del campo, soprattutto di psicologia ognitiva. Sai come ci si muove, per ora? Semplicemente si affrontano i vecchi contenuti con le nuove metodologie digitali: cambia lo strumento, cambia il contenitore, tutto qui. E non basta.
Grazie a te per l’indistruttibile leggibilità dei tuoi pezzi, esse emme, e per la gentile richiesta di collaborazione:-)
“i programmi sono quelli che sono ”
e gli insegnanti pure
e te l’ho pure offerta su un piatto d’argento…lo so, lo so il detto: chi non sa fare niente, insegna; chi non sa insegnare, insegna agli insegnanti;-)
D’accordissimo sulla necessità di adeguare la formazione alla disponibilità di nuove tecnologie più efficienti, di nuovi strumenti e di nuove modalità di rappresentazione più immediate ed efficaci.
Credo sinceramente meno al fatto che i “native digitals” siano più capaci di noi dinosauri analogici di distribuire in modo efficiente il proprio livello di attenzione su più fronti in contemporanea (multitasking).
Vedo che i miei figlioletti ci provano a far credere che riescono a studiare con il lettore MP3 a palla nelle orecchie o con la tv accesa, ma quando invece studiano e basta la differenza si vede!
Idem come sopra per la gestione dell’ipertesto: per un po’ va anche bene tollerare l’accesso casuale alle informazioni, che è molto divertente, ma se ad un certo punto non cerchi di costringere questi surfatori pazzi a ricondurre il tutto ad una struttura più o meno sequenziale ne escono degli elaborati senza capo né coda.
@Grano
Probabilmente (ovvero, questa è la tesi nel mio articolo) quasta “nuova” predisposizione al “multitasking” non è una semplice miracolosa evoluzione della specie.
Senza una adeguata preparazione formativa, questo ‘talento’ si disperde, si annulla, si mortifica nel caos della rete. E’ proprio per questo che l’offerta formativa deve evolversi per sfruttare questa nuova dimensione della vita digitale, e permettere ai nativi digitali di sfruttarla appieno. Altrimenti come dici tu, tutto quello che ne risulta è un qualcosa senza capo nè coda.
Invece – lo sforzo è proprio qui! – bisogna fare di tutto per metterli in condizione di dispiegare completamente queste loro potenzialità, dalla scuola al (futuro) lavoro.
Anzitutto, bel pezzo.
Poi, però, vorrei fare un po’ il bastian contrario della situazione; sono d’accordo nella premessa dell’articolo, ma mi sembra (magari ho capito male io) che la “soluzione” che viene proposta sia leggermente confusionaria. Cosa vuol dire che bisogna cambiare il modo di fornire le informazioni? la multimedialità? all’esame di stato attuale viene richiesta la cosiddetta tesina, che in genere gli studenti sfruttano per metterci dentro le materie che sono per loro peggiori in modo da affrontarle in questo modo ed evitare (se possibile) domande random. Esempio: nel mio liceo scientifico, sono stato l’unico a portare una tesina di fisica, TUTTI gli altri hanno portato una tesina che comprendesse storia e filosofia, perchè il prof. che avevamo era pignolo e notoriamente un gran bastardo
.
Questa digressione per dire cosa? per dire che sta multimedialità non capisco bene in che cosa dovrebbe aiutare.
Dai commenti (sempre se non capisco male) evinco che, per dire, uno dovrebbe essere stimolato a cercarsi informazioni attinenti a quelle che sta studiando (e quindi, studio un argomento di fisica e mi viene anche presentata la parte storica della scoperta, per dire).
Cosa molto bella, ma sapere la vita di Newton non mi renderà più semplice capire F = ma.
Insomma, la mia personale esperienza mi dice che, al di là di tutto quello che ci si può inventare, uno se ha voglia di studiare, studia…sennò, col cavolo.
E questo, al di là di tutti i possibili stimoli e bravura dell’insegnante (il suddetto insegnante di filosofia era uno che sapeva le cose, e sapeva anche presentarle in maniera accattivante e chiarissima e con molte insursioni nelle altre materie; nonostante ciò, non ho mai visto nessuno fare i salti di gioia all’idea di studiare la sua materia; vabbè, io mi leggevo il libro di storia ad inizio anno, ma ero io quello malato
)
Invece, per quanto riguarda la disciplina, direi che ci vorrebbe un articolo a parte
ciao ciao
Konx.
PS: mi rendo conto che pure il mio commento non è il massimo della chiarezza…boh, vediamo cosa ne viene fuori
@Konx
Vediamo se ho ben compreso il tuo commento, valuterai tu dalla mia risposta!
Per prima cosa vorrei chiarire che, in questo articolo, non troverai risposte. Al momento ho preferito scrivere di un problema. Essendo questo tipo di approccio molto complicato, ho avuto bisogno di spazio per poterlo spiegare (spero) nel miglior modo possibile.
Ti posso anticipare un po’ di idee in questo commento, poi spero avrai la pazienza di tornare a leggere il pezzo vero e proprio.
Per prima cosa quando si parla di multimedialità cerco di proporre un approccio sistemico alle materie, quindi non solo un aspetto tecnico.
Mi spiego meglio: fare due ore di filosofia su Platone, nel momento in cui nella stessa giornata si fa il romanticismo e magari pure le funzioni di secondo grado, tutti in camere stagne non giova alla mentalità del “nativo digitale”. Ma che succederebbe se si studiasse filosofia, arte, storia e letteratura nello stesso momento? Bada bene, anche a scapito della consequenzialità cronologica. Allineare le diverse materie in un medesimo contesto aiuterebbe un approccio sistemico, più completo e più adatto alla attuale “intreccio mentale” che si riscontra nelle nuovissime generazioni.
Ecco, lo spazio dei commenti non aiuta a essere chiari fino in fondo ma questa è una delle tante idee ‘nuove’ che circolano tra i nuovi formatori…
@Konx
Il vantaggio della multimedialità è, per collegarmi al tuo esempio, che se io scrivo F=ma e spiego a voce che 2F implica 2a è un conto, ma se “faccio vedere” che 2F implica 2a fa tutto un altro effetto, te lo posso garantire.
Quanto invece alla multidisciplinarietà (perché è a quella che tu ti riferisci), quanto avrei voluto avere a disposizione certe elaborazioni che ci sono adesso che “muovono la storia dentro la geografia”, rendendo evidente quanto la geografia abbia appunto influenzato la storia stessa!
Si potrebbe proseguire all’infinito: adesso ci sono degli strumenti grafici che riescono ad avvicinare ai bimbi di 8 anni concetti matematici che 20 anni fa erano accessibili solo ai migliori alunni degli ultimi anni di scuola superiore!
Esatto Konx,
stavo reperendo qualche dato per parlare di multimedialità “in senso tecnico” (come l’avevo definita per Konx), ma il tuo breve commento è stato molto più esaustivo e chiaro di qualsiasi mio sforzo a riguardo!
Esatto Grano,
stavo reperendo qualche dato per parlare di multimedialità “in senso tecnico” (come l’avevo definita per Konx), ma il tuo breve commento è stato molto più esaustivo e chiaro di qualsiasi mio sforzo a riguardo!
…si capisce che stavo correggendo il commento ed è partito per sbaglio l’invio?
Grazie delle risposte, come prima cosa
Quote EssEmme:
Ma che succederebbe se si studiasse filosofia, arte, storia e letteratura nello stesso momento? Bada bene, anche a scapito della consequenzialità cronologica.
Mi sembrerebbe un gran casino?
A parte gli scherzi, messa così la cosa mi sembra un pò confusionaria. Presumo che dietro ci sia una qualche sorta di “filo conduttore” che lega le materie. I famosi “collegamenti interdisciplinari”, insomma (che ne sò, parlo del romanticismo, e ne parlo sia in storia che in filosofia, che in storia dell’arte, in modo da avere sottomano i vari aspetti, questo mi stai dicendo, credo). Ok, in questo caso siamo d’accordo…ma, sarò stato fortunato io, mi hanno sempre spiegato tutto (o comunque la gran parte delle cose) in questo modo.
Lo stesso dicasi per il discorso multimedialità: concordo perfettamente sull’esempio di grano, ma (ripeto: magari sono stato fortunato io) nei limiti del possibile piccoli esperimenti o cose simili le ho sempre viste.
Quindi, se vogliamo dire che ce ne vorrebbe di più siamo perfettamente in accordo; ma resto sempre convinto che se poi uno non studia gli puoi proporre le cose come ti pare, quello non le impara. ^_^
ciau
Konx.
La mia professoressa, che non sapeva proprio niente di computer, già sapeva, ci ricordava, e gestiva le lezioni, basandosi sull’apporto di più discipline simultaneamente. Non perché fossimo homini digitalis… Credo che la (che per altro in qualche scuola elementare era sperimentatissimo grazie alla presenza di più insegnanti già dieci anni fa) multidisciplinareità non sia dipendente da computer e i-pod ma sia strutturale alla mente umana. Non c’è che un concretizzarsi attraverso le “nuove tecnologie” (di per loro neutre come qualsiasi tecnologia: dalle amigdale del neolitico alla televisione) della qualità principale del nostro cervello.
Anzi l’uso che facciamo di computer e internet distorce questa facoltà. Gli stimoli sono troppi e fugaci: tutto è uguale, non si riesce a distinguere niente; ed è impossibile razionalizzare, concentrarsi e impedire pastrocchi.
E allora la scuola in questo senso potrebbe e dovrebbe rimediare agli errori d’uso delle “nuove tecnologie”. Ma credo che usando tavolette di pietra e scalpelli, gli esiti sarebbero simili. (Sicuramente sarebbe più lento, ma con un guadagno non indifferente in muscolatura!)
Che dite? Non so se son stato chiaro e grammaticalmente correggiuto. Vengo da una luunga giornata universitaria…speramo bbene.
Salve,
vorrei dire anche io la mia esperienza su questo argomaento.
Insegno musica nella scuola media (ora Scuola secondaria di primo grado) da 25 anni. Sono vecchio? boh… so solo che ho sempre lavorato, nel mio mestiere, con i computer e le tecnologie. Anni fa, convinsi il mio capo d’Istituto ad acquistare un Mac per la mia costruenda aula-laboratorio di musica. Da allora, svolgo le mie lezioni in questo spazio, con tastiera, computer, strumenti musicali.
Ho gradualmente cambiato il mio metodo di insegnamento; in ogni lezione di cultura musicale ormai è imprescindibile un collegamento a internet per gli approfondimenti, la visione di video, la ricerca di documenti. Sovente i ragazzi si segnano gli indirizzi e approfondiscono a casa. Per dare una risposta a Konx, che chiede cosa vuol dire che bisogna cambiare il modo di fornire le informazioni, proprio oggi ho avuto una risposta.
Un ragazzino di prima, con poca voglia di studiare il tanto odiato flauto, ha installato una versione gratuita di un programma per scrivere musica sul computer. Ha trascritto il brano, lo ha studiato con velocità sempre maggiori, e oggi me lo ha eseguito. Il risultato: dal 5 (voto precendente) al 9. Non lo ha imparato a memoria. Gli ho scritto un nuovo esercizio e lo ha eseguito correttamente a prima vista. Aveva le lacrime agli occhi e, forse, un po’ anch’io…
Quello che ora manca (ed è qui che stiamo perdendo la scuola) è il tempo. Anni fa 180 minuti di musica alla settimana (contando le compresenze), ora 105 minuti… con lo stesso programma da svolgere.
La mia è una piccola scuola di paese, con 80 allievi in tutto.
Scusate la lunga lettera.
Grazie Airone,
Non solo per l’intervento, ma anche per il lavoro che fai nelle scuole. Di nuovo, le persone eccezionali purtroppo non incidono…
il tuo esempio dovrebbe essere preso in considerazione dal preside, e dalla regione, per non lasciarti isolato in questo lavoro pioneristico che stai conducendo.
Complimenti
Scusate per un paio di refusi che ho visto tardivamente. I paragrafi in questione sarebbero dovuti andare “in stampa” così.
LA (NON) RISPOSTA DEI PROFESSORI ANALOGICI -
Nessun professore sembrerebbe fare il tifo per questo approccio, né scommettere sulla saggezza amplificata dei propri studenti.
SAGGEZZA DIGITALE – [...] Accederemo a vasti data base di informazioni con i quali potremo confrontarci e scegliere nel migliore dei modi, sempre più velocemente, praticamente in tempo reale.
(grazie ad AdM per la segnalazione!)