je sui charlie
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Siamo ancora tutti Charlie?

Siamo stati tutti Charlie Hebdo. Io ero uno di quelli. Uno che sul suo profilo Facebook aveva messo un messaggio di solidarietà, dopo l’infame attentato terroristico subito dalla redazione del giornale satirico nel gennaio del 2015. Un attentato infame – lo voglio ribadire oggi – contro dei redattori inermi.

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Oggi, Charlie Hebdo mette nel suo mirino l’Italia. Mentre tutta Europa, anzi tutto il mondo, ci esprime solidarietà per il terremoto che ha colpito il centro Italia, causando quasi 300 morti, la rivista satirica transalpina dedica alla tragedia che ha colpito Amatrice e Accumoli una vignetta che è un pugno in faccia. Una vignetta un po’ indegna e un po’ vigliacca. Perché colpisce basso. Su cose che normalmente si dovrebbe avere il buon gusto di non toccare.

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Il punto fondamentale è: ma siamo tutti Charlie fino a quando non c’è l’Italia di mezzo? Siamo tutti difensori della satira fino a quando non ci tocca direttamente? Quindi chissenefrega se le vignette prendono in giro Maometto, ma guai a chi esercita il sacrosanto diritto di satira su qualcosa che sta a cuore a noi?

Personalmente penso che il punto sia un altro. Charlie Hebdo è questo. Lo era prima e lo è stato anche oggi. A me la stragrande maggioranza delle vignette presenti su quella rivista non piacciano. E non troverebbero spazio su questo giornale. Tanto meno quella sul terremoto. Ma non perché fa satira sui morti italiani, ma perché fa satira su una tragedia. È un qualcosa che tocca la mia sensibilità; magari un altro direttore si comporterebbe in maniera diversa.

Non penso ci sia alcuna contraddizione nel dirsi “Charlie” dopo quanto era successo 20 mesi fa, e nel sentirsi liberi di dire che la vignetta sul terremoto di Amatrice sia un’immensa caduta di stile. Una vignetta brutta, volgare e offensiva. Insomma, rivendichiamo il nostro diritto a dire che quella satira non ci piace, non ci rappresenta e che anzi ci offende. Ma siamo altrettanto pronti a batterci per il diritto di Charlie Hebdo di disegnare vignette discutibili, o scrivere editoriali stupidi.

Si chiama libertà di espressione, è ingrediente fondamentale di quella cosa che si chiama democrazia. Tu hai il diritto di scrivere un’idiozia, entro i termini stabiliti dalla legge, e io ho il diritto di pensare che tu sia poco intelligente. Come abbiamo il diritto di non comprare la rivista in questione.