LA CARICA DEI MILLENIALS – La generazione dei Millenials, che parte dai nati nel 1978, è la più numerosa fascia d’età della popolazione americana. I Millenials hanno alcuni tratti distintivi che li rendono assolutamente peculiari. L’elemento di maggior caraterizzazione è la loro interrazialità, dato che ben il 40% dei Millenials ha origini
non caucasiche, e molti tra questi hanno un genitore nato in un Paese straniero. Un’educazione in istituti scolastici multiculturali ha reso questa generazione impermeabile al tema della razza che tanto ha diviso la classe media bianca dalle fasce più povere della popolazione, composte principalmente di neri e immigrati dall’America latina. La tolleranza valoriale caratterizza i più giovani, sempre meno religiosi e aperti anche rispetto ai matrimoni gay, in favore dei quali si schiera oltre il 60% dei giovani nati dopo il 1978. I Millenials sono infine il gruppo sociale che più appoggia l’intervento pubblico: nell’exit poll del 2008 il 69% dei votanti tra i 18 e i 29 anni reputava che lo Stato avrebbe dovuto fare di più per l’economia. E’ la generazione di Obama, che ha vinto le primarie grazie a loro e che ha ottenuto la spinta decisiva dai Millenials nella battaglia contro Old Mac: il 66% degli under 30 ha votato per l’attuale presidente. Il dato ancora più sorprendente è la vittoria di Obama nel segmento bianco dei giovani, ottenuta con un margine di 10 punti. Un successo che in una sfida a due non era mai arrivato per un democratico. L’ultimo esponente dell’Asinello a vincere tra i caucasici è stato infatti Lyndon Johnson nel 1964.
IL DOMINIO DELLA SPRAWL – William Gibson, il padre della letteratura cyberpunk, ha ambientato i suoi romanzi più belli nell’inquietante Sprawl, la megalopoli che si estendeva per quasi tutta la East Coast, cantata anche dai Sonic Youth. L’estensione delle grandi aree urbane negli Stati Uniti è un fenomeno che dura ormai da qualche decennio, e che ha caratterizzato l’uscita dall’epoca industriale e l’arrivo dell’economia dei servizi. Questo mutamento ha avuto forti implicazioni politiche: è nelle metropoli americane e nelle loro estensioni suburbane che la demografia progressista descritta da Teixeira trova dimora. Il 54% della popolazione americana abita nelle 51 aree che superano il milione di abitanti, ed è qui che Obama ha costruito il suo successo, battendo McCain 60 a 40, arrivando a più di 50 punti di vantaggio nelle città più densamente abitate, dove risiede circa il 10% degli americani. Il candidato democratico ha vinto anche le suburbie esterne ed interne alle grandi città, ed il suo distacco è cresciuto al diminuire della popolazione. Un quadro fosco per il Gop, che diventa col passare del tempo il partito della Small America più che della Middle America. Un’inversione di paradigma che si manifesta nel conteggio delle contee: vincendone poco più di 800 su oltre 3 mila, Obama ha vinto con oltre 7 punti percentuali. 20 anni fa, quando dominava la fuga dalle grandi città, il liberal Dukakis vinse un numero di contee molto simile a quelle dell’attuale presidente, e perse con lo stesso margine subito nel 2008 da McCain.
McGOVERN STRATEGY – Nel 1968 George Wallace , democratico e sudista, si rivoltò contro l’establishment liberal del partito di FDR che aveva sposato la lotta per i diritti civili dei neri e
simpatizzava, tra molte contraddizioni, con i capelloni drogati che si battevano contro la guerra del Vietnam. Wallace conquistò una marea di voti di operai e impiegati della classe media bianca, che da allora si allontanarono sempre più dai democratici, ormai diventati maggioritariamente un partito di laureati progressisti nel campo dei valori, afro-americani e minoranze etniche attratte grazie alle politiche di preferenza razziale (affirmative action), sanatorie dei clandestini e generose misure di welfare. E’ il trionfo della strategia di George McGovern, il senatore pacifista del South Dakota che affondò contro Nixon nel 1972 correndo sulla piattaforma della tripla A: aborto, acidi( in realtà era la cannabis) e amnistia per i disertori del Vietnam. Il progressismo diventò così nettamente minoritario tra i bianchi, condannandosi così ad un periodo di ripetute sconfitte (7 elezioni presidenziali perse su 10) e risicate vittorie( 3 successi ma solo una volta sopra il 50% e di pochissimo, con Carter nel 1976). La nuova America, plasmata dall’incredibile ondata migratoria degli anni ’80 e ’90 e rimodellata dall’educazione universitaria sempre più diffusa, ha trovato in questa proposta politica così a lungo minoritaria il suo equilibrio naturale, più spostato a sinistra rispetto alla Right Nation bianca e anglossassone pensionata da W. Il primo ad accorgersi che senza una nuova attenzione verso le minoranze etniche il Gop non sarebbe più esistito. Il fallimento della sintesi tentata da Bush figlio ha aperto le porte alla nuova maggioranza democratica, che ha per la prima volta l’occasione per ritrovare il filo liberal smarrito nelle rivolte dei ghetti e nell’opposizione alla guerra del Vietnam.




Difficile riconoscersi in questa analisi demografico socio-politica.
Trascura due aspetti fondamentali: la tanto conclmata interrazialità e declino del bianco “caucasico” è in realtà determinata dalla crescita impetuosa di una minority -majority molto coesa e poco o punto “aperta” sia sui temi razziali e etici, quella ispanica.Non appena si sarà radicata e saràin grado di esprimere una sua leadership, spazzerà via in due secondi i legami ambigui con il black power tradizionale progressive old skool, quello visibile più in Michelle che in Barack Obama.
Il secondo elemento trascurato in questa lettura è la differenza sostanziale tra Usa e Europa: in declino demografico la seconda al netto dell’apporto migratorio, mentre dalla tanto vituperata età reaganiana ad oggi si assiste a una vigorosa ripresa delle nascite tra i “caucasici” delle classi medie e medio alte, portando assieme all’immigrazione (latica, cattolica, tradizionalista) alla crescita demografica: gliUsa contrariamente all’Europa dopo il “buco” degli anni 70 e 80 sono nuovamente pieni di giovani, educati cattolici (i latinos) o evangelici (i caucasici de Midwest).
Non socmoderei quindi la trita equazione ggiovani uguale progresso: le elezioni in buona sostanza le ha perse l’impopolarità di Bush, la sua elezione a capro espiatorio della crisi economica che ha radici molto lontane e il suo sforzo non riuscito durato otto anni di accattivarsi le simpatie dell’elettorato ispanico.
Con uno dei tipici ritardi storici è salito al potere non un inesistente blocco multirazziale che si riconosce nei valori del progressismo ma una minoranza voltata verso i fasti dell’era dei diritti civili anni ’60, guidata da un intelligente visionario che ha riunito i nemici ma che non ha “amici”, non tra i tradizionalisti cattolici e un po’ razzisti ispanici e la mid class white in crescita del cuore americano del midwest.
ciao, Abr
Non credo sia utile ripostare cose che ho già scritto, e ho grande stima del lavoro di Teixeira, che è ormai assunto al ruolo di Roubini nella scienza politica americana. Uno che c’ha preso in tempi non sospetti. Cmq, sul voto giovanile ti consiglio questi due post di Ruffini e Mankiw, due repubblicani, che confermano ciò che ha scritto il buon Rui dal 2002.Il suo lavoro si base sul miglior demografo Usa, William Frey.
http://www.thenextright.com/patrick-ruffini/the-straight-ticket-youth-vote
http://gregmankiw.blogspot.com/2008/11/youth-vote-and-gop.html
in generale ti consiglio anche di riguardare l’exit poll delle presidenziali comparato con quelle 2004. Sul sito della Pew trovi un buon lavoro.
saluti
a