Stefano Parisi
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Parisi, l’anima «moderata» sfida Salvini. Ma i colonnelli Fi preparano la resistenza

Resettare Forza Italia. E ripartire dall’anima moderata, prima di tutto. Con uno schiaffo al lepenismo in salsa leghista di Salvini, l’ex alleato a Milano che lo ha scaricato dopo la sconfitta elettorale e l’investitura incassata da Silvio Berlusconi. «Il partito della Nazione non funziona, rifaremo il polo moderato», sbandiera ora Stefano Parisi. L’«uomo nuovo» che il Cav, la famiglia e l’impero aziendale ha scelto come volto del rilancio, quello dell’opposizione responsabile che punta a tornare nel tavolo dei dossier che contano. Un’anima nazarena.

STEFANO PARISI: «RIPARTIRE DA GUIDA MODERATA»

Sconfitto alle Comunali, Parisi ad Arcore ha già strappato dal Cav la promessa della leadership, quando si tornerà al voto. L”ex ad nicchia, non è il momento di parlare di incarichi. Ma non a caso sembra archiviare già le primarie: «No ai nominati, ma i gazebo non sono l’unico metodo». Certo, il percorso è lungo. E passerà prima di tutto dal rilancio di un’area scalzata nelle gerarchie del centrodestra – parola assente nella narrazione di Parisi – dal radicalismo rampante e identitario salviniano. Guarda già oltre, Parisi. Alla convention di settembre a Milano, per rilanciare il cantiere dei liberal-popolari.

Certo, non sarà l’unico compito. Perché il Cav ha affidato a Parisi anche il compito di formattare, liquidare e andare oltre quel che resta di Forza Italia, ormai ridotta a faida tra cordate di potere. Non è un caso che l’accordo di Arcore tra Berlusconi e l’ex manager sia risultato indigesto dentro Fi, tra chi già preparava la successione nei giorni dell’operazione al cuore del Cav. Puntavano a rendere scalabile il partito azzurro, a restaurare l’asse del Nord con il Carroccio imploso alle Amministrative. Resteranno delusi. Dal governatore ligure Giovanni Toti, fino ai capigruppo Paolo Romani e Renato Brunetta e ai vecchi colonnelli ex An Altero Matteoli e Maurizio Gasparri, mezzo partito è già ostile a Parisi: «Non abbiamo bisogni di ad, non ci faremo scalzare», è il mantra dei ribelli. Un’altra metà del partito, più pragmatica, cerca Parisi e organizza la rete per non venire rottamata.

Ne era consapevole delle resistenze, Stefano Parisi. Anche per questo aveva deciso di non accettare la proposta di diventare coordinatore azzurro. Sarà una sorta di super-consulente, senza incarichi formali. Ma poco cambierà. Perché il compito resta quello di cambiare tutto. E restituire un’anima a un partito passato dal 21 all’8% in pochi anni, subito una scissione dopo l’altra ed essere cannibalizzato nella tenaglia dei “due Matteo”, Renzi e Salvini. «Lavoriamo al progetto, non pensiamo ad altro. Tutti possono dare un contributo, persone nuove e chi ha già avuto esperienza politica», taglia corto al Messaggero Parisi di fronte alle polemiche dentro FI.

PARISI E LE RESISTENZE DENTRO FI. BRUNETTA: «NO A MELASSA CENTRISTA»

Ai colonnelli non basta però il suo sostegno al “no” al referendum costituzionale, il passaggio cruciale della legislatura. Da una parte c’è chi, come l’ambizioso Toti, teme lo strappo definitivo con quella Lega che lo ha spinto verso la vittoria in Liguria e sostiene il suo governo. Dall’altra chi, come Brunetta, lo vede come il volto di una nuova pacificazione con Palazzo Chigi. E non ha apprezzato le parole su Renzi e le mancate dimissioni in caso di sconfitta a novembre.

«Non ho detto questo, ho detto che il Paese dovrà essere governato fino a nuove elezioni, con una nuova legge elettorale. Non è detto che dovrà farlo Renzi, lui o anche un altro che avrà ricevuto un incarico. L’Italia sarà divisa in due dopo il referendum, sarà necessario assorbire questa frattura», replica Parisi al Messaggero

Resta un orizzonte ben lontano dall’oltranzismo antirenzista di Brunetta: «Se Parisi organizza comitati per il no è benvenuto, così come se vuole far cadere Renzi o se vuole costruire un grande centrodestra con Fi, Lega e Fdi e il civismo vincente di Brugnaro e Toti. Ma se vuole solo una melassa centrista con chi oggi mantiene Renzi al governo (Verdini e Alfano, ndr) allora no grazie, si accomodi pure. La nostra linea è assai diversa», è la frecciata lanciata dal capogruppo.

PARISI SFIDA SALVINI. IL NODO REFERENDUM

Ma Parisi va oltre le beghe azzurre. Con l’obiettivo di costruire un’area che non sia minoritaria rispetto a quella lepenista salviniana: «Credo che attraverso il dialogo si possa trovare un’intesa di programma. Se invece si partisse dalla necessità di tenere tutti insieme, per forza, si sbaglierebbe. Sembrerebbe la riedizione dell’Unione di Romano Prodi». Certo, il modello Milano sarà più complicato a livello nazionale.

Molto dipenderà anche da quale sarà la legge elettorale: «L’ideale sarebbe un meccanismo federativo, per tenere unite l’anima moderata e quella più radicale, consentendo a tutti una certa autonomia», rilancia Parisi. Ma l’interlocutore nel Carroccio non sarà certo Salvini, ma Roberto Maroni. L’ex ministro che, alla guida della Lombardia, senza un’intesa larga rischia non poco. E che, non a caso, non chiude su Parisi. Uno scontro interno, seppur ancora minimizzato, che si trascinerà nel Carroccio. Così come resta un’incognita il destino di Alfano e della sua area, nel limbo tra renzismo e ritorno al centrodestra. I rapporti con Parisi restano, differente è la posizione sul referendum. Chiaro che il voto di novembre sarà un crocevia per tutti. Anche per definire l’assetto in quel vecchio centrodestra che ora va oltre il suo stesso nome.