tinto brass eutanasia
|

Tinto Brass: «Mi autodenuncio, sono un maiale»

«Ormai non si scopa più, è una certezza. La virtualità ha superato la realtà e la pornografia sul web ha appiattito ogni cosa. Il sesso gioioso, la libera chiavata e il libero incontro tra esseri umani è diventato un ricordo sepolto da fantasie di seconda mano impossibili da applicare. Dopo una vita intera dedicata all’argomento, non essere delusi è difficile». Parla così il più noto dei registi di film erotici italiano, Tinto Brass, in una lunga intervista (rilasciata a Malcom Pagani) pubblicata ieri sul Fatto Quotidiano.

 

TINTO BRASS: «IN RETE SI ACCOPPIANO COME CONIGLI, È TUTTO FINTO»

Sul web – dice Brass – si accoppiano come conigli», «è tutto finto, senza emozione, freddo, lontano». E ricordando invece le critiche delle femministe: «Mi chiamavano maiale», «dicevo soltanto che un bel culo di per sé è niente se non c’è qualcuno che te lo spinge avanti».

Le femministe la vedevano come il diavolo.

 

Una volta in Campania me la vidi brutta. Elvira Banotti aveva organizzato plotoni di femministe arrabbiatissime e al grido di “dàgli a Brass”, con striscioni, fischietti e tamburi. Tenevo un dibattito e l’aria si era fatta greve. A un certo punto Banotti salì sul palco e tentò di aggredirmi. Dalla platea le sue truppe tiravano ghiande e mi chiamavano maiale.

 

Lei provocava.

 

Dicevo soltanto che un bel culo di per sé è niente se non c’è qualcuno che te lo spinge avanti e loro si risentivano. “Offende la morale e la figura stessa della donna”, dicevano. Ma io la morale non so neanche cosa sia e per quanto ne so, le donne le ho sempre amate.

 

E maiale si è mai sentito?

 

Se per maiale si intende uno a cui il sesso è piaciuto, piace e piacerà per sempre, mi autodenuncio. Sono un maiale. In realtà credo che le fantasie le abbiamo tutti e che la maggioranza della gente le reprima con sforzi inumani. Bisognerebbe liberarsi.

 

Lei lo ha fatto con il cinema?

 

Mi sono soltanto ripromesso di portare sullo schermo la mia ossessione e la mia dipendenza perché non capivo come si potesse negare l’esistenza del piacere del sesso. Della gioia più grande dell’esistenza. Lo facevo due, tre, anche cinque volte al giorno. Raccontare con il cinema quella magia mi era indispensabile. Non tutti lo capivano. Venni convocato in tribunale da un pretore: “Brass, il suo film è indegno, lo rifaccia”.

 

Si era ripromesso di portare sullo schermo la sua ossessione e alla fine aveva ossessionato gli altri.

 

Ora non ci sono più le condizioni minime per pensare a un cinema erotico che arrivi al pubblico, ma per un certo tempo l’ho fatto e messo in scena senza freni.

 

Perché non ci sono le condizioni minime?

 

Perché il sesso sullo schermo è diventato una merce da poco. Vedo che in Rete si accoppiano come conigli, ma è tutto finto, senza emozione, freddo, lontano. Ovviamente noiosissimo. Non c’è più mediazione estetica.

Non è mancato un ricordo di possibili interpreti dei film:

Lei provò a convincere Sophia Loren e persino Gianni Agnelli a recitare per lei.

 

Non sono sicuro che Sophia non avrebbe accettato, ma Carlo Ponti, suo marito, grande produttore, fu categorico: “Ma sei impazzito, Tinto? Ma che hai lo sperma nel cervello?”.

 

E con l’Avvocato?

 

Aveva fama di grande amatore. Inoltrai richiesta ufficiale perché partecipasse a L’uomo che guarda. In fondo era tratto da Moravia. Mi rispose la segretaria: “Il dottore è molto impegnato”.

(Immagine di copertina: ANSA / CLAUDIO ONORATI)