«Arco di gentil marina, Figlia di Manfredi e della verine Beccarino, una gemma Tu sei, fra le daune sorelle. Di Siponto Tua ava fremon ancor le sponde, della gloria di Roma. O santa, o augusta città, che il Gargano difende e l’adriatico bagna. Cammina…! Va avanti…! Splendori e Onori Tu avrai».
La grandezza dei poeti è quella di vedere le cose più belle di quello che sono. Forse perché riescono a cogliere sfumature che la maggior parte della gente non percepisce. O forse, perché si costringono a vederle in un determinato modo. Oppure, magari, molto più semplicemente, conservano meglio di altri i ricordi. Forse è proprio così. Quando Antonio Giuseppe Genti
le descrive la sua città, Manfredonia, non può essere altrimenti. L’epoca degli splendori, se mai c’è stata, è lontana. Quella degli onori, poi, è ancora più remota. L’Enichem con i suoi disastri ha avvelenato tutto. Gli abitanti hanno vinto, il gigante chimico è stato sconfitto, ma i danni rimangono. La gente, però, vive lo stesso. Finiti i processi, finita la paura, tutto è continuato a scorrere tranquillamente, come se mai nulla fosse successo. Altre fabbriche sono sorte, altri operai hanno trovato lavoro. I nomi sono diversi, le storie identiche. Nessuno si occupa più di questa meravigliosa cittadina. Giusto d’estate, fra un telegiornale e un quiz a premi, qualcuno si ricorda di nominarla come meta di vacanze. Ma sono attimi. I riflettori sono spenti, il palco è vuoto. Poi appare un flash. Un lampo improvviso che illumina ciò che prima sembrava spento. Manfredonia è sempre lì, in Puglia, sul Gargano, bellissima più di prima. Ma il lampo non illumina la città. Il lampo mostra il corpo di una ragazza. Di una ragazza giovanissima, un adolescente. Stesa sull’erba, proprio vicino all’ex Enichem. Ha il cranio fracassato. Qualcuno l’ha uccisa colpendola con un sasso. Il lampo accende tutta la città, ma tutti chiedono che non l’avesse mai fatto. E lo fanno perché sanno quello che vuol dire quel corpo steso lì, in un campo, coperto di fango e fradicio per la troppa pioggia. Tutti sanno benissimo che a uccidere quella ragazza, Giusy, di appena quindici anni, è stato un loro concittadino. Uno come tanti, normale, con cui magari hanno fatto colazione il giorno prima al bar. Lo sanno perché non può essere altrimenti. I tempi della mala di Manfredonia ormai sono finiti. E poi la famiglia di Giusy è una di quelle che non ne ha mai avuto niente a che fare, nemmeno a quei tempi. Sono lavoratori, il padre è un pescatore. Insomma, brava gente. Anche lei era così. Sempre lì, a casa a studiare. Quando è sparita, il giorno prima, era uscita per comprare due cd. Poi sarebbe tornata subito a casa. A studiare. Tutti sanno questo, è il motivo per cui si scrutano, si guardano, si annusano. Il colpevole di questa atrocità è fra loro, ne sono certi.
ALLA RICERCA DI
UN MOVENTE - La stessa certezza ce l’hanno anche gli inquirenti. Una ragazza così, pensano, è difficile che si fidi di sconosciuti, che salga in macchina con estranei. L’ultima volta che qualcuno l’ha vista è stata proprio fuori dal negozio di cd. Parlava con un ragazzo, di cinque o sei anni più grande di lei. Qualcuno dice di averli visti litigare. Qualcun altro dichiara che la ragazza gli ha detto di avere fretta e non aver tempo da perdere con lui. Altri che l’hanno vista salire in macchina con un ragazzo. Un ragazzo con una macchina verde che da tempo la seguiva. Un corteggiatore irriducibile sussurra qualcuno. Uno di quei pazzi psicopatici che non lasciano scampo. Anche sul suo diario Giusy ha scritto qualcosa di lui. Ipotesi, voci, telefonate anonime, come quella che ha fatto ritrovare il corpo. Quello che è certo è che lei era lì, intorno alle diciotto, fuori dal negozio. Poi più niente, sparita. Mandrefonia, intanto, vive di paura. Le ipotesi della gente sono tante. E tutte mostruose. Quella che sembra prevalere è che a uccidere la ragazza siano stati un gruppo di ragazzi. I genitori sono terrorizzati. I telegiornali negli ultimi anni si sono riempiti di fatti del genere. L’idea che uno dei propri figli possa aver commesso un delitto del genere attanaglia chiunque. Si cammina guardinghi a Manfredonia in quei giorni. E non soltanto per la paura di vedere negli occhi di un ragazzo i segni del colpevole. Anche perché in molti pensano sia stato un pedofilo a fare questo. Un cacciatore di bambini, come molti lo chiamano.
PROVE INDIZIARIE – Gli inquirenti però non vanno così lontano. Anche loro sanno qualcosa. Sanno, per ese
mpio, che il cellulare della vittima è stato trovato vicino al suo corpo. E questo vuol dire che si è agganciato a una cella nelle vicinanze. Sanno che basta vedere quanti cellulari si sono agganciati alla stessa cella, nello stesso momento per capire chi c’era in quei luoghi a quell’ora. E’ un indizio certo, ma un ottimo indizio. E non sanno solo questo. Sanno che l’assassino ha lasciato tracce del suo dna sotto le unghie di Giusy. Sanno che ha usato anche un coltellino per ucciderla. Insomma, ne hanno di cose. Per questo già due giorni dopo il ritrovamento del corpo, il diciassette novembre, iniziano a sentire una serie di persone “informate sui fatti”. Una pista vorrebbe che a uccidere la ragazza siano stati un gruppo di ragazzi del posto. Un branco, alla cui guida sarebbe un giovane di vent’anni. Ma non è l’unica. Ci sono anche altre persone fra i sospettati. Tutti della stessa famiglia. Due donne e tre uomini. Né i magistrati né i poliziotti dicono niente. Devono confrontare prima gli alibi e capire. Già, perché se per un branco il movente per il quale si possa essere arrivati all’omicidio della ragazza è evidente, nell’altro no. Appare incerto, vago, indecifrabile. Bisogna capire, bisogna scavare a fondo. Sentire anche le voci, che parlano, insinuano, ma non testimoniano. Questo mai, non qui, a Manfredonia. Le voci infatti insistono. Parlano di ricatti a Giusy. Ricatti da cui il padre ha cercato di tirarla fuori. Le voci parlano di cattive compagnie. Parlano di persone più grandi, amici della sorella. Parlano e dicono. Tanto. Troppo. Per questo mentre i carabinieri si concentrano sulla pista del killer solitario, un ragazzo del posto già individuato, la polizia batte l’altra strada, quella degli amici della sorella. Per questo sul caso sono impegnati due pm. Per questo il padre e la sorella di Giusy sono stati portati in caserma per un “confronto”. Non è un indagine facile, ma gli inquirenti hanno tutti gli elementi a disposizione. Oramai, purtroppo, sanno tutto. Sanno sia chi ha ucciso Giusy, sia la realtà in cui viveva.




fantastico! Igor è sempre il migliore del venerdì
Certo che una tragedia dietro l’altra, e, a distanza di anni un velo di mistero su questo omicidio ancora c’è.