La lenta agonia raccontata senza pietà e senza rancore, ma solo con gli occhi di chi ha visto, ieri, uno spettacolo. In ogni caso.
Ci si morse e ci si divorò
That cat have something I can’t explain
Che il foball inglese sia un calcio minore, lo dimostrarono quegli assurdi convenevoli da spiedino party prima dell’incontro decisivo per gli ottavi della fu Coppa Campioni in Manchester. Tra lo United di casa e l’Internazionale. Non si prende sul serio un football nel quale ci si saluta tutti, tra campo e spalti, come nei clan per
soli gentiluomini. Ferguson l’anziano geriarca che conversa coi propri tifosi mentre inizia la gara si rivelò di uno snobismo e d’un populismo raccapricciante. L’allenatore dell’Inter, Mourinho, non gli fu da meno. Coi salamelecchi e l’atteggiamento cameratesco. Se questo è il calcio, non vorrei mai entrare in un club simile se accettasse tutto questo zufolare da me. Nel clima ubriaco da cazzi privati di una ciurma di pari grado, si venne infatti a sapere che non era il passaggio ai quarti di Coppa il premio della serata tra i due allenatori. Ma come volevasi dire & dimostrare, una bottiglia di vino di sicuro griffata Nike, un rosso pompato come le scarpette fiabesche dei due prim’attori sul campo(il cestista del Portogallo e il melting pot dei sinistri Moratti), da euro trecento. Salute. Sui giornali del giorno dopo leggerete come sempre un’altra partita. Se volete invece la vostra, seguite pure quel che vedemmo per voi.
Il modulo inglese fu quello uguale per tutte, il 4-2-3-1 camuffato dalla finta seconda punta. Con i tre dietro Berbatov a girarsi la palla come al liceo la ragazza che ci sta con tutti. A furia di giocare tutte così, questi stramaledetti inglesi si faranno beccare. Mourinho invece andando incontro all’eliminazione e tornando in Inghilterra dove è dovuto per legge sdrammatizzare sdrammatizzò. Fosse andato in Spagna, avrebbe toreato e così via. E dopo aver dato il cinque a mezzo Old Trafford e mentito come un porco sull’assenza di drammi nel calcio e in generale schierò, anziché il miglior tridente della miglior Inter di questa stagione, un iniziale rombetto con Stanko disturbatore della quiete amicale di quell’insano gentlemen’s agreement dietro due punte. Balotelli, il nero stronzo, quello che salverà l’italia dal razzismo buono di Obama, al posto di Adriano. In tribuna Capello + Baldini e co, che come si faccia ad esser sia amico di Moggi che di Baldini nessuno di quegli amiconi lo trovò contronatura.
Ci fu pure la sciura Moratti con una voglia di biondo nei capelli da vecchia, meno male che tutto avvenne nel paese delle stravaganze.
Partiti. Ognuno al suo posto. Moratti rideva, Ferguson sfogliava vecchie riviste come dal dentista. Mou Mou scriveva. Stando attento a che Baresi non sbirciasse sul foglio. Cri Cri Ronaldo si svelava quasi all’impronta come la vera seconda punta sulla destra di Zanetti e Santon. Terzo minuto, dall’angolo del Pallon d’Oro sbucò il coniglio di Vidic. Il quale mandò in confusione il fat old man Vieirà rivelandone le senili ingenuità. Uno a zero pei rossi, Inter troppo bassa. In inferiority complex come ogni prima mezz’ora regalata dalle squadre italiane alla Union Jack che si rispetti.
Dopo il vantaggio, il clima si fece a Manchester serenamente ecumenico e patriarcale coi ragazzi dell’Inter come a una visita guidata di scolaresche al Quirinale. I nerasuri forse stufi del clima da Nazioni Unite e insospettiti a quel
punto da tutte quelle carinerie cominciarono allora in maniera sospetta a ruminare un minimo sindacale di gioco. Balotelli fe’ quel che faceva Ronaldo, lo stop and go, ma a sinistra, di prima, da solo ambo i piedi e quaranta metri più dietro. Cambiasso prudentemente si mise a marcare stretto lo stonato Vieirà, con Zanetti a sinistra spaventato come un pulciaro assolutamente fuori della sua dimensione locale e mentale abituale. L’otto politico sulla Gazzetta. Stanko dirottato dal centro all’estrema destra, come arma segreta da ultimi giorni nel bunker. Isolato dall’arco costituzionale della gara, rimembrò la furbata di Capra nel ‘64, un terzino ala ma per finta, Bernardini scherzava. Mou Mou invece faceva sul serio e Stanko appariva come il souvenir della belle epoque di un calcio che mandava i brocchi o gli storpi sull’ala non potendo le sostituzioni. Che fosse un voodoo di quel diavolo di portoghese per ricreare sul campo gli herreriani anni ‘60 ? Il Manchester intanto che del calcio moderno ha le ciglia rifatte se ne fregava delle nostalgie interiste e se la palleggiava ignavo di rischi e paure tra crocicchi di dribbling e azzardi da bar su tale Berbatov, attaccante ronzino preposto dalla Perfida Albione, cioè il perfido babbione, a galleggiare senz’aria tra le linee amico-nemiche. Questo smargiasso party yè yè di ragazzine infoiate sarebbe il calcio inglese che è tanto forte, pensava il vostro affamato cronista fatalista come manco il cattomoderasta nei suoi incassi migliori, bello se fosse vero perché mi farebbe ringiovanire. Basterebbe giocare d’anticipo e partire in contropiede, brutti ma onesti a pane e salame, per increspare le grazie e togliere affettuose indulgenze alle delizie di sua Maestà che insegna foball alle colonie in visita studio. Poiché non successe, ci godemmo il Manuale del calcio per fotosciopper. Cri cri per far ridere Her Majesty al sedicesimo si fe’ ridere dietro. Ibra si stufò del diabete e sciorinò le zingarate della sua nowhere land. Volò con le sue scarpette magiche un tanto a bacchetta ma su di lui niente fallo al diciottesimo. Al diciannovesimo si aprì un varco nella tanghera difesa argentina della squadra italiana e si giocò a pallamano. Samuel parò a terra, come al suo solito e meglio, ma fu perdonato.























I tempi al passato sono un omaggio a Gianni Brera
Egregio ragasso Brera Gioanìn, te ga vist il gol del Ronaldo? Il pur bravo Rooney ha potuto scegliere dove indirizzare il cross tra 3 compagni di squadra che in quel momento si sono fiondati in area. Chiamasi logica del pressing nel gioco d’attacco. In Italia non si vede MAI. In attacco mai, in difesa ormai neanche. A parte le differenze tecniche il Porto e il Chelsea di Mourinho giocavano lo stesso calcio, non tanto bello ma asfissiante. L’Inter no. Segno che in Italia per fare certe cose ormai elementari e basilari all’estero ci vuole una fede che scuote le montagne.
Gli inglesi, e ormai anche i nepalesi, accorciano ed accompagnano, accompagnano ed accorciano. Noi no, teste dure. E così le nostre squadre – vincano o perdano – sono sempre in sofferenza lì in mezzo. Ma non vogliasmo capire, non lo vogliamo vedere, non vogliamo, non vogliamo, non vogliamo…
Beviamoci sopra. Magari un rosso da trenta e non trecento euro.
Facciamo tre. Lo compro io al supermarket. Per l’oblio, meglio quello.