Spingendo la notte più in là

17 Maggio 1972. Muore ammazzato, sparato alle spalle, il commissario Luigi Calabresi. Giovane, disponibile. Il più visibile. L’obiettivo più facile...

17 Maggio 1972. Muore ammazzato, sparato alle spalle, il commissario Luigi Calabresi. Giovane, disponibile. Il più visibile. L’obiettivo più facile per i rivoluzionari di ieri. Scrittori, editorialisti, opinionisti di oggi.

Spingendo la notte più in là“, Ed. Mondadori, è il racconto di quegli anni, di quella vicenda. Fatto da Mario Calabresi, uno dei tre figli del commissario assassinato. A distanza di quasi 40 anni, con l’occhio di chi ha dovuto prima prendere coscienza del lutto per poi rielaborarlo. Subendolo due volte. Ripercorrendo i fatti, drammatici, per scoprire di averli già vissuti. Piccolo. Impressionando due volte la retina. Mario Calabresi è pacato e conciliante. Autorevole quando ricostruisce il clima di quegli anni. Il cielo sereno, le prime avvisaglie di maltempo, le nubi, il vento profetico. Quindi i lampi e i tuoni sotto, davanti al portone. La pioggia di lacrime di una mamma inconsolabile. Giovane vedova con due figli e un terzo in arrivo. Il vento profetico è quello delle scritte. Feroci. Claim di un marketing ordito dall’intellighenzia rivoluzionaria. Quella da salotto. Di pochi. Che seppero cavalcare il malcontento di tanti.

Mario Calabresi è pacato e conciliante. Ma fermo, quando racconta la verità processuale. Luigi Calabresi non era presente in quel maledetto ufficio da cui, poi, volò giù Giuseppe Pinelli. Tant’é. Questa verità non bastò mai. Non basta ancora. Mario Calabresi è pacato e conciliante. Autorevole perchè attraverso le pagine del suo libro, vedi che cerca un’unica Italia. Anche se tu leggi e ti indigni. Anche se pensi che ha le carte in regola per andare contro. Per farsi avvelenare dall’odio e dall’accidia. Perchè non è facile sentirse sempre lo stesso ritornello: “Perchè comunque quegli sbirri…” Perchè c’è un’Italia è complottista. Ma bisogna imparare a guardare dall’altra parte. Perchè, di fronte ad un lutto, anche se ti dilania l’anima devi scegliere la vita. Per sperare di costruire un’Italia che sa convivere. Dialogante e democratica.

Mario Calabresi è pacato e conciliante. Si è leccato le ferite. Ha cercato, durante la sua adolescenza, attraverso i suoi studi, una spiegazione. Si è dovuto chiarire il perchè. Ed adesso vede una terza via fuori dall’ideologie contrapposte. Fuori da legittime posizioni di contrasto che hanno indotto azioni terribili. Può esistere una contrapposizione dialogica e non armata. Mario Calabresi è pacato e conciliante. Anche quando descrive l’intimità di una famiglia che si riunisce attorno al magnetofono marca Geloso. Il magnetofono che custodisce quella voce paterna, l’unico modo con cui 3 bimbi piccoli possono ascoltarla. Anche se identica a sé stessa. Tutte le volte. E’ toccante quando racconta di lui piccolo e dei suoi pomeriggi al cimitero. Di quando chiedeva alla mamma come mai non lo avesse sepolto nella terra. Come gli Americani fanno con i loro caduti in guerra, al cimitero di Arlington. E lei: “Perchè non volevo prendesse la pioggia. Non mi sarei data pace a immaginarlo nella terra le notti di temporale“. Ma la pioggia che continua a prendere il commissario Calabresi è pioggia di inchiostro. Il medesimo inchiostro. Quello di un paese depravato in cui anche la chimica è capovolta. Peggio che la politica. Da una parte i dissociati, dall’altra tanti casi, troppi, che rimangono insoluti. Dissociati, insoluti. Capite.

Mario Calabresi certo, si rammarica, anche. Dei brigatisti di allora e del giudizio che è passato di quell’epoca sa che c’è ancora tanto da fare. Sul piano etico. Delle coscienze. E c’è il rischio che tutto passi sotto una lente distorta. Attraverso ottiche di prismi della memoria che è storica e politica. Dice: “Erano dei cazzoni tremendi. Ma questo messaggio non è passato: i brigatisti si portano dietro un’aura di persone impegnate, di combattenti, invece erano povera gente che facevano la lotta armata per riscattare una vita senza prospettive“. Furono i deboli a pagare. C’era un’ordine ingiusto che andava rovesciato. Ma quelli che cavalcavano il malcontento per rovesciare quell’ordine non erano tanto diversi da coloro che detenevano il potere che imponeva quell’ordine. Allo stesso modo chi era anteposto a difendere quell’ordine non era dissimile da coloro che con l’uso delle armi, della violenza e della morte cercava di scardinarlo. Furono i deboli a pagare.

Spingendo la notte più in là è un libro che si legge d’un fiato. E che soprattutto i giovani ventenni di oggi dovrebbero leggere. Anche se la Storia dell’Italia degli anni ’70 non la conoscono bene. Anche se Mario Calabresi non si rivolge a nessuno di loro come pretesto narrativo. Nessun Gennariello. Ma solo la voce di un figlio che ha perso un padre per uno studpido gioco ideologico. Per una subliminale campagna di marketing tesa all’odio. Il messaggio che ci lascia è esemplare. Positivo. Lo fa attraverso le parole della madre Gemma Capra. Vedova giovanissima. Lei che vaccinò i figli dall’odio e dall’accidia. Che li educò alla ricerca della verità fuori da condizionamenti. Perchè fossero uomini giusti.