Cultura

Scream last scream, old eagle with casket

11 marzo 2009

Waving my arms in the air

Ha un nome tremendo l’uomo in porta alla Lazio la domenica in Roma del 9 di Marzo dell’86. Il presidente del Consiglio è di serie A come quei tempi. Il campionato invece è di Serie B, l’avversario dei padroni di casa si chiama come un tranquillo e comune evasore del popolo delle partite Iva, si chiama Lanerossi Vicenza. Invece lui, il portiere, anche peggio: Astutillo. Astutillo Malgioglio, un ’58, anni 28 e dunque per quei tempi vecchissimo, proveniente dalla odiatissima Roma. Vi è stato due anni. Una sola presenza, due goal subiti. Uno per anno. E in più, in quei due anni passati a guardare (e giustamente) l’enorme Tancredi cercar di parare i rigori a Souness e Neal, la squadra non ha vinto più niente. Eccezion fatta, la immancabile ed eterna fidanzata dei giallorossi, la Coppa Italia. Malgioglio ora è lì, dall’altra parte delle strade che portano a Roma. Sul lato oscuro, ma niente paura. Solo perché han staccato la luce.

Una arrugginita riserva calata dall’alto della Magica su quella Lazio dell’86. Retrocessa, privata dei suoi più importanti giocatori depredati, molto volentieri e senza alcuna resistenza, dai grandi club, scossa da tre anni di presidenza Chinaglia senza soldi, coi prestiti, le salvezze a Pisa l’ultimo giorno coi fazzoletti bianchi à la Lauro, i cloni di Falcao, le bandiere, le bandiere fuori rosa, le bande, fuori e dentro, le gambe tolte al momento opportuno, i goal subiti dalla bandierina di Maradona, i goal fatti all’Inter con una serpentina lunga come il raccordo anulare da Laudrup, i ritorni di fiamma pe’gli anni ’60, le botte di arteriosclerosi. Scossa dalla fine di un sogno. La fine per sempre del ’74. E dagli ultimi fremiti di tutto ciò. Il presidente non è più lo zio d’Amerika dello scudetto tornato a casa tra Galeazzi ansimanti e vecchi striscioni di Re Cecconi mai più buttati, affatto. Il presidente ora è un napoletano come me. Si chiama Chimenti. Dopo la Lazio, si è dato ai farmaci e al golf. Dice che è laziale da sempre, tifava Chinaglia. Figurarsi. Dicon tutti così. Magari ora che ha visto i conti che Long John gli ha lanciato, tifa Chinaglia un po’meno. Anche lui è senza soldi. Non millanta soldi dei Warner, e mette subito le mani avanti. Dopo il sogno, il risveglio. Ma l’incubo è eguale. A scanso di equivoci, qui non c’è una lira e se ci fossero ci son anni di tasse arretrate. Forse pagate in America, maybe. Ed allora, se sei un giocatore tout court, ci si arrangia da sé. Il calcio scommesse secondo arriverà quell’anno tra poco. Nel frattempo c’è il campo. Sindona non è ancora morto e il veleno da spargersi, non manca poi tanto, è di là da venire.

Astutillo tende le braccia al cielo bianco ed azzurro. Ora è il momento del dolce. Dopo i giorni passati a piangere un padre da seppellire. E’ una bella giornata. Forse è bella la vita. E’ bello stare laggiù, stare sul campo. E’ bello il vivere se puoi lavorare giocando. E via cianciando. Magari le sta pensando davvero queste stronzate. Astutillo nonostante il nome pare sia un (vero) fregnone. Aiuta i disabili, fa volontariato, è di sinistra. Di sicuro avrà un cuore sì grande da poter giocare anche con un papà in meno. A un uomo non glielo chiedi, a un buono nemmeno ma perché lo pretendi, su un santo se la riserva è un pischello e la gara importante ci marci. Astutillo intanto sta per davvero lì anziché al camposanto. Forse è un esempio, forse sta lì per non essere inutile altrove. A Trieste la domenica prima proprio nell’imminenza della perdita, di siffatta perdita, a caldo era stato il migliore in campo. Forse la morte gli aveva scaldato finalmente le malferme manacce. In fondo è uno che aiuta un po’ tutti. Handicappati, laziali. Che non sa fermarsi con le mani in mano. Ha bisogno, con spocchia e violenza, d’affetto. Magari è solo un modesto impiegato di Eupalla. Uno che manco ci pensa a dir signor no al suo Mister. Si crede un benefattore. Invece nell’animo è solo Fantozzi. Chissà. In fondo di suo tende solo le braccia a quel cielo a mo’ di saluto. A chi non c’è più, a chi splende anche per chi, per gli altri, non c’è mai stato. Coraggio, Papà. In fondo dimentichi tutto se siamo sino in fondo soltanto gocce nel mare. Quel che è certo è che in realtà appare soltanto un omino che si sta riscaldando, coi baffi e quei vecchi e blasè maglioni da portiere che sapevan tanto di rammendo e fresco bucato. Figurarsi che gli arbitri eran ancora in nero e il sottoscritto ben sotto il quintale, che ne volete sapere. Le squadre sono di centroclassifica, da limbo. In maniera un po’ diversa. Una, la Lazio, finirà dodicesima. Sul campo. Partita con ambizioni, finita arrangiando una squallida salvezza in inedia. L’altra, il Lanerossi, finirà fuori dai giochi anch’essa si ma a tavolino. L’allenatore d’Astutillo è un ex della Juve. Lo ha già subito a Brescia. Il mister sa dove colpire l’uomo. Specialista in promozioni e cachet da crumiro, ingaggiato apposta per risalire a basso costo con una rosa mediocre tra cui l’eterno è D’Amico e il futuro Ciccio Dell’Anno. Il maglione risvoltato d’Astutillo è nero. Come forse il suo umore. Come di sicuro il cuore della sua curva.

I cori sono incessanti. Da subito. Esigenti. Pretenziosi. Artistici anche. Pieni di creatività e dinamite insieme. Nazistoidi ? E se anche fosse. Che senso ha la politica in un mondo dove anche il più cristiano urla al suo prossimo a terra che deve morire. E poi la curva della Lazio è di destra si sa. Ma il risultato non è di sinistra. Astutillo manco li sente. Perché dovrebbe. E’ nel calcio da tutta una vita e non se ne è mai lamentato. Ne ha sentiti di tutti i tipi e fatti a tutti i colori. A lui basta non esserne oggetto. E peggio per gli altri. Sul campo non vale l’altro da sé, l’altruismo non è proprio cosa. Sul campo, finalmente, si può.

Un commento a Scream last scream, old eagle with casket

  1. Stefy

    poverino! Ha fatto bene!

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