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Coppia gay cacciata, il condomino: «Sono distrutto. Mandatemi Barbara D’Urso e una psicologa»

Siamo a Torino: nel palazzo dove una coppia di giovani omosessuali è stata allontanata dallo stabile perché i condomini, uno in particolare, sembra, non gradivano la presenza di persone di diverso orientamento sessuale nel loro condominio. Omertà, rassegnazione e bocche cucite la fanno da padrone e le risposte alle domande dei giornalisti sono centellinate, parziali, nebulose. Intanto Carmine e il suo compagno, che vivevano all’ultimo piano del condominio di via Paravia a Torino, hanno dovuto cambiare alloggio. Sono stati ricevuti dal sindaco Piero Fassino.

IL CONDOMINIO DOVE LA COPPIA GAY VIENE CACCIATA

Il loro, presunto, allontanatore si chiama RM, nato nel 1953, operaio nelle acciaierie delle Ferriere. La Stampa ci parla di lui, e delle parole con cui si presenta e racconta il suo dolore: “Mandatemi Barbara d’Urso”, dice.

Entrate – dice – sono distrutto. Mandatemi Barbara D’Urso e una psicologa». Scusi, in quale ordine di preferenza? «Indifferente. Ho bisogno di entrambi. Di qualcuno che voglia ascoltare la mia voce e di qualcuno che possa prendersi cura di me. Questa storia mi sta mandando all’inferno. Sono alla gogna. Sono un miserabile. Sono un ignorante. Ma hanno bisogno di dire persino che sono un nazista…». Il suo nome è RM, nato a Torino nel 1953, ex operaio alle acciaierie delle Ferriere. Secondo l’atto d’accusa, è stato lui a pronunciare frasi come: «Scendi giù frocio di merda che ti spacco la faccia!». Mesi di vicinato non proprio tranquillo: «Voi noi siete nessuno. Ora cominciano i guai». «Vi faccio trovare un po’ di divise a girare per casa». «Bisogna bloccarli, quei due ricchioni. Bloccarli su per le scale, e massacrarli di botte». «Questi due froci se ne devono andare via di qui con le buone o con le cattive». È a processo per stalking, fra pochi giorni la sentenza di primo grado. Con gli occhi iniettati di sangue e una camicia quasi hawaiana, il signor M giura di non aver pronunciate quelle parole: «A me non interessa la sessualità degli altri. Ognuno la vita se la smena come vuole. Ci sono stati dei problemi. Beghe condominiali. Litigi per gli spazi comuni, per l’ascensore. Ma non ho niente contro i gay. Non devono fare di me un capro espiatorio. E non avrei mai danneggiato questa casa con le scritte che mi attribuiscono, visto che sono un inquilino moroso: devo più di 11 mila euro. Ora sto cercando di vendere a un prezzo stracciato il mio appartamento per pagare i debiti».

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Secondo le vittime, che M sia un nazista è conclamato.

«È un periodo molto difficile. Ma le cose sono chiare. Il signor M aveva una svastica davanti alla porta e ha chiamato suo figlio Haider. Quanto a noi, diceva che avevamo nomi da finocchi. Il problema è che in quel palazzo si odiano tutti. Non riuscivano ad accettare due omosessuali benestanti e felici».

Il palazzo certo non sembra essere dalla loro parte.

Sul legno dell’ascensore sono incise delle svastiche. Altri insulti contro i gay. Ingiurie che nessuno ha ancora cancellato. Ma non si tratta solo di parole. I due inquilini omosessuali sono stati pestati non lontano da questa casa. E quel giorno, in quella piazza, c’era anche la figlia minorenne del signor M. Al terzo piano del palazzo, una donna sudamericana dice dietro alla porta: «Preferisco non parlare. Ho paura. La polizia è venuta tante volte». La signora del primo piano è insofferente: «State montando un caso per una piccola questione fra condomini». Nessuno è disponibile a dirsi almeno dispiaciuto, sempre lo stesso ritornello: «Non li conosco. Solo buongiorno e buonasera».

 

 

Copertina: Google Maps