Alex Schwazer positivo
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Alex Schwazer vince, anzi trionfa a Roma: andrà all’Olimpiade di Rio 2016

ALEX SCHWAZER A RIO 2016-

Una favola. O almeno è quello che speriamo. Perché se questa volta fosse tutto a posto, sarebbe una di quelle storie che sanno scrivere pagine indimenticabili della poesia dello Sport.
Il cattivo scoperto. Pentito. Redento. Infine vincente.

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Alex Schwazer, a poco più di una settimana dalla fine della sua infinita squalifica (3 anni e 9 mesi) per doping che gli costò Londra 2012, la reputazione, l’amore, un contratto di sponsorizzazione e il congedo dai Carabinieri. E soprattutto quell’umiliazione pubblica che si autoinflisse con una conferenza stampa-confessione tra le lacrime.

Oggi è tornato. L’ex oro olimpico di Pechino (nel palmares anche un oro agli Europei e due bronzi ai Mondiali) si è rimesso in gioco. Dopo aver fatto persino il cameriere a Innsbruck, aver lasciato quello sport massacrante che lo aveva visto condannato a vincere e cedere alla debolezza di voler imbrogliare con l’Epo, ha chiamato Sandro Donati, allenatore icona dell’antidoping, e gli ha detto che voleva ricominciare. Pulito. Il prof gli ha detto che avrebbe fatto molti più controlli di quelli necessari alla legge sportiva, lui ha detto sì. Li abbiamo visti per mesi girare molti quartieri di Roma. Sempre a marciare, a sudare. E il ragazzo di Vipiteno, ha ritrovato il Paradiso, dopo l’inferno del doping, proprio nella capitale. Perché, sotto gli occhi increduli di molti a metà gara di quei 50 km che ci ha raccontato come una tortura, in passato, ha staccato tutti. Migliorando lo stile, rendendolo più fluido, trovando il tempo, vicino al Colosseo, per dire a uno del servizio d’ordine “devo vincere”. Devo. Sì, devo. E lo ha fatto.

Primo, con il secondo tempo stagionale dietro a Diniz: ma il percorso che si è concluso alle Terme di Caracalla, oggi, questo mondiale a squadre che ci ha visto prevalere anche con un quarto, quinto e ottavo posto (Marco De Luca e Teodorico Caporaso, entrambi con il loro record personale 3h44’47” e 3h48’29”, Matteo Giupponi con 3h52’31”) su Ucraina e Spagna.
Alex ha staccato Tellent, australiano, campione olimpico a Londra, in quell’undici agosto 2012 che lo aveva portato a prendere l’Epo. Pulito, gli ha dato 3 minuti e mezzo. Glavan, l’ucraino, era ancora più lontano.

Se n’è fregato di Tamberi e Damilano, Schwazer, che nonostante abbia pagato più di altri, non lo volevano a Rio 2016. Ha vinto per Katia, la nuova fidanzata, al traguardo per abbracciarlo, con i genitori di lui. Ha vinto per i tifosi che, non senza la sorpresa di molti, lo hanno sostenuto per tutti i 50 km. Lo ha fatto per quei compagni con cui andrà a Rio (pare che nella spedizione salirà anche Giupponi, ma per la 20 km) e che nel ritiro lo hanno accolto con affetto e senso dello spogliatoio. Ma lo ha fatto soprattutto per sé. E quando ha ritrovato la forza di parlare, dopo quelle 3 ore e 39 minuti netti di marcia, è sembrato cambiato, davvero. “Non sono un esempio” ci ha tenuto a sottolineare. “Il doping è un demonio”. E ancora “forse non mi sarei dopato se ci fosse stata la radiazione alla prima positività forse non avrei assunto l’Epo. Perché avrei vinto”. Lasciando intendere che sì, se fossero stati squalificati anche gli altri e avessero pagato come lui, lui non avrebbe cercato di mettersi in pari assumendo sostanze tollerate dalle loro federazioni lassiste, non sarebbe caduto in quelle tentazioni. Ma non cerca giustificazioni. “Me la sono voluta, ma sono tornato da una cosa brutta. Ringrazio i compagni, che mi sono stati vicini e in gara sono stati fantastici: tanti azzurri nei primi dieci. Tutto bello. Penso che in Italia io sia uno dei pochi che ha chiesto scusa, ormai non posso tornare indietro. Cerco di ripartire con nuovi obiettivi, nuovi traguardi. L’Italia va forte, noi cinquantisti stiamo tutti bene e questa vittoria vale tanto”,

Ecco Alex, vale tantissimo. Ora, però, continua a tenere i piedi per terra, tu che devi farlo per regolamento, altrimenti nella marcia ti ammoniscono. Questa rinascita, come ha detto il presidente del Coni Malagò “è una grande storia”. Non importa che tu vinca anche a Rio, è importante che tu non perda di nuovo la strada. E sarà comunque un trionfo.