Storie di ordinario stalking. La vita blindata di una donna la cui unica colpa è aver amato. E che, per questo, è costretta a scappare.
“…e adesso eccomi qui. Niente mimose, una figlia con problemi d’udito, e senza una casa dove dormire. Domani è un altro giorno…speriamo”. Silvia C. ha trentatré anni, un ex marito, dal quale si è divisa due anni fa, dopo cinque anni di matrimonio e la nascita di una bambina, Elisa. E qualcuno che la segue. Lei fa la donna delle pulizie nei condomini
per una ditta più grande, in quello che si potrebbe chiamare outsourcing: questi prendono troppe commesse per il personale che hanno, e invece di assumere chiamano lei e le appioppano i lavori peggiori, quelli nei complessi più fuorimano. Silvia ha una parziale sordità all’orecchio destro, non del tutto risolta da un apparecchio che prima le era stato messo a disposizione dal sistema sanitario nazionale, e che poi ha voluto comprare. Con quello, si carica stracci, spazzoloni e secchio e sale sull’autobus: fa due condomini la mattina e uno nel primo pomeriggio, fino a quando non va a prendere la bambina a scuola. “Poi torno a casa e comincia il tormento”.
Perché?
Squilla il telefono, a tutte le ore del giorno e della notte. Alzo la cornetta, sento che non c’è nessuno, riattacco e stacco la linea, perché so che altrimenti me ne arriveranno altre dieci. Tengo spento anche il cellulare non appena rientro a casa, perché mi chiama solo quando è sicuro che sono rientrata. Chissà perché. Qualche volta ha suonato anche al citofono, ma io sono andata solo in un’occasione a sentire; per il resto, non apro. Ho detto a tutte le persone fidate che per farmi aprire devono suonare una specie di “codice“, e dopo fare un’altra cosa.
Ehi, ma questo posso scriverlo o pensi che possa danneggiarti?
Scrivi pure, non indovinerà mai – e sorride – anche perché non importa: guardo sempre dallo spioncino prima di aprire mi hanno educata bene. Ma c’è anche altro. Trovo scritte sui vetri, da quando abito in una casa al piano terra, fatte in ore in cui non sono a casa. Volgarità, ma non è quello che mi dà fastidio, e nemmeno i preservativi sopra i davanzali. Vuoti, vivaddio. Anzi, ancora nella plastica. Chissà che vuol dire.
Sei andata alla polizia?
Ci vado ogni volta che trovo oggetti invece che semplici scritte. Ho fatto le foto del resto, gliele ho portate, non è
successo niente. Ho detto che immaginavo chi potesse essere, l’hanno chiamato, niente. Qualche tempo dopo ho portato altri condom, hanno visto che erano di marche diverse, giustamente dicono che non sono prove indicative visto che il mio sospetto usava sempre un certo tipo, e quello non me l’ha mai portato.
Perché dici “portato”?
Perché all’inizio la prendevo a ridere. Nella mia testa, fantasticavo che invece che lui fosse una specie di ammiratore segreto, e davo a ogni preservativo il nome di un fiore per illudermi che fosse un gentile regalo. Riesco a riderne ancora oggi, se ci penso, quando tutto questo è iniziato. Ma adesso va avanti da troppi anni.
Da quanto tempo?
Da subito dopo il divorzio. Il giorno me lo ricordo – ce l’ho stampato in testa come quello del matrimonio, anzi di più – ma non mi va di renderlo pubblico. Prima le scritte, poi i preservativi, poi le telefonate, e a volte le tre cose insieme nelle 24 ore. Una volta è andato avanti per tre giorni consecutivi. Stavo per impazzire, cominciavo a dare segni di squilibrio. Poi Elisa me ne ha dette quattro (“mamma ma cosa piangi! Ma la vuoi smettere che così non sei una brava madre?”), e mi sono data una scossa.
Il parlamento ha appena approvato una legge sullo stalking.
“È punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque molesta o minaccia taluno con atti reiterati e idonei a cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero ovvero a costringere lo stesso ad alterare le proprie scelte o abitudini di vita”. L’ho imparata a memoria, la parte che mi riguarda. Potrei andare, sì. Ho anche parlato con un avvocato.



“(ride)”
io la immagino che rida come se piangesse, forse perchè di piangere non è più capace.
Una testimonianza agghiacciante, eppure è resa così precisamente che sembra un racconto qualunque. O forse è questo il dramma vero. LO è.
Io non riesco ad immaginare come si possa vivere anzi, sopravvivere, in queste condizioni e per di più non essere creduta dalle autorità e neppure l’avvocato può aiutarti e cosa fai: devi cambiare TU la tua vita e darla vinta ad un verme schifoso che ti tormenta di nascosto…
Non potrebbero bastare dei semplici indizi sul sospettato per fare un po’ di controlli ambientali, sulle schede telefoniche, movimenti vari etc, dico io, in modo da acquisirle, quelle prove?
(pure io ho subito stalking telefonico in ore antelucane mentre ero commissaria esterna alla maturità, meno male che finì con gli esami!)
Purtroppo mi sembra per alcuni aspetti di leggere la mia storia,anche se ancora non siamo arrivati alle molestie telefoniche, non credo che si tratti di un mio ex e ,per fortuna, non ho figli da tutelare…ma la vita te la cambia lo stesso.E’ stato un caso raro,che tra le diverse denunce di querela contro ignoti io abbia trovato nelle forze dell’ordine una persona che abbia dimostrato un pò d’umanità e voglia di approfondire con alcune ricerche,ma poi succede anche che le persone che fanno bene il loro lavoro,vengono trasferite e tu ti ritrovi di nuovo sola a risolvere un problema.Perchè non cercare di indignarsi e provare ad ascoltare veramente PRIMA il grido disperato di noi donne in difficoltà,magari effetuando delle ricerche ambientali o di altro genere, invece di scandalizzarsi DOPO, quando leggeremo sulla prima pagina dei quotidiani l’ennesimo stupro?La soddisfazione di cambiare casa a questo verme,perchè di questo si tratta, non gliela do, ma forse se avessi avuto un figlio e non mi fossi sentita tutelata dalle autorità non credo avrei scartato del tutto questa ipotesi. Un abbraccio a Silvia ed Elisa.
No comment.