Randagi-killer, la mappa dei cani pericolosi

L’ultimo censimento risale al 2007 I cani senza tetto erano quasi seicentomila nel 2007. Uno ogni dieci tra quelli accuditi...

L’ultimo censimento risale al 2007

I cani senza tetto erano quasi seicentomila nel 2007. Uno ogni dieci tra quelli accuditi in casa. Il Corriere della Sera racconta del censimento, primo e unico, fatto nel 2007.

La Lav (Lega antivivisezione) denuncia che a «queste cifre non corrispondono adeguate cure per gli animali ». Una valutazione delle dimensioni del randagismo, precisa Ilaria Innocenti, «deve prendere in considerazione anche tutte le problematiche che alimentano il fenomeno: il commercio di animali, l’importazione di cuccioli, le nascite incontrollate, la mancata sterilizzazione dei cani di proprietà e le carenze degli organi di controllo». Bruno Mei Tommasi, dell’associazione nazionale tutela animali (Anta), spiega come i due casi ravvicinati tra loro di randagi che hanno aggredito umani a Livorno e Milano illustrano più di tante parole le due facce della medaglia: «I randagi sono 1,5 milioni, almeno tre volte quelli stimati e molti sfuggono al controllo: basti pensare che a Lampedusa ci sono 5mila abitanti e 400 randagi.Milano e Livorno, però, fanno storia a sé. Quei randagi vivono ambiti di confine della città ma accanto a persone che in qualche modo li alimentano. Non è randagismo ma gestione inadeguata, maltrattamento».

Diverso il fenomeno al Sud:

«Il randagismo puro è in Puglia, Sicilia, Campania, Calabria. Dove sono le microchippature? Perché non si fanno a tappeto? E ci sono canili che non hanno alcun interesse a dare in adozione gli animali. Perché rinunciare al compenso sicuro, da 1 euro a 5 al giorno per ospite?». Ci sono canili lager, ma dei 1.650 Comuni che non dispongono di questa struttura, l’80 per cento è al Sud. E nella solo Puglia sarebbero 70 mila i cani senza padrone. I branchi sono un potenziale rischio di aggressione per le persone.

Eppure ci sono differenze anche tra randagi:

«Il cane ferale, figlio di randagi che non ha mai conosciuto l’uomo, potenzialmente è meno pericoloso di un cane che è uscito da un sistema familiare e, reintrodotto in un sistema naturale, riattiva il suo istinto atavico primordiale, si unisce ad altri e fa branco. Questo conosce l’uomo, i suoi limiti». Il cuore del problema è la sterilizzazione. L’Associazione veterinari (Anmvi) chiede un piano straordinario. «I nostri settemila ambulatori sono a disposizione», dice il presidente Marco Melosi. E Fiorenza Resta, avvocato impegnato nella tutela dei diritti animali rincara: «Le Asl su questo sono assolutamente carenti».