L’autobus scopa

04/03/2012 - Tanti colleghi mi considerano uno stupido Altri uno che per soldi farebbe tutto, altri ancora uno che fuori del lavoro non ha nulla. Possono dire quello che vogliono, a me non dispiace passare le domeniche così, a fare servizi extra

     
 

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Tanti colleghi mi considerano uno stupido

Altri uno che per soldi farebbe tutto, altri ancora uno che fuori del lavoro non ha nulla. Possono dire quello che vogliono, a me non dispiace passare le domeniche così, a fare servizi extra che mi portano lontano dall’abitudine quotidiana, da quell’insieme di facce anonime che sono sempre le stesse e pure fanno finta di non riconoscerti mai.

Per questo ho accettato, come ogni anno, come per ogni manifestazione come quella di oggi, di guidare l’autobus che raccoglie i ritirati da questa gara, l’autobus che in maniera un po’ buffa un po’ sprezzante per chi non ce la fa viene chiamato autobus scopa. Oggi la gara di corsa è lunga 21 chilometri, una enormità per chi, come me, sbuffa se deve fare più di 100 metri a piedi ma, sarà che siamo tutti diversi, qui c’è gente che si lamenta se fa tutta questa strada due minuti più di quanto pensava, se arriva un metro dopo il suo compagno di squadra, al 101° posto al posto del 100° e così via.

Ma i miei clienti sono diversi, i miei clienti sono i perdenti, quelli che vengono ramazzati dal mio autobus scopa che si deve fermare ogni 10 metri, a volte ogni 5 perché sono talmente stanchi e distrutti che anche un metro in più diventa uno sforzo immane. Poi quando salgono su parte il mio talk show preferito, lo spettacolo della sconfitta che ognuno apparecchia per i compagni di sventura e soprattutto per me, il loro Caronte.

Si comincia dopo pochi chilometri, le prime storte, le prime improbabilissime pance che avrebbero consigliato di passare la mattinata ai giardinetti e non in tuta e scarpette: sono i più chiassosi, quelli che hanno ancora fiato a sufficienza per dimostrare agli altri che senza quella botta, quella caduta di cui mostrano i graffi come le stimmate, sarebbero arrivati addirittura primi o al più dietro al plotone di africani. I ciccioni no, quelli ridono a voce alta sgranocchiando il pacco che gli hanno dato alla partenza, giustificando le calorie del cioccolato con tutti i chilometri che, con il pensiero, avrebbero fatto oggi. Sono le ultima risa che si sentono perché, dopo, è tutto pianto e stridore di denti. I più rumorosi presto si stancano delle numerose fermate e cominciano a realizzare che per arrivare al traguardo ci metteranno più che se andavano a piedi e nel frattempo salgono i veri sconfitti. Non alzano lo sguardo, salutano in maniera sommessa: il bruciore della sconfitta, di aver perso la sfida con se stessi, si sente forte. Sembrano scoraggiati, come se avessero perso il lavoro, come se ora non riusciranno più ad affrontare il magro bilancio familiare, i figli che non vogliono studiare o la suocera che, almeno oggi, li aveva lasciati liberi di andare a fare questa cosa diversa dal solito. Mi chiedo se quelli che invece arrivano al traguardo raggiungono davvero il paradiso o se, alla fine, ritroveranno gli stessi problemi; se anche trovando il coraggio di fare tutta quella strada sulle loro gambe riusciranno poi a dirottarlo sulle cose importanti sulla vita o finiranno per averlo solo consumato lì, per una vittoria futile come quella della squadra del cuore nel derby: tanto sfotto agli amici e poi tutto torna come prima.

Mentre rifletto arrivano altri sempre più malandati, sempre più distrutti (e non siamo nemmeno a metà gara) con l’unica forza disponibile quella per raccontare le solite scuse all’amico: mangiato pesante la sera prima per una cena che non si poteva rifiutare, tempo troppo freddo, troppo caldo, troppo umido, troppo poco allenamento, un’influenza ancora non smaltita. Se la raccontano e ognuno non crede a quella degli altri e nessuno dice che si, forse partecipare era stato un azzardo, che ci sono sfide nella vita che sono troppo più in là, che non basta prefissarsi uno scopo con tutte le proprie forze per poterle realizzare ma che la felicità in fondo è un equilibrio tra la forza che si ha e le sfide che si scelgono…Dall’altro lato vedo un’autoambulanza che sfreccia e penso che qualcuno per queste sfide impossibili oggi non tornerà a casa, che dovrà chiamare i familiari a trovarlo in ospedale per un giorno o, a volte, tanto tanto di più.

Quando ormai l’atmosfera è quella di un funerale mi accade una cosa che non era mai successa prima: un ragazzo a schiena diritta, neppure tanto sudato, mi sta aspettando e chiede di salire. Non sembra distrutto e, camminando non sembra zoppicare per caviglie torturate, piedi con unghia sanguinanti o tumefazioni da caduta. Sembra uno di quelli che, a quest’ora dovrebbe essere da un pezzo al traguardo a complimentarsi con i colleghi della squadra per l’ottimo tempo raggiunto, a pensare alla prossima gara e al prossimo allenamento. Invece appena apro le porto mi mostra un cagnolino e mi implora di poterlo portare con se. Un’auto ha colpito la sua mamma e lui stava lì in una siepe a piangerla. Quando il ragazzo si è avvicinato il cucciolo gli è andato vicino e, con un istinto che solo le bestie possono chiamare bestiale, ha capito che quello era la sua salvezza e gli ha cominciato a girare intorno. Lui ha provato a prenderlo ed andare di corsa con lui fino al traguardo ma il cane aveva semplicemente paura e non gli è restato che l’autobus scopa. Non so nemmeno se potrei farlo ma gli faccio segno di salire e do anche io una carezza al cucciolo che, dopo tanto stress, dorme nelle sue mani.

Forse è per questo che mi piace fare questo servizio speciale anche in una domenica dove potrei andarmene tranquillamente a leggere un giornale sportivo in un parco. Perché dalle sconfitte si impara tanto, anche quelle degli altri. Oggi guardando il viso desolatamente felice di quel ragazzo ho imparato che per quanto sia importante una sfida, per quanto tu ti sia preparato a superarla e sei sicuro di farcela è solo se riesci a capire che è meglio rinunciarvi perché ci sono cose più importanti, è solo quando non giri le spalle al destino e lo ascolti con mente aperta che troverai la vittoria.

     
 

3 Commenti

  1. Francesca scrive:

    delle volte leggendo piccoli episodi simili si acquista una leggerezza che nella vita pesa notevolmente in senso positivo…..
    Buona Domenica a tutti, sportivi e non!

  2. GioSan scrive:

    Bellissimo pezzo!

  3. tesauro maria scrive:

    questa e la mia vita e ringrazio pietro per averla evidenziata

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