Non l’avevo mai vista così. Via via che la boscaglia s’infittiva la ragazza che conoscevo, dolce e serena, liberava rabbia e cattiveria. Il suo corpo superava di forza arbusti aspri e la sua voce si faceva più rara, l’ansimare più frequente e nervoso. Lasciava i rami senza cura, li scagliava quasi contro me, che la seguivo a stento. I suoi pantaloncini corti non le risparmiavano graffi alle gambe affusolate, le ginocchia tonde, le belle caviglie; le mani toccavano foglie e spine, indifferentemente. A volte si fermava, pareva ripensarci. Mi guardava
con rancore, mi cercava dubbi o esitazioni ma io ne approfittavo per superarla, seguivo il primo sentiero che avevo davanti. Allora lei ne prendeva un altro, mi costringeva di nuovo a seguirla, cercava di umiliarmi altezzosa. Salivamo ancora e spesso, dopo un albero, su una roccia liscia e senza appigli, si apriva un precipizio profondo. Rallentavo per paura della sua irruenza, per frenare il suo orgoglio che la portava troppo vicina al precipizio. Lei allora fingeva di farsi male, s’irritava contro un graffio che l’aveva ferita, esitava su una strada che non ricordava; ma erano solo stratagemmi per aspettarmi, per tenermi dentro quel gioco affascinante e pericoloso. Arrampicandoci sull’ultimo masso arrivammo ad una raduna. La sua irruenza si spense mentre io fui rapito da un paesaggio spettacolare, inaspettato: un ruscello esitava in piccole cascate fino ad un laghetto che pareva fermo, nel suo immobile colore verde, nei rami adagiati di un albero che lo sovrastava. Da lì di colpo cadeva giù in una cascata più grande. Tre, quattro, cinque metri, non si capiva dove l’acqua potesse finire perché colava giù, sotto la superficie dura delle rocce da cui eravamo arrivati.
Lei non godette della vista di quello spettacolo, a lei ben noto. Non derise la mia bocca aperta, il mio deglutire di fronte alla forza della Natura da cui non riuscivo a staccare lo sguardo. Invece cominciò a camminare, in circolo, lentamente, mentre io bagnavo i polsi e le mani nell’acqua gelida, in quella purezza che moriva nel sottosuolo. Mi girai verso di lei per condividere la
gioia di quella vista ma era assente, persa nella sua lenta danza, in suoi mortali pensieri. La testa bassa scalciava delicatamente dei fili di erba che non le davano retta, continuavano a piegarsi solo al vento leggero di montagna. Con le mani a coppa provai l’acqua. Sapeva di terra ma dava refrigerio, dopo quella corsa sotto il sole. Le offrii dell’acqua e piano piano, avvicinandomi al suo viso, sentii il fresco delle palme e il caldo dei polsi dove dolcemente le sue lacrime si riposavano del viaggio lungo le soffici guance. Gli occhi iniettati di rabbia si erano arrossati per il pianto. Senza guardarmi mi disse: “Questo è il posto“. Mi guardai attorno ma niente, niente mi faceva intuire il suo dramma, nulla mi richiamava il suo segreto. E lei riprese a girare in tondo, le sue gambe ferite continuarono una danza senza fretta, senza tempo. Ad un tratto il mio sguardo si posò sui suoi piedi. Con uno scatto mi alzai abbandonando l’acqua: lei stava girando sul vuoto! Un buco, grande quanto bastava per accogliere la sua figura minuta, si apriva ai suoi piedi. Un tunnel profondo diversi metri, celato dall’erba alta. L’avvolsi per la vita e sentii il suo abbandono, sentii la sua sconfitta nelle mie braccia. Provai a scuoterla, a spingere su quelle braccia esili che parevano spezzarsi da un momento all’altro. E lei cominciò a dire qualcosa, soffiando forte nella parole. “Non l’ho visto, mi sono distratta e non l’ho visto. Nemmeno lui l’ha visto e c’è finito dentro. Era troppo piccolo, non dovevo lasciarlo correre da solo, non dovevo lasciarlo bere alla fonte“. Il suo volto si era disteso, la rabbia era sparita dal suo viso, lasciando il posto alle guance di sempre, dolci e invitanti.
La carezzai mentre il suo dito, mezzo teso verso il buco, mi indicava una sporgenza, molti metri sotto di me. Un collare rosso con dei cuoricini ancora reggeva una massa informe di peli, un qualcosa che ricordava vagamente un cane. “Ha strillato per un’ora, due, non so. Non la finiva più di chiamarmi, chiamarmi, ma io … ma io… io non ce la facevo a chiedere aiuto, non potevo. Io non dovevo essere lì, dovevo essere a scuola e non volevo farmi scoprire. Mi chiamava e io impazzivo perché non avevo il coraggio di s
cendere giù né di chiamare aiuto. Mi ha chiamato fino a che è morto, per colpa mia, solo per colpa mia“. Come era brutta ora, il muso proteso in avanti nella smorfia del pianto. I suoi occhi non la finivano più di buttare lacrime e le mie mani le asciugavano le labbra, la gola, stringevano al petto le sue guance. Infine sentii la mia voce che, vincendo la paura di cedere al pianto, disse: “Ci crediamo grandi, ci vediamo come i padroni dell’universo. E poi non siamo in grado di affrontare le persone che ci vogliono bene, la paura di deluderli, di farli stare male. Le tue lacrime non tireranno su il guinzaglio, non faranno scodinzolare di nuovo il tuo cane ma se capirai i tuoi errori, se affronterai con rabbia le tue paure la sua morte non sarà stata inutile. Ognuno di noi ha un angolo di vigliaccheria, ha perso le sue battaglie contro l’impotenza, contro la cattiveria degli altri e di se stessi. Ma deve imparare a risorgere, a conquistare la sua libertà. Cominciamo ora: un solo sguardo e saremo salvi“. Non dimenticherò mai quello sguardo, mi accomodai in quegli occhi luminosi senza paura, senza fretta, sperando che non finisse mai. Eppure finì e dopo un mese, quando chiuse la scuola, Marina si trasferì in un’altra città privando per sempre dei suoi occhi me, unico custode del suo segreto. E’ per questo che, dopo un anno, quando ho ricevuto la sua lettera, sono tornato qui. Solo qui posso sentire il suono della sua voce e il calore delle sue lacrime. Solo qui posso guardare nell’acqua e ritrovare gli occhi maliziosi che spuntano dalla foto che mi ha inviato: una ragazza felice che abbraccia un nuovo cucciolo di cane.




se non fossi già sposato ti sposerei! Quante emozioni scorrono tra le tue parole.
Ciao
Lodo
Cara Lodo,
ne deduco che il racconto ti è piaciuto…
Tra l’altro la foto del luogo somiglia tremendamente a quello che ho descritto nel racconto (e che si trova in Cilento).
Per quanto riguarda il matrimonio ci ho messo 15 anni a convincere mia moglie (propinandole anche tanti racconti…)a sposarmi e ora sembra ancora non aver cambiato idea. Nel caso fai attenzione se pubblico un bel racconto sui dolori di chi è stato lasciato…