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Buste arancioni, Boeri: «La politica ha paura di informare i cittadini»

«Abbiamo trovato tantissimi ostacoli, soprattutto per l’invio delle buste arancioni perché, lo voglio dire con sincerità, c’è stata paura nella classe politica, paura che dare queste informazioni possa penalizzare». A lanciare l’allarme è il presidente dell’Inps, Tito Boeri, che nel suo intervento al Graduation Day dell’Altemps dell’Università Cattolica ha parlato delle buste arancioni, ovvero l’invio, a 8 milioni di contribuenti della simulazione della loro pensione.

Pensioni, Boeri e lo stop alle “buste arancioni”: «Non ci arrendiamo. A chi lo vuole daremo le previsioni»

BUSTE ARANCIONI: BOERI «STRUMENTO IMPORTANTE PER INFORMARE TUTTI SULLA CULTURA PREVIDENZIALE»

Questa settimana saranno inviate le prime 150mila lettere. «Sono buste – ha spiegato Boeri – che contengono informazioni di base con le quali noi ci allineiamo ai dati della Rgs, peraltro concordati a livello europeo. Quindi lo scenario di riferimento di base della crescita di lungo periodo è quello». Per il presidente dell’Inps le buste «sono qualcosa che serve moltissimo alla persona. Ricostruiamo la carriera contributiva passata con l’estratto conto contributivo e chiediamo alle persone di verificarne anche l’esattezza. In secondo luogo – ha aggiunto – mettiamo in luce il rapporto tra i contributi versati e la pensione e quando sarà possibile andare in pensione, oltre al legame della crescita economica e delle carriere e delle pensioni individuali». Secondo Boeri si tratta di strumento «importante perché in Italia c’è una bassa cultura previdenziale e ancora una più bassa consapevolezza finanziaria soprattutto tra i giovani».

BUSTE ARANCIONI, TITO BOERI «GIOVANI, GENERAZIONE PERDUTA»

«Noi le nostre proposte le abbiamo fatte ormai quasi un anno fa e le abbiamo presentate al governo. A ottobre le abbiamo rese pubbliche. Il nostro contributo lo abbiamo dato, adesso spetta alla politica decidere cosa fare. Io mi auguro che qualcosa venga fatta», ha sottolineato Tito Boeri. «Sicuramente il tema dell’uscita flessibile è un tema che va affrontato non fra cinque anni ma adesso. C’è una penalizzazione molto forte dei giovani e dato il livello della disoccupazione giovanile rischiamo di avere delle intere generazioni perdute all’interno del nostro Paese. Noi invece abbiamo bisogno di quel capitale umano». Secondo il presidente dell’Inps è quindi «molto importante fare questa operazione in tempi stretti. I livelli della disoccupazione giovanile sono assolutamente intollerabili in Italia».

BUSTE ARANCIONI, TITO BOERI «GENERAZIONE 1980 CON INTERRUZIONE CONTRIBUTIVA AVRA’ LA PENSIONE A 75 ANNI»

E proprio sul futuro dei giovani che ci sono i più pesanti timori dell’Inps. Due anni senza contributi costeranno alla generazione del 1980 un ritardo nel conseguimento della pensione anche di cinque anni, innalzando così la possibilità di andare in pensione a 75 anni di età. «Abbiamo voluto studiare una generazione che può essere indicativa – ha spiegato il presidente dell’Inps -, quella del 1980 e abbiamo ricostruito l’estratto conto previdenziale. Abbiamo preso in considerazione i lavoratori dipendenti, ma anche gli artigiani, persone che oggi hanno 36 anni e che probabilmente a causa di episodi di disoccupazione vede una discontinuità contributiva di circa due anni. Due anni senza contributi». «Se la generazione 1980 dovesse andare in pensione con le regole attuali che prevedono i 70 anni – ha concluso – con l’interruzione contributiva registrata ci andrà dopo due-tre o anche cinque anni perché non ha i requisiti minimi».

(in copertina foto ANSA/FABIO CAMPANA)