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«L’Fbi ha pagato gli hacker per violare l’iPhone di San Bernardino»

L’Fbi ha pagato un gruppo di hacker per sbloccare l’iPhone degli attentatori di San Bernardino aggirando il “no” imposto dalla Apple per poter avere accesso ai dati sensibili. E, secondo quanto riportato da Gizmodo, gli hacker in questione sono stati pagati a mo’ di consulenza con una tariffa fissa. Questi sarebbero impegnati a raccogliere dati sensibili per conto del Governo.

HACKER FBI SPACCIATI PER RICERCATORI

L’Fbi ha però definito tali hacker dei “ricercatori” specializzati nella caccia alle vulnerabilità nei software con le informazioni che poi vengono vendute al governo degli Stati Uniti. Costoro sono definiti “cappelli grigi” e sono contrapposti ai “cappelli bianchi”, hacker che scoprono le vulnerabilità per segnalarle alle aziende responsabili così da migliorare la sicurezza della rete. Infine ci sono i “cappelli neri”, ovvero coloro che rubano informazioni personali.

FBI, TRA I “RICERCATORI” ANCHE UN LADRO D’INFORMAZIONI PERSONALI

La squadra creata dall’Fbi per violare l’iPhone dei killer di San Bernardino includeva tra i suoi elementi anche un “cappello nero”. Se questa rivelazione, anticipata dal Washington Post e poi ripresa da Gizmodo, fosse vera allora la notizia dello sblocco dello smartphone da parte dell’israeliana “Cellebrite” è una bugia. Oltretutto non si sa quali dati sono stati raccolti. La situazione si sta facendo spinosa.

APPLE SI SCOPRE IMPROVVISAMENTE VULNERABILE

 

Il Pentagono paga degli hacker per superare i blocchi senza l’aiuto delle aziende produttrici e non si sa quali siano i dati che vengono sottratti. Questo penalizza sopratutto Apple che non riesce a proteggere i propri dati e le proprie macchine dagli attacchi degli hacker con evidenti conseguenze in termini di mercato. Inoltre si scopre che i programmi hanno dei problemi di vulnerabilità anche dalle parti di Cupertino. Forse Apple avrebbe dovuto dare all’Fbi quello che cercava perché così per l’azienda le conseguenze potrebbero essere peggiori.

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