|

«Sono stato pagato per mentire sull’omicidio di Ilaria Alpi»

Hashi Omar Hassan potrebbe essere stato condannato senza alcuna reale colpa: ritenuto responsabile unico dell’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, i due reporter italiani morti nel marzo del 1994, il suo caso è all’esame della Corte d’Appello di Perugia che si sta occupando del riesame del suo caso. La testimonianza chiave per mantenerlo dietro le sbarre, quella di Ahmed Alì Rage, è stata ritenuta fragile, indiziaria e pronta ad essere capovolta: Rage – è l’inconfessabile segreto mantenuto per oltre vent’anni – sarebbe stato pagato dai servizi italiani per dichiarare il falso e chiudere velocemente il caso di due giornalisti ammazzati perché avevano scoperto troppo. 

ILARIA ALPI, SI RIAPRE IL PROCESSO? 

Hassan, in tutti questi anni, ha mantenuto ferma la sua innocenza, che ora potrebbe venirgli finalmente tributata. 

 C’è un cittadino somalo che ha trascorso 16 anni in carcere per un crimine che non ha commesso. Si chiama Hashi Omar Hassan. Tre Corti d’appello e una sezione della Cassazione nel 2002 lo hanno riconosciuto colpevole dell’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, i giornalisti del Tg 3 della Rai assassinati a Mogadiscio il 20 marzo del 1994. Ma la sua condanna definitiva a 26 anni si basa su due fragili prove che, con il tempo, si sono rivelate inconsistenti: un vago riconoscimento fotografico e l’accusa di un testimone, Ahmed Alì Rage, detto “Gelle”, che adesso ha ritrattato ufficialmente la sua versione sostenendo di «essere stato pagato dalle istituzioni italiane» per incastrare il suo connazionale. Fino al giugno del 1997, Rage era uno dei tanti somali che soffriva la più spietata guerra civile di tutta l’Africa orientale. Portato in Italia assieme ad altri 16 somali che rivendicavano un risarcimento per le presunte violenze subite da parte degli italiani inquadrati nella missione Unisom, ha finito per diventare l’architrave di tutto l’impianto accusatorio del processo Alpi-Hrovatin.

 

 

Hassan vive da anni in una struttura per la messa in prova dei detenuti del Nord Italia; il suo grande accusatore da anni vive libero in Inghilterra, lavora, ha fatto cinque figli e le istituzioni italiane, pur avendo sempre sostenuto che fosse irreperibile, sapevano perfettamente dove si trovasse. 

LEGGI ANCHE: Ilaria Alpi, senza giustizia da 22 anni

Dopo la sua testimonianza, “Gelle” è sparito dalla circolazione. Non ha confermato le accuse nei diversi processi, non è stato messo a confronto, non ha colmato molte lacune del suo racconto. Nessuno lo ha mai cercato. Ufficialmente era irreperibile. Eppure, già da dieci anni tutti gli organi inquirenti conoscevano il Paese, la città, l’indirizzo dove viveva. A Birmingham, in Inghilterra, dove si è sposato, ha fatto cinque figli, lavora alla luce del sole e percepisce uno stipendio. Solo un mese fa, dopo la desecretazione degli atti della Commissione parlamentare d’indagine, si è scoperto che il 28 febbraio del 2006 la Direzione della polizia criminale del ministero degli Interni lo aveva comunicato alla Commissione stessa. Ascoltare il supertestimone sarebbe stato essenziale. Perché il giorno in cui Hashi venne condannato, “Gelle” chiamò un giornalista della #CD in lingua somala a Roma e gli svelò una verità sorprendente. «Ho accusato qualcuno che non c’entra nulla con l’omicidio dei due giornalisti. Per farlo sono stato pagato dalle istituzioni italiane».

 

Finalmente, dopo molti anni, Gelle ha accettato di parlare con i magistrati italiani, tramite rogatoria; alla fine di marzo i Pm italiani sono volati in Inghilterra dove Gelle ha confermato la sua versione. Prima di ricevere denaro e protezione dai magistrati italiani, il somalo non aveva alcun motivo per accusare Hassan di un omicidio che non aveva commesso.

La clamorosa smentita di “Gelle” è una bomba. Può scoperchiare la pentola dove si sono addensati i tanti depistaggi di una vicenda ancora tutta da scrivere. Il supertestimone si rifiutava di accusare il suo connazionale. Lo fece solo il 10 ottobre del 1997, dopo un incontro tra i dirigenti della Digos che lo interrogavano con l’uomo che lo aveva portato in Italia assieme a 16 somali: l’ambasciatore Giuseppe Cassini, all’epoca dei fatti emissario per il governo in Somalia. Da domani sfileranno in aula alcuni dei principali testimoni di quella tragedia. Dallo stesso ambasciatore Cassini, al giornalista Massimo Alberizzi, all’imprenditore Giancarlo Marocchino, l’uomo d’affari con molti interessi nel Paese del Corno d’Africa. In attesa di ascoltare, per la prima volta in un’aula di giustizia, la versione dell’uomo che può aprire l’armadio dei misteri sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.