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L’inferno di essere gay e musulmano

Dove la tradizione è discriminazione: anche nelle comunità degli immigrati la vita è ancora molto difficile

Che la vita di un ragazzo o di una ragazza omosessuale in un paese di religione islamica come l’Algeria e il Marocco, dove essere gay è peccato e reato, sia particolarmente difficile, non è qualcosa che stupisca; che anche le comunità di emigranti in paesi europei si portino dietro queste tradizioni, contribuendo a rendere molto difficile la vita anche ai figli persino in paesi che hanno da tempo superato la logica della discriminazione nei confronti delle persone Lgbt, può essere naturale ma non per questo meno tragico.

UNA VITA DIFFICILE – El Pais ci racconta una parte della sofferenza dei musulmani omosessuali in terra spagnola. “Quando si sa che qualcuno è gay viene emarginato e si smette di parlargli”, ammette Achraf el Hadri, marocchino di 27 anni, che vive a Madrid. “La presidentessa dell’Unione delle Donne Islamiche in Spagna, Laure Rodriguez, va un passo oltre: “C’è una diffusa lesbofobia e omofobia nelle comunità islamiche del nostro paese, il punto comune di tutte le lesbiche che ho intervistato è un processo lungo, traumatico e doloroso per decidere fra la propria religione e la propria sessualità o trovare un equilibrio”; C’è anche chi ha provato a studiare la questione da un punto di vista sociologico ed accademico: “Le caratteristiche fondamentali di un gay musulmano è il vivere in due mondi differenti: da una parte c’è la famiglia, che non sa nulla, e, dall’altra, ci sono gli amici. Sono reti che non si toccano mai, o si mischiano”. Lola Martin, autrice dello studio, crede che queste persone vivano in un “armadio doppio” e fa notare che alcuni di essi tentano di nascondere chi arriva da un paese islamico”. In Europa, principalmente in Francia, ci sono associazioni degli omosessuali di religione islamica che organizzano importanti convegni anche a livello europeo; non così in Spagna, dove c’è un attiva associazione LGBT, con alcuni iscritti di religione mussulmana, e qualche micro-collettivo che agisce per conto suo.

GIUSTIFICAZIONI TEOLOGICHE? – “La cosa più vicina ad una associazione islamica omosessuale è il collettivo KiFKiF, (“da uguale ad uguale” in arabo) che lavora per i diritti dei gay in Marocco, ma anche di quelli che lavorano allo Stretto. “Il nostro fine è principalmente quello di aiutare i nostri paesi vicini, ma abbiamo dovuto registrarci come associazione in Spagna, perché qui, l’omosessualità è criminalizzata”. La religione impedisce di poter vivere una vita aperta: “Le scuole di giurisprudenza islamica hanno sempre pensato alla sodomia come qualcosa di proibito”, dice Abdennur Prado, presidente della Giunta Islamica Catalana; ma, secondo l’esperto di teologia, la base nei testi sacri per condannare il comportamento omosessuale sarebbe fallace e male interpretata: “Non c’è base per giustificare questa persecuzione nel Corano”, dice Prado: “L’hadìth a cui si fa riferimento” (tradizione orale risalente addirittura al profeta Maometto, a cui si attribuisce valore di divieto o permissione, utile ad interpretare il Corano ndt) “parla dei seguaci di Lot, lo stesso episodio nella Bibbia che si concentra su Sodoma e Gomorra. Ma, se leggiamo bene, vediamo che non si parla di relazioni omosessuali, ma della violazione dei doveri di ospitalità verso gli stranieri”.