Darfur, le armi spuntate del diritto internazionale
05/03/2009 - Il Tribunale Penale Internazionale ha chiamato in giudizio il presidente in carica del Sudan, con le accuse di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Una svolta epocale per quel che riguarda il diritto internazionale, essendo la prima volta che
Il Tribunale Penale Internazionale ha chiamato in giudizio il presidente in carica del Sudan, con le accuse di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Una svolta epocale per quel che riguarda il diritto internazionale, essendo la prima volta che tali incriminazioni vengono mosse nei confronti di un capo di Stato in carica
Sei anni di guerra, trecento mila morti, due milioni e mezzo di rifugiati. E’ il primo bollettino per definire i confini di una guerra civile sempre a metà tra un colpevole silenzi
o mediatico e la notizia legata all’intervento di Gorge Clooney, il divo che sulla scia dei Bono Vox, ha messo a disposizione la sua faccia per una causa umanitaria. Ma non è solo una guerra civile il conflitto del Darfur; quello che sembrava una pulizia etnica ha mostrato invece il suo volto con il passare degli anni. Genocidio.
LA RELIGIONE NON CONTA – Il Sudan per decenni ha vissuto una guerra civile tra il Nord (musulmano, di etnia araba) e il Sud del paese (cristiano, di etnia Dinka), nulla di più classico nella storia africana di paesi disegnati a matita secondo gli interessi dei grandi Stati europei. Ma dal 2003, in sordina e lontano dalle telecamere, gruppi di guerriglieri Janjaweed (letteralmente “demoni a cavallo“) hanno iniziato a bruciare interi villaggi nella r
egione occidentale del Darfur, che condivide con il “cuore politico” del Sudan, sia l’origine tribale che la religione. Un conflitto quindi atipico, difficilmente collocabile nei soliti schemi con cui la diplomazia internazionale legge i conflitti africani.
L’OMBRA DEL GOVERNO - Per i primi anni del conflitto l’opinione pubblica mondiale lo ha considerato un problema locale, un conflitto tra due fazioni per il controllo del territorio: i Janjaweed appartengono a un gruppo semi-nomade dedito alla pastorizia che cercava semplicemente di cacciare i nativi del Darfur da una zona nella quale volevano insediarsi. Ma, lentanemente, i racconti dei milioni di profughi hanno potuto dare una lettura diversa, più agghiacciante. L’esercito regolare sudanese appoggiava con mezzi e truppe le tribù nomadi del Baggara, incitandole a praticare ogni sorta di violenza alla popolazione locale.
“CI DICEVANO DI NON LASCIARE VIVO NESSUNO” – E’ questo uno dei passaggi chiave di una confessione di un militare sudanese, intervistato dalla BBC. ”Devi stuprarla, altrimenti sarai picchiato“, racconta il soldato che poi riuscì a uscire da quell’inferno procurandosi delle ferite. “Se non facevi come ti ordinavano di fare, se ti rifiutavi di uccidere i bambini, ti avrebbero ucciso a tua volta“. Testimonianza dopo testimonianza insomma si aprivano degli squarci su un conflitto sanguinoso e terribile, e la questione arrivò alle Nazioni Unite.
RISOLUZIONE 1706 – Il consiglio di Sicurezza si è mostrato – per l’ennesima volta – incapace di porre rimedio alla situazione. Nonostante che gli Stati Uniti, grazie al potere di persuasione di molte ONG umanitarie, dichiaravano che “nel Darfur è in atto un genocidio“, una simile attribuzione – che avrebbe costretto il Palazzo di Vetro a prendere forti azioni – non arrivò a conclusioni altrettanto dure. La risoluzione 1706 del 31 agosto 2006 prevedeva l’invio di 20.000 caschi blu in sostegno ai 7.000 uomini dell’Unione Africana, che cercavano di fare da cuscinetto tra i miliziani e i civili locali. Ma le minacce del governo sudanese (“considereremo ogni soldato straniero come invasore“) e la determinazione di Cina e (in parte) Russia a lasciare al Sudan campo aperto hanno poi lasciato il Darfur in balìa degli eventi.
VECCHI E NUOVI COLONIALISMI – Non per sgarbo o per una nuova forma di Cortina di Ferro che la Cina si è oppost
a – finora con successo – a una qualsiasi azione della comunità internazionale. Il “Grande Paese di Mezzo” (il significato dell’ideogramma cinese per rappresentare lo Stato della Grande Muraglia) è il primo importatore del greggio sudanese, ha investito moltissimo nelle raffinerie e nei porti sudanesi, e una crisi politica internazionale potrebbe chiudere i rubinetti. Un rischio troppo alto per un paese che ha un fabbisogno crescente di oro nero. Sono migliaia tra uomini d’affari e tecnici specializzati asiatici che lavorano giorno e notte nelle grandi centrali estrattive sudanesi. Il governo vende in esclusiva il suo petrolio alla Cina a un prezzo di mercato, in cambio però non chiede solo infrastrutture, ma l’impunità. E la Cina, del resto sempre restia ad agire negli ambiti democratici dei consessi internazionali, ha finora risposto ponendo il veto nel Consiglio di Sicurezza a qualsiasi iniziativa che potesse ledere gli interessi di uno Stato “amico” come quello di Khartoum.
IL TRIBUNALE PENALE INTERNAZIONALE – Il TPI, indipendente dalle Nazioni Unite, ha formulato precise accuse al presidente sudanese Omar Al Bashir. Crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Il procuratore Luis Moreno-Ocampo, dopo una lunga requisitoria aveva anche chiesto l’incriminazione per genocidio. E’ la prima volta che viene prodotto un mandato d’arresto per un capo di un governo in carica, e la novità avrà pesanti ripercussioni negli equilibri del fragile diritto internazionale. Fa bene ricordare che l’incriminazione, però, fa parte delle prerogative del tribunale:
Articolo 27
Irrilevanza della qualifica ufficiale
1. Il presente Statuto si applica a tutti in modo uguale senza qualsivoglia distinzione basata sulla qualifica ufficiale. In modo particolare la qualifica ufficiale di capo di Stato o di governo, di membro di un governo o di un parlamento, di rappresentante detto o di agente di uno Stato non esonera in alcun caso una persona dalla sua responsabilità penale per quanto concesse il presente Statuto e non costituisce in quanto tale motivo di riduzione della pena. 2. Le immunità o regole di procedura speciale eventualmente inerenti alla qualifica ufficiale di una persona in forza del diritto interno o del diritto internazionale non vietano alla Corte di esercitare la sua competenza nei confronti di questa persona.
LOBBY SIONISTA – Così, cercando di screditare il tribunale da un punto di vista politico, reagisce il governo Sudanese, che minaccia di “lasciare il percor
so moderato e democratico” e di arrestare tutti coloro che collaboreranno con la corte internazionale. Mentre foto del procuratore bruciano in diretta televisiva durante l’apparizione di Al Bashir, il governo sudanese ride della notifica di arresto, mostrando tutta la debolezza di un istituto innovativo ma pur sempre monco e inefficace in casi come questo: “Il tribunale penale internazionale non dispone di una propria forza di polizia. Chi credete che consegnerà loro il nostro amato presidente?“.













tristezza