Primarie Gop, l’infinita sfida tra la Bibbia e Wall Street

27/02/2012 - Lo scontro tra Rick Santorum e Mitt  Romney è una battaglia per il cuore della destra americana Dopo tre  settimane di pausa le primarie repubblicane ritornano con due elezioni che si svolgeranno martedì 28 in Arizona e Michigan. La stella

     
 

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Lo scontro tra Rick Santorum e Mitt  Romney è una battaglia per il cuore della destra americana

Dopo tre  settimane di pausa le primarie repubblicane ritornano con due elezioni che si svolgeranno martedì 28 in Arizona e Michigan. La stella Santorum, esplosa dopo l’inaspettata tripletta in Colorado, Minnesota e Missouri, sembra già essersi oscurata, ed ancora una volta Mitt Romney è tornato ad occupare il ruolo di traballante favorito che recita da ormai quasi un anno. Lo scontro tra il fondamentalismo valoriale dell’ex senatore della Pennsylvania e il pragmatismo economico del miliardario di Boston delinea il dilemma da risolvere per la destra americana per lanciare la sfida ad Obama.

L’ENIGMA DEL 37 – Febbraio doveva essere un mese piuttosto fiacco nel calendario predisposto dal partito repubblicano nazionale, e i desideri della macchina organizzativa di Washington sarebbero stati pienamente esauditi senza l’inaspettato trionfo di Santorum in due caucus e in una primaria che non assegnava alcun delegato. In Minnesota, Missouri e Colorado l’ex senatore della Pennsylvania è riuscito a trionfare in modo piuttosto inaspettato, scompaginando ancora una volta le aspettative di Mitt Romney. Il grande favorito per la nomination del Gop pensava, dopo il flop in South Carolina, di aver indirizzato la corsa sul binario giusto dopo la trionfale cavalcata della Florida, bissata in maniera convincente nei caucus del Nevada. La batosta subita nei tre Stati che hanno votato ormai più di due settimane fa però avevano confermato tutti i dubbi della base repubblicana sul suo probabile alfiere anti Obama, rilanciando la candidatura di Rick Santorum come possibile unificatore della destra statunitense. L’ex senatore della Pennsylvania, che fino ad ora ha vinto solo competizioni caratterizzate dalla bassa partecipazione, è esploso nei sondaggi, ma non è stato in grado di mantenere la sua leadership demoscopica. Perfino il semi endorsement di Rupert Murdoch, il magnate che controlla la televisione più amata dalla destra, Fox News, non ha portato benefici.  Rick Santorum, così come gli altri frontrunner che l’avevano preceduto, non ha mai superato la soglia del 37% nelle intenzioni di voto per le primarie repubblicane rilevate giornalmente da Gallup. Il più prestigioso istituto di sondaggi degli Stati Uniti registra da mesi un’altalena al vertice, ma nessuno dei candidati che ha finora occupato il primo posto è mai stato in grado di raggiungere, e tanto meno andare oltre il 40%, un livello di consenso, demoscopico, che può indicare una plausibile maggioranza all’interno dell’elettorato repubblicano. Da mesi, ormai un anno, nessun candidato appare in grado di unire i moderati e i conservatori che votano il Gop, così da prolungare all’infinito la giostra per la leadership repubblicana.

NO, IL DIBATTTITO NO – Rick Santorum possiede alcune qualità che possono permettergli di strappare la nomination. Senatore di uno Stato importante come la Pennsylvania, una carriera di primo rango a Washington, un apprezzamento diffuso per le sue doti umane, posizioni molto nette su temi etici ed economici che appaiono poco attraenti per il centro,  ma che sono capaci di scaldare i cuori dei conservatori. La batosta subita nelle midterm del 2006, quando subì un’umiliante sconfitta dopo due mandati di senatore, non è certo un buon ticket per la Casa Bianca, ma almeno in quell’occasione Santorum dimostrò coraggio. Mitt Romney, che dopo aver vinto nel democratico Massachusetts aveva conquistato più di un cuore nell’establishment repubblicano, preferì non ricandidarsi per un secondo mandato nello stesso anno, evitando così la sicura sconfitta che avrebbe subito, per non pregiudicarsi il sogno della nomination presidenziale. Dopo la resurrezione e la sorprendente vittoria in Iowa, Santorum era stato eclissato dalla rinascita di Newt Gingrich, ma era riuscito a recuperare i favori dell’elettorato conservatore dopo che l’ex Speaker della Camera aveva palesato  – grazie agli investimenti milionari del Team Romney in pubblicità negative- tutta l’usura della sua ormai lunga e controversa carriera politica. Nell’ultimo dei venti dibattiti svoltisi in casa Gop però il momentaneo frontrunner della corsa repubblicana ha fallito il rigore forse decisivo. Mai come quest’anno i dibattiti tra i candidati si sono rivelati decisivi nello spostamento dei consensi verso l’uno o l’altro dei contendenti, ennesima conferma dell’incertezza che ormai regna da molti mesi. Rick Santorum doveva far capire agli americani perché in quel momento lui era diventato il favorito della nomination, ma ancora una volta Mitt Romney è riuscito a risorgere. La prestazione dell’ex senatore della Pennsylvania è stata giudicata deludente, e anche se i sondaggi non hanno rilevato il crollo subito da Gingrich dopo i dibattiti della Florida, la sua corsa demoscopica si è fermata, rimettendo in discussione il risultato del Michigan, e riassegnando i favori della vigilia a Romney per la primaria dell’Arizona. Una grande occasione persa per Santorum, che ha altresì  confermato ancora una volta tanto la debolezza dell’ex governatore del Massachusetts, quanto la sua capacità di riprendersi da ogni passo negativo.

VALORI CONTRO BUSINESS – La sfida tra Romney e il suo avversario generico, che ogni mese cambia anche se ormai si chiamerà o Gingrich o Santorum, non è un semplice confronto tra due diverse personalità, ma evidenzia il differente approccio dei repubblicani allo scontro con Obama. La storia insegna che battere un presidente uscente è sempre un compito arduo. Per questo motivo l’establishment repubblicano, e la parte più moderata e pragmatica dell’elettorato, hanno da tempo pensato alla migliore soluzione che possa battere Obama sul suo punto debole, l’economia. Benchè in questo momento i segnali di ripresa ci siano negli Stati Uniti, il presidente in carica non dovrebbe godere dell’enorme bonus goduto da Reagan o Clinton, rieletti in modo convincente grazie anche a tassi di crescita boom. Mitt Romney, un business di grande successo, e repubblicano capace di vincere in una roccaforte liberal come il Massachusetts, unico Stato vinto da George McGovern nella sua epocale sconfitta contro Nixon, appare da questo punto di vista la scelta più logica. Inoltre, come notava Andrea Mancia, la candidatura Romney piace all’establishment del partito perché appare la più solida del lotta, l’unica che apparentemente non potrebbe tramutarsi in un fallimento di notevoli dimensioni. Un flop, che se si verificasse, potrebbe mettere a rischio la maggioranza repubblicana alla Camera, e pregiudicare le buone chance di riconquista del Senato che ci sono nel 2012. Rick Santorum, così come Newt Gingrich prima di lui, è invece un candidato che pone un accento molto più forte sulle proprie posizioni  e su quelle che il Gop dovrebbe assumere. L’ex senatore della Pennsylvania  vorrebbe sfidare Obama per quello che una parte significativa della destra americana crede che sia: un pericoloso socialista che vuole sgretolare i valori americani. Una Casa Bianca che punisce l’iniziativa individuale e mette a rischio le tradizioni religiose, in particolare quelle cristiane, deve essere affrontata in modo frontale, un pensiero che è molto diffuso nella base conservatrice.

IL GUERRIERO CRISTIANO CONTRO OBAMA – Nelle tre settimane che hanno separato i trionfali caucus del Minnesota e del Colorado dalle primarie di Arizona e Michigan Rick Santorum ha voluto prendere in mano lo scettro dello scontro valoriale contro il presidente. Mentre tutti i sondaggi indicavano l’impopolarità delle posizioni repubblicane su aborto e contraccezione, l’ex senatore della Pennsylvania le ha difese strenuamente, accusando il presidente di una teologia diversa da quella della Bibbia. Un’affermazione molto forte, che è stata seguita da altri richiami al cuore conservatore dell’America profonda. Nei giorni scorsi invece Santorum ha criticato il presidente perché vorrebbe imporre a tutti i ragazzi di frequentare le università, per far acquisire ai giovani americani i suoi valori progressisti al posto di quelli cristiani o tradizionali insegnati dalle loro famiglie. Nella giornata di ieri l’ex senatore della Pennsylvania ha attaccato in modo molto netto la separazione tra Stato e Chiesa cristallizzata in un famoso discorso del primo, e finora unico, presidente cattolico degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy. Santorum ha rimarcato la sua ferma contrarietà a impedire che le persone credenti possano avere un ruolo pubblico nel quale vogliano perseguire i valori della propria fede. Una prospettiva che lo farebbe vomitare, ha dichiarato in televisione all’ABC in uno degli approfondimenti politici della domenica, e nuova esca lanciata alla base cristiana dei repubblicani.

LA CORSA AI DELEGATI – Le dichiarazioni da cultural warrior di Rick Santorum sono arrivate nel rush finale delle campagne in Michigan ed Arizona. Nei due Stati c’è una situazione di relativo equilibrio, con una corsa testa a testa nel primo e Romney favorito nel secondo. I delegati assegnati dal Michigan sono più di quelli dell’Arizona, ma nello Stato rappresentato da John McCain al Senato il vincitore li conquisterà tutti. E’ dunque probabile che l’ex governatore del Massachusetts uscirà con il maggior numero di delegati dalla tornata elettorale di martedì, cementando così il suo già discreto margine di vantaggio sui suoi avversari. Rick Santorum ha bisogno invece di affermarsi come l’unico, vero, rivale conservatore di Romney, visto che Gingrich è ancora in corsa. Tra dieci giorni si svolgerà il SuperTuesday, e i dieci Stati che svolgeranno primarie chiariranno la reale situazione in casa Gop. In questo momento è però ancora incerto il vero esito dei caucus svolti in questo mese e mezzo di competizione. Molti Stati assegnano i delegati in modo non vincolante, così che i vincitori di questi eventi, Santorum e Romney, non sanno esattamente su quali forze potranno contare alla Convention di Tampa che assegnerà in modo definitivo la nomination repubblicana. La situazione di relativo caos dal punto di vista regolamentare potrebbe avere una significativa importanza se nessun candidato conquisterà una chiara maggioranza entro la prima settimana di giugno, quando tutti i cinquanta Stati americani avranno svolto i loro caucus o le loro primarie.

     
 

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