Il dibattito sul mercato del lavoro in Italia è in genere di pessimo livello: invece di analizzare i fatti ed elaborare teorie su come la realtà funziona, ci si limita spesso alla polemica politica e al partito preso. Alimentando miti e leggende che possono essere smentite da una breve analisi economica
Il mercato del lavoro è un tema complesso, che in Italia spesso si ferma al wishful thinking dei diritti per tutti e su tutto, al legalismo giuridico totalmente avulso dalla realtà effettuale. Si tratta di un problema di mentalità: chi
vuole risolvere un problema deve capirne le cause; chi vuole facili consensi non ne ha bisogno, e si può limitare ai formalismi e alle prediche morali. Probabilmente l’opera migliore che la tratta in maniera scientifica, sia giuridicamente che economicamente, sono le “Lezioni di diritto del lavoro” di Pietro Ichino, un testo che sono sicuro sia del tutto incomprensibile al 99% dei giuslavoristi, dei sociologi delle relazioni internazionali e di coloro che in generale parlano del mercato del lavoro. Come si faccia a trattare un problema senza una teoria che faccia capire le conseguenze delle scelte di policy è un mistero, ma tutto sommato nessuno si stupisce se il dibattito in Italia è sempre di pessimo livello. Parto da una teoria di base molto semplice e largamente applicabile, e poi analizzerò delle eccezioni e delle complicazioni che sono più o meno rilevanti nelle situazioni reali, a seconda dei casi.
SALARI, RENDIMENTI, CRESCITA – Il problema della crescita dal punto di vista neoclassico è molto semplice, probabilmente troppo, ma fornisce uno schema concettuale del tutto adeguato per una comprensione di massima del problema. Essenzialmente, l’economia cresce quando i risparmi (cioè il reddito non consumato) vengono impiegati per creare capitali (investimenti). Gli investimenti sono messi in atto perché rendono un reddito, il rendimento. L’accumulazione del capitale è l’unico modo per aumentare la produttività del lavoro e quindi il livello di salari nel medio-lungo termine. Il rendimento degli investimenti in un paese dipende molto dalla competitività, che dipende a sua volta dal costo del lavoro rispetto alla produttività, dalla certezza e dall’efficienza dei diritti di proprietà, dalla presenza di spirito imprenditoriale, dall’efficienza delle norme e dei regolamenti burocratici, dall’efficienza dei mercati finanziari. Tutte cose su cui in Italia stiamo messi malissimo,
tra sindacati rigidi, industriali assistiti, banche inefficienti, tasse a bizzeffe e burocrazia folle. Si deduce da tutto ciò che l’unica politica sociale che funziona è una politica di crescita economica, e quindi di efficienza e di dinamismo. Se ne deduce anche che l’unico modo per finanziare la crescita è risparmiare e canalizzare i risparmi verso gli investimenti produttivi, cioè non verso le pensioni anticipate, la spesa pubblica, e magari l’acquisto di case, come si fa in Italia da decenni.
LA FORMAZIONE DEI SALARI – Il modello standard di formazione dei prezzi delle merci, il modello concorrenziale, non corrisponde fino all’ultimo centesimo alla realtà, ma questo non giustifica certo la sua mancata comprensione. Lasciamo perdere le dispute terminologiche, come la vexata questio “il lavoro è una merce o no?“: si tratta di fuffa ideologica. La domanda importante è: il modello economico aiuta a capire la realtà del mercato del lavoro? Siccome la risposta è sì, lasciamo la fuffa agli azzeccagarbugli e ai capipopolo e affrontiamo la faccenda seriamente. Supponiamo che ci siano 100 lavoratori e 10 aziende. Esiste un salario a cui tutti i lavoratori e tutte le aziende sono contente, ed è il salario di equilibrio. Essere contenti non significa che i salari sono alti o bassi rispetto a non si sa ben cosa, ma semplicemente che la domanda e l’offerta sono in equilibrio. Se un lavoratore produce 20 e il salario è 10, l’azienda ha un incentivo ad assumerlo e quindi a innalzare i salari; se il lavoratore produce 5, l’azienda ha incentivo a licenziarlo e ad abbassare i salari. Alla fine il salario sarà pari alla produttività. Più aziende e più lavoratori ci sono, più le due grandezze saranno uguali. In sostanza, in un mercato con decine di datori di lavoro non bisogna preoccuparsi della produttività, perché la produttività determina i salari spontaneamente.



Spero che la seconda parte dell’articolo parli un po’ anche dell’inettitudine degli imprenditori italiani…
Consiglio un altro metodo per cancellare la Cina dalle carte geografiche: globalizzare anche i diritti e non solo la produzione. Quando gli operai cinesi avranno le garanzie che hanno gli operai europei, la competizione sarà più equa.
Infine, scrivete delle “rigidità dei contratti a tempo indeterminato”. Ma in questi tempi dove il problema principale è la carenza di acquisti da parte della “middle class”, la carenza di fiducia nel futuro, non sarà che avere un contratto “rigido” o altrimenti detto CERTO sia un aiuto a superare la crisi stessa?
1) Di mancanza di imprenditorialità non parlo, se non nella nota sulla competitività in questo articolo. 18,000 caratteri erano già troppi.
2) Certamente, come arma anticinese l’esportazione della CGIL è meglio di una bomba termonucleare. Quando avranno anche loro la CGIL, smetteranno anche loro di avere un futuro più prospero del presente, proprio come noi.
3) Il che contraddice quanto tu dici nel secondo punto. Comunque di questo ne parlo nel secondo articolo, indirettamente.
tutti dipendenti del calibro “se ci fossi io al suo posto si che saprei come far girare tutto..quello sta solo in ufficio al computer e al telefono…”, giusto??
Sto affilando le armi, stai pronto
“Quando gli operai cinesi avranno le garanzie che hanno gli operai europei, la competizione sarà più equa.”
No, avranno pure gli operai cinesi la garanzia di diventare disoccupati. A parte le battute, ma di preciso di cosa si parla? Prima di tutto l’evoluzione dovrebbe essere spontanea e non imposta dall’esterno con dissimulate finalità protezionistiche, poi se si tratta di diritti di libertà anche sindacale assolutamente sì, se invece fai riferimento a tutte le bardature corporative e gli eccessi fintamente garantistici che hanno giganteschi effetti di eterogenesi dei fini Dio li scampi…Poi mi risulta che degli interventi legislativi in Cina sono stati già fatti in materia di diritto del lavoro e non siamo più all’anno zero come molti credono. Rimane il fatto che i vantaggi competitivi della Cina erano sul versante lavoro un basso costo e uno scarso garantismo legale di stampo europeo: senza tutto ciò i cinesi non sarebbero stati in grado di attirare investimenti e molti contadini sarebbero rimasti a morire di fame o brucare l’erba nelle campagne, sai che “equità” è quella…
Retore: beh, del resto quando si parla di solidarietà tra lavoratori si intende questo: tu muori di fame e io mi tengo le ferie pagate.
Quando i sindacati, come la FIOM a inizio XX secolo, imponevano i closed shop, danneggiavano tutti gli altri lavoratori.
Quando inneggiano ai social clause, vogliono evitare che i lavoratori cinesi e bengalesi facciano loro concorrenza, guadagnandosi da vivere.
Quando parlano di controllo dei capitali, vogliono impedire che i captiali avvantaggino i lavoratori rumeni e polacchi.
A vedere la realtà, parrebbe che “Solidarietà” significhi riempirsi la bocca di ipocrite menzogne, per ottenere a spese della collettività dei privilegi legali a danno soprattutto dei lavoratori più poveri.
E poi parlano di liberismo selvaggio.
Beh un minimo di libertà di associazione dovrebbero raggiungerla prima o poi anche in Cina, anche se già adesso non è più come 20 anni fa, ho sentito raccontare da un mio conoscente che nelle fabbriche che stavano crescendo allora nella zona di Shenzen ai confini con Hong Kong i capireparto usavano allegramente le bastonate sulla schiena agli operai che sbagliavano.
Ma allora erano comunisti e la cosa non destava particolare scalpore……
Un nostro fornitore di rame raccontava dello stabilimento che avevano in Cina era accanto a quello di una nota produttrice di computer. Questa era circondata da alte mura e aveva guardie armate agli ingressi che si spalancavano solo 2 volte al giorno per il cambio dei turni…
Il limite all’”esportazione dei diritti”, comunque, è anche il gentile governo cinese che è pronto a boicottare e chiedere la chiusura per quelle aziende che intendono premiare i dipendenti con salari più alti. Tutto deve essere omologato perché un diritto quando è acquisito da uno diventa un’aspirazione per un altro. E questa è, per loro, una spirale virtuosa inaccettabile.
“il lavoro è una merce o no?“
Dipende.
“lavorare” significa usare le proprie capacità per trasformare una cosa in un altra (p.e. una pila di mattoni in un muro, ma anche dei fogli bianchi in un documento)
Se lo faccio per conto mio, per vendere un prodotto che costruisco io, allora il lavoro è un mezzo.
Se lo faccio per conto terzi, per costruire prodotti che venderanno altri, allora è una merce.
Sicuramente i cinesi possono fare passi avanti da molti punti di vista. L’ultima cosa che devono fare per il loro bene però è evirarsi da soli imitando le politiche sociali europee: ci vorrebbe semmai una difesa dei diritti individuali, “life liberty and property”. Infatti i diritti negativi non sono incompatibili con lo sviluppo economico, mentre un eccesso di diritti positivi sarebbe esiziale per centinaia di milioni di lavoratori.
Il mio punto è un altro. Di certo non volevo dire che in Cina rispettano i diritti umani meglio che a l’Aia. Ma chi deduce da questo che IMPOVERIRE i cinesi con il protezionismo lo fa per il BENE dei cinesi puzza di ipocrisia da un miglio. La logica del protezionismo è sempre la stessa: dei produttori inefficienti (e.g., l’industria tessile italiana) fa pagare ai consumatori nazionali (che pagano più le magliette) e ai produttori esteri più efficienti (altrimenti il problema non si porrebbe) i propri privilegi. Che i produttori esteri siano o meno rispettosi dei diritti umani non è mai stata una discriminante rilevante.
I tuoi ragionamenti Pietro sono sempre sballati in partenza dal fatto che tu non consideri la domanda.
Le tue elucubrazioni economiche sembrano elaborate in tempi in cui la domanda, a parte i beni di extra lusso, era legata ai bisogni basilari (quindi mangiare, vestire, dormire = alimenti, tessile base e edilizia).
Nella attuale situazione mondiale abbiamo una offerta di lavoro sovrabbondante, considerata la popolazione mondiale, capitali ce ne sarebbero pure (anche se creati indebitando gli Stati), il problema è che abbiamo raggiunmto in tantissimi settori, specialmente appunto quelli basilari di cui sopra, la soglia oltre la quale ogni ulteriore investimento di capitale non migliora la produttività se non in termini insignificanti.
Può essere solo una soglia tecnologica superabile (speriamo) oppure assoluta ma questo lo sapremo solo vivendo.
Per far crescere l’economia si sono dovuto fare nel corso del XX secolo le seguenti operazioni:
1) non si è potuto più separare il lavoratore dal consumatore. Cioè si è dovuto ampliare la domanda di beni tramite una redistribuzione di reddito a ceti che ne erano sempre stati esclusi.
A questo punto, e siamo già alla fine dell’800, parlare di lavoro come merce e basta è perfettamente IDIOTA a meno di non voler tornare ad una economia di sussistenza per il 90% della popolazione anche nei paesi del cosidetto “primo mondo” con meravigliose ricadute immaginiamo sulla “crescita”.
2) quando anche la domanda di beni basilari dei ceti “popolari fu soddisfatta si dovette procedere ad una ulteriore redistribuzione di reddito per permettergli di poter acquistare i beni superflui, fino a quel momento riservati alle classi superiori: auto, TV, elettrodomestici, case di discreto livello, eccetera. Questo periodo storico coincide col boom degli anni ’60 tanto per capirsi.
Ecco dalla fine di quel ciclo economico, terminato circa verso la fine degli anni ’70 – primi anni 80, non abbiamo fatto altro che progressivamente ridurre la capacità di reddito delle classi lavoratrici supportandone la capacità di consumo tramite indebitamento pubblico (Italia) o privato (USA-UK).
Io sarò anche un fottuto keynesiano ma rimane il fatto che se in Cina non fanno una redistribuzione di reddito simile a quella che fu fatta nel mondo occidentale negli anni ’60 da questa crisi, che è essenzialmente una crisi di domanda, non se ne esce.
Certo tu puoi continuare a vaneggiare dicendo che se tu paghi i lavoratori 1 euro al giorno le imprese diventano ricche e domani i lavoratori potranno guadagnare 1 euro e 10 centesimi.
RImane il fatto che… CHI CAZZO COMPRA I PRODOTTI DI IMPRESE CHE PAGANO UNA SEGA I LAVORATORI?
I MARZIANI?
Diciamo che le teorie economiche si dividono in tre categorie: quelli che considerano solo la domanda (Keynes) quelli che considerano solo l’offerta (Supply-side: keynesiani rovesciati) e quelli che sanno considerare entrambi (austriaci, neoclassici…). Non ci sono dubbi a quale categoria appartengo.
1) Offerta di lavoro sovrabbondante
Ipotesi campata per aria. Infatti se fosse così i salari sarebbero esattamente nulli. In realtà sono maggiori di zero e, nel resto del mondo, in crescita, segno che la produttività marginale, e quindi l’utilità marginale, del lavoro è in crescita.
2) Capitali creati indebitando gli stati
Probabilmente qui hai un problema concettuale. Se indebiti uno stato, chiedi capitali ai mercati creditizi: ergo, non puoi creare capitale col debito, perché il debito è domanda di credito, non offerta di credito.
3) Produttività marginale nulla del capitale
Ipotesi campata per aria. Se fosse così, i tassi di rendimento sarebbero nulli ovunque, invece ci sono paesi dove conviene investire e altri non competitivi. Se ora non conviene investire da nessuna parte è per lo squilibrio indotto dalle politiche monetarie descritto dagli austriaci, non per una (inesistente) produttività marginale che improvvisamente si è annullata. Semplicemente, quando consumi più di quanto serve per perpetuare il capitale, prima o poi avrai un collasso degli investimenti per mancanza di fattori di produzione, e quindi dovrai anche diminuire il consumo. Non c’è nulla di tecnologico in tutto ciò: infatti volendo potremmo riempire di trattori e di centrali di ultima generazione tutta l’Africa, tutti i campi agricoli dell’Asia, eccetera. Avoja prima che la tecnologia sia uniformemente e massimamente impiegata in tutte le regioni… e soprattutto, se così fosse di per sé non si avrebbe alcun problema economico: annullamento dei rendimenti, annullamento degli investimenti netti, e annullamento della crescita, e basta. Si avrebbe un’economia stazionaria, non un’economia instabile.
4) Lavoro merce
Come dicevo, la domanda se il lavoro è o no una merce è un’idiozia ideologica. La vera domanda importante è se la teoria economica serve o non serve a spiegare il mercato del lavoro. Ed evidentemente serve. Il resto è ideologia, non scienza.
5) Salari e consumi
I redditi complessivi dell’economia sono sempre esattamente identici alla produzione dell’economia stessa. Cioè, la domanda di merci di capitalisti e lavoratori è sempre pari all’offerta di merci prodotta dall’economia (Legge di Say). Quanto dici sulla domanda non ha semplicemente senso. Quello che potresti dire, se volessi adottare un argomento sofisticato, è che la legge di Say non vale quando si producono cose che i consumatori non vogliono oppure si iniziano piani di investimento senza che i risparmiatori siano disposti a fornire i fattori di produzione necessari. Questo è esattamente quello che succede nel ciclo economico: non è un problema di domanda aggregata, ma di compatibilità tra piani di consumo e di produzione.
6) Che succede se in Cina riducono i risparmi
Se i cinesi riducono i risparmi verrebbero a mancare le risorse per finanziare sia la crescita cinese che la crescita americana. Le industrie cinesi si troverebbero a non avere sufficiente credito e le industrie americane non riuscirebbero ad importare sufficienti capitali per continuare la produzione. Il risultato sarebbe un livello di equilibrio del capitale mondiale inferiore a quello che si ha oggi, nonostante tutti gli squilibri causati dalle banche centrali. Questa cosa si può capire da un banale modello di Solow.
CONCLUSIONI
Ti serve un argomento teorico credibile per uscire dal ragionamento di base della Legge di Say, che fondamentalmente è embedded in tutti i modelli neoclassici. Non puoi dire che la domanda e l’offerta aggregata sono in squilibrio, perché sono due facce della stessa medaglia: sono la stessa cosa! Quello che puoi dire è che ci sono degli squilibri interni, relativi, strutturali, e non aggregati; oppure semplicemente dei prezzi che non sono “market clearing” e quindi impediscono una piena allocazione delle risorse (come argomentava – senza però capir nulla di teoria dei prezzi – Keynes). Sicuramente i modelli neoclassici non ti aiutano a capire la crisi, ma ti aiuterebbero a capire le condizioni “normali” di un’economia. Se su questi modelli aggiungi un po’ di insight austriaci poi si capiscono anche le crisi.
Mi sembra che AG parta da un assioma stravagante e tutt’altro che realistico.
Se pensa che esistono settori in cui non ci sono margini di aumento della produttività molto larghi dovrebbe dimostrarlo, tutti i campi produttivi di cui io ho esperienza concreta hanno margini di miglioramento quantitativo e qualitativo notevoli.
Perchè produttività non è solo produrre di più, ma anche produrre meglio a meno costi.
Seconda assurdità è definire ” superflui” alcuni beni.
Gran parte degli elettrodomestici più diffusi sono oggetti utilissimi, che considera la lavatrice superflua dovrebbe lavare i panni a mano tutti i giorni e poi cambia idea, il frigorifero è stata una delle principali cause di riduzione delle intossicazioni alimentari, come tutti i contenitori in plastica tanto disprezzati.
L’idea dei sedicenti keynesiani che è poco comprensibile per un ignorante come me è che importi sopra ogni cosa il salario nominale, e se poi le loro politiche causano un inflazione che distrugge il potere d’acquisto di questo salario poco importa.
La redistribuzione della ricchezza può essere fatta se c’è una ricchezza da redistribuire, ma in un momento in cui le industrie tagliano gli investimenti e le manutenzioni ( anche in Cina ) siamo certi che stimolare i consumi a scapito del sistema produttivo in base a fantomatiche ricchezze da spremere sia un idea geniale?
Forse AG ignora che prima di distribuire il reddito in cina hanno 2 obbiettivi un poco più seri da raggiungere, uno è che in realtà 3/4 della popolazione cinese vive ancora di stenti nelle campagne ai limiti della sopravvivenza e secondo una disoccupazione reale del 15%, perchè dovrebbero preoccuparsi della redistribuzione se questo va a scapito della crescita reale?
In questo momento tifo perché AG rincari la dose, perché la discussione che ne viene fuori è interessante.
Interessantissima… e inutile, perché tanto si parte da assunti di base quasi opposti, quindi raccordo non ci sarà mai. Fottutissimo Keyesiano che ha rinnegato il suo amore adamitico…
Io però avrei atteso il secondo pezzo di LF prima di fare tutto ‘sto casino.
1) un eccesso di offerta non comporta un prezzo pari allo zero ma per la vischiosità delle condizioni reali in cui si opera semplicemente una riduzione del prezzo. E questo a cui si assiste, tranne che nei paesi dove il prezzo era davvero quasi pari a zero dove infatti aumenta. Ma è come la teoria dei vasi comunicanti, i recipienti di liquido (cioè i salari) si stanno pian piano allineando, ma il problema è il totale del liquido che c’è dentro a tutti assieme (cioè quanto del reddito va al lavoro) che sta diminuendo, sennò noi non saremmo in crisi perchè alla diminuzione di domanda da parte dell’Europa e degli USA ci sarebbe un pari incremento della domanda da parte della Cina e dell’India, cosa che non sta avvenendo mi pare.
E qui arriviamo anche al punto 6) che è una follia logica. Tu dici che non bisogna redistribuire reddito perchè serve risparmiarlo per creare del capitale necessario a finanziare la crescita. Ma la crescita c’è se c’è reddito disponibile per comprare i beni prodotti. Continui a non rispondere a questa semplice domanda: CHI CAZZO COMPRA QUELLO CHE PRODUCI.
Noi no perchè abbiamo un reddito minore per via della concorrenza sul mercato del lavoro globalizzato, i Cinesi neppure perchè devono risparmiare e “finanziare la crescita”, gli USA nemmeno perchè devono ripianare i debiti pregressi!
2) Se indebiti lo Stato per distribuire ricchezza che non esiste questa ricchezza si è visto che non ritorno allo Stato sotto forma di tasse, ma viene anche in parte appunto risparmiata creando capitali. Infatti questo sistema è ottimo per indebitare tutti i cittadini favorendo solo i produttori.
3) “Semplicemente, quando consumi più di quanto serve per perpetuare il capitale, prima o poi avrai un collasso degli investimenti per mancanza di fattori di produzione, e quindi dovrai anche diminuire il consumo.”
Semplicemente quando la domanda non può più essere sostenuta dall’indebitamento una maggiore capacità produttiva è inutile, servirebbero invece investimenti che riuscissero ad alzare il valore aggiunto del prodotto (che è calcolato al lordo dei costi del personale) consentendo quindi il mantenimento (e se si fosse anche più intelligenti, l’aumento) del costo del lavoro che si tradurrebbe in domanda e quindi maggiore crescita SANA per l’economia.
4) La tua teoria economica non contempla il fatto che chi offre il lavoro per produrre dei beni e chi domanda gran parte di quegli stessi beni siano le stesse persone. Non è una idiozia ideologica, è una idiozia logica. Mi spiace ma la tua scuola austriaca fa acqua da tutte le parti, le cose sono molto più semplici e spiegate già ottimamente da Marx, che poi il rimedio che da lui ideato non abbia funzionato non vuol dire che la sua analisi fosse sbagliata.
5) La legge di Say prevede anche che l’intero reddito prodotto sia sempre speso, cosa empiricamente non vera, basta guardare appunto la situazione odierna. In pratica è una cazzata.
6) vedi punto 1
a titolo informativo.sono un operaio edile , eccezionalmente.si potrebbe lavorare con i pantaloncini a dorso di ginocchio mentre si esegue una carpenteria di una platea in ferro e cosa si rischia. Malgrado il caldo che fa
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