Storia (americana) di un perdente di successo

4 marzo 2009

Marbury, playmaker promettente e sfortunato. Un enorme talento che ancora non si è espresso. E che oggi ha l’ultima chance

Una carriera al di sotto delle aspettative. Questa la descrizione dei circa tredici anni di militanza nella National Basketball Association di Stephon Xavier Marbury. Nativo di Coney Island, tra le zone più malfamate di Brooklyn, New York City, quell’ex parco di divertimenti con annessa ruota panoramica diventato simbolo di degrado e criminalità (rappresentato in innumerevoli prodotti letterari e cinematografici come I Guerrieri della Notte o Io e Annie), sesto di sette fratelli, playmaker-guardia di stampo newyorkese come Rod Strickland e Mark Jackson. Arrivò tra i professionisti dopo una più che discreta carriera collegiale presso Georgia Tech, con tanto di prestigiosa nomina di McDonald’s All American nel 1995 (al fianco di elementi quali Kevin Garnett, Shareef Abdur-Rahim e Antawn Jamison). Quarta scelta assoluta al draft del 1996 – anno che vide l’arrivo nella NBA anche di Allen Iverson e Kobe Bryant – fu chiamato dai Milwaukee Bucks e subito spedito ai Minnesota Timberwolves in cambio di Ray Allen. Si accingeva a fare il suo esordio nella massima lega cestistica mondiale con un volto di sfida, presentandosi con il soprannome di “Starbury”. Purtroppo, a dispetto dell’enorme talento, il vero Starbury, sui parquet della NBA, si è raramente fatto vedere, sostituito da un giocatore di qualità medio-alta, ma quasi mai in grado di fare la differenza.

NOMEN NON EST OMEN – A dispetto del promettente inizio con i T’Wolves, con i quali – grazie all’intesa con la stella Kevin Garnett – riuscì a raggiungere due volte i playoff nei primi due anni da professionista, Marbury ha sempre reso meno di quanto sperato da fans, compagni, allenatori e proprietari delle formazioni delle quali ha indossato le casacche. Dopo l’esperienza con Minnesota, probabilmente la più rosea nella sua poco fortunata carriera da professionista, i New Jersey Nets dal 1999 al 2001. La prima convocazione per l’All Star Game nel 2001, certo. La nomina per il terzo team All-NBA della stagione nel 2000, d’accordo. Ma record negativo per la squadra, entrambe le stagioni, e niente playoff. Tuttora si ignora se fosse responsabilità diretta di Marbury, conseguenza dei vari infortuni che colpirono elementi della formazione (compreso il rimbalzista Jayson Williams, che si distrusse la tibia e terminò la propria carriera…scontrandosi proprio con Marbury), oppure colpa dei coach John Calipari (prima) e Don Casey (dopo). In ogni caso, per cambiare volto alla squadra, nell’estate 2001 Marbury fu spedito sotto il sole dell’Arizona, ai Phoenix Suns, in cambio di Jason Kidd: ironia della sorte, con quest’ultimo in squadra al posto di Stephon, l’anno successivo i New Jersey Nets ebbero la loro migliore stagione di sempre, vincendo la Eastern Conference e raggiungendo la loro prima, storica, finale (nella quale vennero sconfitti 4-0 dai Los Angeles Lakers di Shaq & Kobe).

MAI DECISIVO – L’impatto di Marbury in quel di Phoenix non fu granché rilevante: la franchigia riuscì a raggiungere i playoff nel 2003, ma fu eliminata al primo turno da San Antonio (sebbene la prima gara fu vinta da un suo tiro da tre punti), e l’anno dopo iniziò con un poco invidiabile record di 3-15. Nel gennaio del 2004, il numero 3 nativo di New York fu nuovamente protagonista di un cambio di maglia, che questa volta lo portò a coronare un sogno, ovvero giocare per la squadra per la quale da sempre è tifoso sfegatato, ovvero i New York Knickerbockers. C’era chi si aspettava che, finalmente a casa, Marbury avrebbe dato il meglio di sé, caricandosi l’intero team sulle spalle per portarlo a raggiungere alti traguardi. C’era chi invece temeva che la troppa vicinanza con la propria città, la famiglia e il giro di amicizie avrebbe potuto distrarlo. Purtroppo per lui, complice una terribile gestione societaria e incomprensioni con il coach Larry Brown, la ragione stava dalla parte dei secondi. E la terribile avventura nella Grande Mela non fu l’unica esperienza da dimenticare di quegli anni: nel 2004, Stephon Marbury fu convocato per la nazionale americana di pallacanestro, quella rappresentativa – ormai non più “Dream Team”, per non mancare di rispetto alla compagine di Barcelona ’92 che vide giocare insieme Michael Jordan, Magic Johnson e Larry Bird – che, ai Giochi di Olimpici di Atene, fu capace di realizzare l’impresa di non vincere la medaglia d’oro, terminando terza, diventando così il primo team composto da giocatori NBA a non aggiudicarsi un oro olimpico. Un risultato storico che, a detta dei più, fu da additare alla poco lungimirante selezione dei componenti di una squadra che affiancava due rivali e due prime donne – non in ottimi rapporti – come Allen Iverson e Stephon Marbury. Secondo alcuni, tra cui il “nostro” Dan Peterson, furono loro due i principali responsabili della vergognosa disfatta americana ad Atene 2004.

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