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Ignazio Marino contro Raffaele Cantone: «Disonesto intellettualmente»

Una città piena di traditori: è questa la Roma che vede l’ex sindaco della Capitale, Ignazio Marino, in qualche virgolettato ripreso sui giornali di oggi. Mentre il centrodestra nella Capitale ha definitivamente strappato e si avvia verso le Elezioni 2016 in ordine sparso, il centrosinistra sembra relativamente compatto intorno a Roberto Giachetti, a sinistra dopo il “no grazie” di Massimo Bray il sincronismo fra Stefano Fassina e il sindaco chirurgo stenta a decollare. Anche perché Marino sta aspettando di potersi posizionare al meglio, magari attraverso la pubblicazione del suo libro, «Un marziano a Roma», in uscita alla fine di marzo.

IGNAZIO MARINO CONTRO RAFFAELE CANTONE: «DISONESTO INTELLETTUALMENTE»

Sulla Stampa Giusieppe Salvaggiulo ha raccolto qualche frase dall’ex sindaco, furibondo con il presidente dell’Anac Raffaele Cantone; l’authority ha infatti rivelato in un dossier la profondità del «caso Roma», fatto di sprechi e di appalti senza gara.

«Sono offeso e sconcertato dalle dichiarazioni di Cantone sugli appalti del Comune di Roma. Dire che c’è stata continuità tra la giunta Alemanno e la mia è un giudizio politico gravemente infondato, non un’analisi basata su fatti e numeri». (…)«I fatti – prosegue – sono che io avevo ereditato una mela avvelenata. Il Comune era stato lasciato senza bilancio, anche per questo non potevo fare le gare d’appalto e un raffinato magistrato come Cantone dovrebbe riconoscerlo, a meno di peccare di disonestà intellettuale. Sanata quella situazione, ho varato una riforma degli appalti. E anche questo Cantone lo sa bene, perché l’aveva esaminata preventivamente e giudicata molto positiva. Inoltre fui io a chiedergli di monitorare tutti gli appalti. Se non è totale discontinuità questa, cosa lo è?». Poi i numeri. «Con l’assessore alla legalità Alfonso Sabella avevamo ridotto gli appalti a trattativa privata per somma urgenza da 100 milioni a 3. Il 97% in meno: le sottrazioni si imparano in prima elementare, no? Un altro numero fondamentale: l’Atac, l’azienda di trasporti urbani, assegnava gran parte degli appalti in proroga. Noi dal luglio 2013 abbiamo fatto 5327 gare, il 95% delle quali pubblicate online realizzando un risparmio di oltre 500 milioni di denaro pubblico negli appalti. Una rivoluzione»

 

 

Cantone, continua Marino, è «uno smemorato» o piuttosto «dovrebbe rivolgersi all’Accademia della Crusca per ripassare la differenza tra continuità e discontinuità». Intanto, come dicevamo, sembra che il chirurgo non abbia ancora chiaro prima di tutto il suo destino politico.

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(…)Massimo D’Alema, che dieci anni fa l’aveva «scoperto» alla fondazione ItalianiEuropei e portato in Parlamento. L’ex premier di fronte alle perplessità sulla strategia elettorale l’ha incalzato a modo suo: «Ignazio, io non ho ancora capito che cosa vuoi fare. Io, che sono Massimo D’Alema. Figurati gli altri…». Martedì, di ritorno dagli Stati Uniti, Marino ha visto Stefano Fassina, leader di Sinistra Italiana, con cui sta ragionando su quale sia il nome migliore per sfidare da sinistra il candidato renziano Roberto Giachetti. Marino è tentato dalla suggestione di una resa dei conti elettorale con il Pd, cui non perdonerà mai la «pugnalata» in Campidoglio al culmine di un’ostilità conclamata sia personale sia politica, su tutti i dossier e giocando di sponda con la peggiore destra romana. Percepisce nell’opinione pubblica di sinistra simpatia e consenso, ma non si nasconde i rischi di un’avventura elettorale che potrebbe rivelarsi minoritaria e settaria, con connotazioni ideologiche che non gli appartengono.

 

Di certo pesano sul passato di Ignazio Marino quelli che per il sindaco sono i “mandanti” della sua cacciata dallo studio con vista sul Campidoglio. I vertici del Partito Democratico, da Matteo Renzi segretario nazionale a Matteo Orfini, presidente nazionale e commissario romano del Pd. Parole di fuoco, però, anche per Virginia Raggi e per il Movimento Cinque Stelle in Campidoglio.

È un affresco di speranze e lacrime e infamie, tra capibastone famelici, collezionisti di poltrone, palazzinari intrallazzati, rampanti deputate, fedelissimi delatori, assessori sgrammaticati, con la bava alla bocca (non in senso figurato) e nominati da Palazzo Chigi in funzione di «guastatori». Su tutti, all’ombra del «mandante Renzi» (il cui ruolo nella «cacciata» di Marino rimbalza sui dossier edilizi connessi alla candidatura olimpica), il «commissario politico» Matteo Orfini che convocò «illegittimamente» gli assessori nella sede del partito per scaricare il sindaco prima di ordinare le dimissioni di massa dal notaio. E che oggi Marino, richiesto di un giudizio retrospettivo, paragona a un boia pallido e inespressivo liquidandolo così: «Sono un chirurgo, non uno psichiatra». Ma anche a sinistra del Pd, tra quelli che dovrebbero sostenerlo per la rivincita, pochi si sono pronunciati in difesa di Marino. Del resto nei giorni della caduta il comportamento di Sel fu molto ambiguo e lo stesso Vendola viene relegato nel girone dei «traditori». Diverso nella forma, ma non meno pesante, fu il voltafaccia di Virginia Raggi, allora consigliere comunale e oggi candidata sindaco del M5S, favorita nei sondaggi. Marino non si spiega perché i grillini, inizialmente collaborativi, improvvisamente cambiarono rotta facendosi trascinare in una campagna sguaiata contro di lui.