Io giovan d’oggi che son io – parte I
04/03/2009 - AND THE WINNER IS… - Venne il mio turno e il barone filosofico osò interrogarmi non prima di aver esposto un cauto panegirico sulla mia immortale composizione. Nonostante egli si presenti così, disse, ha fatto un ottimo lavoro. Ciancicavo gomma
AND THE WINNER IS… - Venne il mio turno e il barone filosofico osò interrogarmi non prima di aver esposto un cauto panegirico sulla mia immortale composizione. Nonostante egli si presenti così, disse, ha fatto un ottimo lavoro. Ciancicavo gomma e lo guardavo sardonico, ebbro di clomipramina, ebbro in ultima analisi di me. Dopo la
discussione la formula che mi rendeva adulto si impose mentre zia Adriana, la zoccola, commentò con un contadino applauso il conferimento alla mia persona della lode, quasi a sottolineare ancora una volta, che agricoltori eravamo e agricoltori resteremo. Canti, zumpi e balli, e di lì sono passati cinque anni. Non ho mai smesso di festeggiare, zia Adriana non hai mai smesso di applaudire, cazzo ti applaudi, sono disoccupato.
IL LATO OSCURO - Questa storia non sarebbe completa, se non parlassi di quell’altro mio lavoro, quello delle fiabe. Affinché i postumi non abbiano a dire che il giovane d’oggi non si dà da fare, affinché non abbiano a leggere su Panorama dell’ozio padre dei vizi. Avevo diciannove anni e due orecchini sull’orecchio sinistro simbolo del mio essere punk, marcio, vizioso. Questi due orecchini mi erano stati sparati con la pistola spara orecchini, mi avevano fatto male, ma ne ero contento. Non c’erano ancora negli anni ’90 i piercing alle grandi labbra, al cappuccio del clitoride e all’appendice del buco del culo, erano ancora anni bui, due orecchini nello stesso orecchio ti rendevano già perverso, se volevi essere un reietto partivi avvantaggiato.
TRISTI STORIE - Questi orecchini producevano sebo, li giravo nella loro cavità precipua, e producevano qualcosa di simile a metà strada tra lo strutto e il grasso di tricheco, mi oliavano il padiglione punk auricolare, ed io ero
tronfio della mia diversità. Ma quel giorno di Novembre per fare la bella figura me li tolsi. Era il giorno in cui avevo vinto la mia accidia esistenziale, quella puttana che mi fotteva dal di dentro, e avevo osato fare il passo fatale: avevo comprato Porta Portese. Porta Portese è un bisettimanale che esce a Roma in cui si vendono case, comprano slave, e trovano lavori che si rifiuterebbe di fare persino un albanese fresco fresco di discesa dallo scafo. Se vuoi raccogliere pomodori, cucire Nike false in uno scantinato con baby prostitute thailandesi, se vuoi affittare il tuo utero a pagamento, Porta Portese è il giornale che fa per te. Costava 1000 lire, e io quel giorno ne guadagnai 3000. Raggiungo un sedicente luogo sull’Appia, mi mettono su un furgoncino, temo la deportazione ma è solo la provincia di Roma, non Birkenau. Dobbiamo girare di casa in casa e vendere fiabe per i bambini sa il cazzo cosa, o in alternative opuscoli sul cancro ai polmoni, presumibilmente a seconda del target. Se fumi vai con l’opuscolo, se hai un bambino vai con la fiaba, se hai un bambino che fuma, opuscolo e fiaba. Le fiabe costano le quindicimila lire di allora, vendute a gente che non ha i soldi per comprare il latte, povertà e ignoranza, obiettivo d’elezione per filantropiche favelle.
THIS IS THE END – Ne vendo due, trentamilalire, ma il capo fazenda me ne rende solo tremila, gli altri se li mette in tasca per sè e gli altri bambini del Biafra. Ho capito solo in quel momento cosa intendesse Marx per plusvalore. Ho salutato tutti, colleghi e i capi, e mi sono comprato un biglietto per Roma e un cono gelato, e me sono tornato, contento come non mai, a friggermi le lenti a contatto sul Saggio sull’Intelletto Umano. Con quella rassicurante sensazione che ti da solo la consapevolezza di non dover necessariamente lavorare per vivere.
(segue)













e per chi indovina il quesito della suzi c’è in palio una radiosveglia.