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Pensioni anticipate, il governo ci pensa

Il governo di Matteo Renzi è pronto a tornare sul tema delle pensioni anticipate: in base alle disponibilità finanziarie, se si riusciranno a trovare fra i 5 e i 7 miliardi di euro – in una manovra finanziaria da portare a casa in un quadro già abbastanza complessso – si potrebbe riaprire il capitolo flessibilità: ovvero, prepensionamenti e possibilità per i lavoratori di accedere in precedenza ai trattamenti previdenziali, a fronte, chiaramente, di un ribasso sull’assegno. Il tutto, come dicevamo, in base alle disponibilità.

PENSIONI, CI SI POTRÀ ANDARE PRIMA?

Sul Messaggero il punto.

Il governo riapre il cantiere delle pensioni. Ma i lavori rischiano di rimanere ancora bloccati sullo scoglio che li aveva fermati qualche mese fa, durante le discussioni della manovra di bilancio: i soldi. Ieri il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Tommaso Nannicini, l’uomo a cui Matteo Renzi ha affidato la cabina di regia della politica economica del governo, ha annunciato l’intenzione politica di affrontare il tema della flessibilità in uscita nella prossima legge di Stabilità. Aggiungendo, però, un inciso importante: «se il quadro di finanza pubblica lo consentirà». Nannicini, in realtà, è stato anche più esplicito. Un intervento per anticipare il pensionamento (l’età da quest’anno sale a 66 anni e 7 mesi), costerebbe tra i 5 e i 7 miliardi di euro l’anno. Risorse non facili da trovare, anche considerando che la prossima manovra dovrà anche disinnescare 15 miliardi di aumenti automatici di Iva e accise, e altri 7-8 miliardi per riportare in linea il deficit strutturale nel caso in cui l’Unione europea non concedesse altri margini di flessibilità sul deficit. Al netto della questione risorse, Nannicini ha anche ribadito che tutte le ipotesi di intervento sulle età di pensionamento prevedono «delle penalizzazioni» degli assegni. Chi vorrà ritirarsi anticipatamente dal lavoro, ha sottolineato, si dovrà necessariamente accontentare di un assegno ridotto.

 

Posto che, come dicevamo, servono i soldi, di proposte per andare in pensione anticipata ce ne sono essenzialmente due.

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Prevede un abbassamento di tre anni dell’età di pensionamento, dunque a 63 anni e 7 mesi, purché l’assegno maturato sia pari ad almeno 1.500 euro al mese. Chi decide di uscire prima dal mondo del lavoro, però, dovrà accontentarsi di una pensione ridotta in media, secondo i calcoli di Boeri, del 10-11%, con una penalizzazione sulla quota retributiva dell’assegno. La proposta prevede anche il congelamento a 43 anni dell’età contributiva massima per andare in pensione, slegandola dall’aspettativa di vita. Il costo iniziale della flessibilità, come declinata da Boeri, sarebbe di circa 3 miliardi. Altra strada, anche questa da tempo all’esame del governo, è quella indicata in un progetto di legge firmato da Cesare Damiano e dall’attuale sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta. Prevede la possibilità di anticipare la pensione fino a 62 anni accettando un taglio dell’assegno del 2% per ogni anno di anticipo. Lasciare il lavoro a 62 anni, dunque, comporterebbe una penalizzazione dell’8%.

 

 

C’è però un altro problema: presto gli sgravi contributivi che hanno consentito l’assunzione di molti lavoratori nell’era del Jobs Act andranno a scalare fino ad azzerarsi, e potrebbero essere sostituiti con dei tagli sostanziosi al cuneo fiscale, le tasse sul lavoro che ogni cittadino paga. Questo, però, significa anche una riduzione della contribuzione: come ovviare a questo problema?

 I contributi mancanti verrebbero in parte sostituiti, ha spiegato Nannicini, con versamenti figurativi da parte dello Stato (una fiscalizzazione), e dall’altro una parte della decontribuzione andrebbe a finanziare la previdenza complementare, fornendo i futuri pensionati di un assegno integrativo.