Rubriche

La frana

1 marzo 2009

Storie della domenica, la rubrica che nei giorni festivi vi tiene compagnia, facendovi pensare , o rilassare, piangere, ridere, assistere a pezzi di vita inventata. Ma vera.

Ha visto che bella giornata sta arrivando?” Alfredo si sforzò di allargare un sorriso per rispondere al vecchietto che gli indicava, capodannoblogcon una mano rugosa e tremolante, uno spicchio di cielo sopra la sua testa, un pezzo di azzurro che superava indenne il finestrino chiuso su tante ascelle alzate. Per Alfredo non faceva nessuna differenza se la giornata era bella o brutta, nulla sarebbe cambiato quando, sceso dall’autobus, si sarebbe infilato in un tunnel verso la metropolitana e poi, sempre sottoterra, sarebbe arrivato alla nuova fermata; da lì direttamente nella sede dell’ufficio, senza mai uscire fuori. L’aria condizionata avrebbe fatto il resto trasformando le mille luci di tanti giorni diversi in un unico grigiore di neon. No, non c’era proprio niente di bello in quella giornata e quasi ad averne conferma guardò le facce desolate intorno a lui, la gamba gonfia di flebite di una vecchia che, a braccia conserte, aveva solo una smorfia di rabbia incollata sulle labbra. Dietro, una madre, giovane ma già sfatta, lanciava schiaffi rapidi e stanchi ad un bimbetto che piangeva senza lacrime, senza motivo, senza speranza di smettere; davanti, un signore elegante, con il viso innocente e gli occhi di fuoco, era strattonato da tutti, che lo conoscevano, che, schifati, si allontanavano da quel borseggiatore di periferia che andava a lavorare in centro. Il saluto del vecchio stonava sempre di più con quell’aria disperata, cupa, di indifferenza verso gli altri, con quella fila di persone con il viso incollato nei finestrini, a guardare senza sosta le strade della loro solitudine. Anche l’autobus era indifferente ai loro pensieri, si arrampicava tra strattoni e sussulti verso una collina che, lenta, sarebbe poi ridiscesa sui grandi centri commerciali, sui piazzali spaziosi delle concessionarie di auto, sulle carcasse grigio rosse delle fabbriche.

Ma, ad un tratto, il traffico rallentò l’autobus fino a fermarlo; l’autista prima armeggiò con un telefonino, poi si alzò, aggiustò il nodo della cravatta, ruotò leggermente le spalle e, schiarendosi la voce, disse: “Signori sono spiacente di comunicarvi che l’autobus non può andare avanti perché c’è una frana sul pendio davanti a noi. Ho parlato con il centro di controllo e mi hanno autorizzato a scendere giù, percorrere il lungomare fino in fondo. Da lì chi deve andare in fabbrica può arrivare a destinazione con una camminata di 30 minuti.” “Chi ha le gambe buone” pensò la signora massaggiando la gamba flebitica. “Chi non ha dei monelli da tenere a bada” aleggiò il pensiero alle sue spalle. “Chi ha tempo da perdere“, sbuffò Alfredo che, alzando lo sguardo, vide il vecchio che, chiudendo leggermente gli occhi ed alzando il naso, pareva già pregustare il profumo del mare. Alfredo pensò al mare, alla prima volta che l’aveva visto quando, cercando un appartamento, di colpo si ritrovò un panorama mozzafiato: un viale alberato carezzava una lunga distesa di azzurro intenso, rilassante, che pareva invitarlo alle gioie della vita. Ora quell’azzurro gli ricordava tutte le illusioni della gioventù, quei sogni fatui e infantili di chi crede di poter cambiare il mondo. Intanto l’autobus scendeva attraverso un dedalo di tornanti con le spalle immerse in nuvoloni neri e il naso che, dopo ogni curva, si specchiava sempre più nell’azzurro del mare. La luce squarciava il cielo scuro con piccoli raggi che illuminavano la spiaggia come un palcoscenico scandagliato da un potente faro. Quella visione irreale rapì i pensieri di Alfredo che lasciò le pene del giorno di lavoro rovinato dal ritardo per tornare all’immensità del mare, alla purezza dei suoi sogni. Allora capì che ancora oggi, se solo ne avesse avuto tempo e voglia, quei sogni gli avrebbero fatto battere il cuore. Chiuse gli occhi e alzò il naso per cogliere l’odore che il mare gli porgeva come benvenuto.

Il rumore del motore che si spegneva l’avvisò che era tempo di scendere. Era l’ultimo, gli altri erano già sulla spiaggia ma, invece di avviarsi verso l’interno, restavano a godersi il caldo del sole in riva al mare. Alfredo quasi non riconobbe la vecchia con la gamba malata che, con calma, si dirigeva verso una panchina: teneva per mano un bambino che, sorridendo, stringeva i bellissimi occhi azzurri finalmente asciutti. La madre, poco lontano, veleggiava i lunghi capelli dei suoi vent’anni correndo, leggera, per sfuggire al chiassoso inseguimento dell’altra figlia. L’autista era sceso a braccetto con il borseggiatore che ascoltava, ancora una volta, la sua preghiera di cambiare vita. Gli occhi di Alfredo andarono oltre e colsero il vecchio che si allontanava, blandamente appoggiato su un bastone bianco, lungo la riva. Lo raggiunse correndo, gli toccò delicatamente il braccio e, quando le pieghe del suo viso furono ben impresse negli occhi, gli disse: “Scusi se non le ho risposto. Ha ragione, sta diventando proprio una bella giornata!

2 commenti a La frana

  1. cordapazza

    mi è paiciuta, più che la descrizione dei personaggi, la scelta di fare delle varie declinazioni della luce il filo rosso che innerva il racconto dall’inizio alla fine.

  2. a67

    bello … rilassante ;-)

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