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La rubricadi Alessandro Bernardini
pubblicato il 28 febbraio 2009 alle 00:01 dallo stesso autore - torna alla home

Essere come mosche in un pezzetto di terra. A Gaza succede. Pensateci la prossima volta che ne intrappolate una in un bicchiere.

Io non so se vi sia mai capitato (lo trovo altamente probabile) di trovarvi seduti ad un tavolo con un bicchiere vuoto davanti. In una stanza silenziosa con magari lo sfondo gracchiante di una radio o l’immagine muta di una tv che passa mosca%20bis 1.500.000 moscheuna televendita sensazionale. Ed eccola lì la mosca, quella maledetta, rumorosa, putrida mosca che strofina le sue maledette, putride zampette solo per farvi incazzare. Sfidandovi, indugia su una mollica di pane e poi di colpo scatta prima sui pantaloni e poi sulla mano.

DA BICCHIERE A MOSCA – A quel punto il cervello diventa una sorta di spugna esanime, la salivazione si altera e il cuore batte più velocemente. Tutto il vostro corpo si concentra per trovare una soluzione: annientarla. Non importa chi siete: un santone, un pacifista, un anarchico, un fascistone, un operaio, un prete di campagna, una prostituta, un giornalista, un meccanico, insomma, non importa, la vostra è la risposta allo stimolo, l’elastico è scattato e siete pronti a tutto pur di schiacciare quell’essere indegno generato per infastidirti. Provate a trovare una giustificazione appellandovi alla salvaguardia dell’ecosistema, cercate di tornare in voi aggrappandovi alle convinzioni, all’etica. Ma ve ne fottete, che si fotta l’etica! Guardate il bicchiere e non lo vedete più come il contenitore del vino o peggio dell’acqua, no, per voi quello diventa l’arma che porterà a catturarla, a torturarla a lasciarla senza fiato, stecchita. Non siete tipi cattivi e nemmeno violenti, ma quando dopo un centinaio di tentativi riuscite a chiuderle il bicchiere sopra, provate una gioia primordiale e ingoiate un mare di saliva prima che vi cada sulla camicia. E’ fatta! La maledetta è nelle vostre mani. Siete voi i padroni del suo destino. Non sentite più il suo ronzio ma solo un sordo lamento che proviene dalla sua nuova casa. Stringete gli occhi per focalizzarla e vi rendete conto che è la prima volta che la vedete da così vicino. Parassita! Si posa indifferentemente sulla merda, su una bistecca, su un cadavere o un fiore. Vi avvicinate ancora un po’ e vedete il suo apparato boccale, quel tubicino aguzzo che le serve per nutrirsi succhiando, quei suoi occhi robotici, quelle zampette orribili che imperterrite continuano a strofinarsi l’un l’altra. Ce l’avete in pugno. E adesso? Che fate? Aspettate che l’aria non arrivi più alle sue cellule e la lasciate lentamente morire o provate – rischiando di fbwb52 1.500.000 moschefarla scappare – a togliere il bicchiere per schiacciarla? Oppure, tornando umani, togliete quella cappa di vetro e la lasciate andare, chiedendovi il perché di tanta cattiveria?

ENTRAPMENT – Una volta mi sono sentito come quella mosca e da quel giorno ho iniziato ad usare i bicchieri solo per bere. Ero al valico di Erez in attesa di uscire da Gaza per tornare a Gerusalemme, era buio e in lontananza ho iniziato a sentire delle esplosioni che si facevano sempre più vicine. I palestinesi che erano lì in attesa di passare o semplicemente quelli che lavoravano al valico sembravano tranquilli. Ero con un gruppo di circa venti persone (tutte italiane) e all’avvicinarsi delle esplosioni l’inquietudine si è disegnata sulle nostre facce. Nessuno diceva una parola. “Tutto a posto, stanno bombardando, me è lontano da qui”, ci ha urlato uno degli uomini in divisa. Il problema in una situazione del genere è che se vedi i “locali” intorno a te tranquilli ti chiedi il perché tu sia assolutamente terrorizzato e cerchi in tutti i modi di limitare le tue manifestazioni di panico, vergognandoti anche un po’ di essere un occidentale abituato al massimo ad una rissa per un parcheggio. Ma le bombe erano sempre più vicine… I palestinesi dicevano:”Oh oh, questa è caduta a 500 metri!”, ridendo spavaldi al suono delle esplosioni ormai così famigliare per loro. “Questa è caduta ad 1 km, non vi preoccupate, ma per sicurezza mettetevi tutti dentro al quel container”, ci disse un poliziotto. Dentro al quel container, le mie zampette, il mio apparato boccale, e i miei occhi robotici hanno iniziato ad andare fuori giri, troppo ossigeno al cervello, quella che si dice iperventilazione. Quel rumore mostruoso e la consapevolezza di non poter andare da nessuna parte hanno trasformato il mio panico in una specie di nirvana, un’imperturbabilità dovuta alla consapevolezza che ormai era questione di un attimo e tutto sarebbe finito. Poi qualcuno ha alzato il bicchiere e siamo usciti da quella gabbia maledetta.

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