Una ragazza ventunenne brutalmente uccisa a Porto Torres, una storia ancora da decifrare dopo più di vent’anni.
S’abba curret a su mare. S’abba curret a su mare. L’acqua scorre verso il mare, recita un vecchio adagio. L’acqua scorre verso il mare. Oggi invece non scorre niente. L’acqua sembra immobile. Una tavola lucente fissa e immutabile. Nessuna brezza. Nessun alito di vento. Solo questo sole. Caldo, caldissimo. Le braccia, se non fossero già bronzee e rese immuni da anni di fatica, sarebbero due fari rosso fuoco. È ancora settembre. Ancora fa caldo. Ancora i turisti rovinano le spiagge intorno a Porto Torres. Manca poco alla fine. Quattro, cinque, al massimo altri dieci giorni. Siamo al dieci di settembre. Manca poco alla partenza. Poi tutti diranno addio alla Sardegna, addio al mare, addio ai sogni infiniti. Finalmente si potrà continuare a pescare in santa pace. Manca poco, davvero poco.
IL PESCATORE - Il pescatore, seduto sulla barca, ha lo sguardo fisso davanti a sé. Appena le sette e già iniziano ad affollarsi le spiagge. L’uscita non è andata bene. Poco pesce. Troppo poco pesce. L’altro, il suo compagno, non ha più nemmeno la forza di bestemmiare il cielo. Il sole gli sta togliendo le ultime energie. Era meglio non uscire stanotte. Meglio rimanere a casa nel letto. Dannati turisti, dannato 1988, dannato mare. Giorni come questi è meglio non uscire in barca. Lo sguardo è inquieto e rabbioso. Scorre da una parte all’altra della riva. Non cerca niente, poiché nulla c’è da cercare. Il mare è una tavola. Nessuna onda, nessuna brezza. Solo e soltanto questo caldo infernale. Lo sguardo del pescatore però rimane inquieto. È come se i suoi occhi avessero captato di sfuggita qualcosa e il cervello avesse recepito, registrato e decodificato quell’immagine, ma solo a livello inconscio. Lo sguardo continua a navigare. Prima a destra, poi a sinistra, ancora a destra, lungo la scogliera, poi a sinistra, poi… poi. Poi stop. L’immagine è chiara adesso. Non c’è spazio per la fantasia, né per l’immaginazione. Stanotte era meglio non uscire. Stanotte era meglio restare a casa.
SPERANZA - A volte, l’unica cosa che rimane è la speranza. Anche quando si sa che è vana, è pur sempre meglio di niente. A lui, adesso, non resta che sperare. Il volto è teso, la mascella serrata e i denti mordono le labbra. Sa qual è la scena che gli si parerà davanti. Da quando i pescatori hanno chiamato l’ha saputo. Chi altri potrebbe essere? Non serve sperare. Dove agire prima forse. Doveva iniziare a cercare subito, com’era stato dato l’allarme. Magari ha solo voluto fare un po’ più tardi, aveva pensato tra sé. Forse è per colpa sua che tutto è successo. Le domande continuano ad accavallarsi nella mente e il rumore delle sirene rende tutto più difficile. Sa che non ha senso quello che pensa. Sa che non ha colpa, ma non può cancellare i pensieri. Deve solo sperare. Sperare. Ma la speranza è una signora che gode nel rubare i sogni. Sa anche questo.




Ho visto una bellissima donna con gli occhi bendati
In piedi sulla scalinata di un tempio di marmo.
Una folla immensa le passava davanti
Alzando verso di lei gli occhi imploranti
Con la mano sinistra impugnava una spada.
E con quella spada che lei brandiva
A volte colpiva un bambino, e ancora un operaio,
e di nuovo una donna che abortiva, poi un demente.
Con la mano destra reggeva una bilancia
Quelli che riuscivano a schivare i fendenti
Gettavano pezzi d’oro nei piatti della bilancia.
Un uomo in toga nera leggeva da una pergamena:
‘Ella non ha nessun rispetto per le persone.’
Quando un giovane con un cappello rosso
le balzò vicino e strappò via la benda.
Ed ecco, non c’erano più le ciglia,
erose dalle palpebre imputridite;
Un muco latteo aveva bruciato gli occhi;
Sul suo viso si leggeva
La follia di un’anima morente.
Così la folla capì perchè era bendata.
Domenica e’ la festa della donna, una giornata dove la nostra moderna societa’ rinnova i suoi buoni propositi nei confronti delle donne.
Basta violenza sulle donne, basta stupri, basta persecuzioni fisiche e psicologiche. Diamo alle donne il giusto ruolo nella societa’. Ma sono solo parole, parole che ormai abbiamo imparato a memoria, alle quali diamo, in questa societa’ materialista, il valore “ZERO”.
Alina quel maledetto giorno ha finito il suo turno di lavoro e stava rientrando a casa ma qualcuno ha deciso il contrario. Ha infierito su Lei con una ferocia inaudita, spegnendo per sempre i suoi sogni di giovane donna, rendendo vani tutti i suoi sacrifici per guarire dalla sua malattia e ha segnato per sempre la vita della sua famiglia. Chi ha commesso una simile azione e’ tutt’ora in liberta’. Puo darsi che in questi venti anni abbia festeggiato la festa della donna, regalato mimose o cioccolatini, partecipato a convegni sulla violenza. Chissa’ se in questi anni ha pensato all’orrore dell’azione compiuta, alla disperazione di Alina, al suo dolore. Il rimorso corrode l’anima delle persone, ma chi ha commesso un’azione simile anima non ne possiede.Oggi dopo 20 anni di oblio e silenzio qualcuno ha ritenuto una questione morale trovare o almeno tentare di trovare chi ha commesso un’azione cosi’ efferata, qualcuno ha ritenuto che fosse giusto cercare di rendere giustizia ad una morte cosi’ ingiusta ed e’ ricomnciata l’attesa e la speranza. La speranza e’ una signora che ruba i sogni ma e’anche una fiamma debole che resiste alle intemperie e alla quale basta poco perche’ si ravvivi. Non si puo’ umanamente accettare il fatto che un simile delitto rimanga impunito.
“Mezus terra senza pane que terra senza justitia” dice il pescatore….
Se non fosse stata cosi fragile e sensibile, se fosse stata più scaltra ed avesse avuto maggiore esperienza, non si sarebbe fatta incantare da un\’ignobile \” serpente a sonagli \” che le ha teso una trappola, che la attesa nel buio, che l\’ha ghermita e sopressa nel fiore dei suoi anni, spegnendo la sua vita, oscurando quella delle persone che veramente l\’amavano e poi è ritornato alla sua vita di sempre, come se nulla fosse accaduto, come se quel delitto non fosse mai accaduto, come se la responsabilità del crimine appartenesse ad un\’altro, come se tutto non appartenesse a lui. Ignobile bastardo assassino, privo del minimo sentimento e rimorso, LEI deve avere Giustizia, QUALUNQUE Giustizia, terrena e non e tu dovrai avere un nome ed un volto per rendere Giustizia a Lei ed a chi ha lasciato in terra. Forse in qualche modo hai già pagato e stai pagando, ma il conto è ancora aperto, perchè è il Signore che può togliere la vita ad un\’uomo, non tu che non ho parole per definire. Liberati e confessa il tuo ignobile crimine, se hai una famiglia e non vuoi che venga INFANGATA IN ETERNO.
Alina e la Giustizia Bendata
In piedi sulla scalinata di un tempio di marmo la giustizia bendata brandendo da una parte la spada e dall’altra la bilancia “scruta” la folla immensa che si rimette speranzosa alle sue decisioni.
Tra la folla Alina, minuta, schiva,il volto massacrato dalla cieca furia di un bastardo assassino. Alina che timidamente avanza e si pone al cospetto della giustizia:
“Guardami Giustizia, guarda cosa mi hanno fatto. Hanno deciso che dovevo morire, mi hanno condannata ad una morte feroce.
Mi hanno strappato la vita che amavo e hanno condannato la mia famiglia. Cosa ho fatto per meritare un destino tanto atroce?”.
La Giustizia: Cosa chiedi?
Alina: Chiedo solo TE. .