Supplìcio

27/02/2009 - Prandelli gli ha chiesto il Parma dei giovani. L’anno prima. Per compensare le partenze dei prestiti delle grandi e piccole. E lui gli ha comperato Morfeo, un ’76. Ed altri mediocri a mezzadrìa. Troppo facile fare il dirigente quando dal

     
 

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Prandelli gli ha chiesto il Parma dei giovani. L’anno prima. Per compensare le partenze dei prestiti delle grandi e piccole. E lui gli ha comperato Morfeo, un ’76. Ed altri mediocri a mezzadrìa. Troppo facile fare il dirigente quando dal satellite Verona vendi a te stesso un Mutu. Coi pesci piccoli, che devi saperci fare. Ma Sua Morale, sua Massima Altezza Morale Arrigo è rimasto il compratore che a Costacurta, Maldini e Baresi, quello che poi sarebbe diventato il suo Milan fatto in casa (dagli altri), preferiva Signorini e Bortolazzi. Quello che Borghi no e sai che genio. Epperò Mussi, Bianchi, Belgrado, Marsiglia, il furto a Bergamo in Coppitalia, e Simone perché amico di Gullitt, Rijkaard perché amico di tutti. Quello che fa il dirigente senza che Berluskoni, sai che culo, gli comperi più i calciatori. Per poi prendersela col baro destino dalla faccia sfottente di Moggi. Lo scomparso Cannavò, in uno dei lirismi con cui metteva insieme pranzo e la cena, cazzeggiava che nel calcio c’è stato un ante-Sacchi, quello che oramai da vecchio il direttore non ricordava più, e un dopo. Simplicio il semplice avrebbe al massimo pensato ad un ante-pasto e a un dopo-pasto. Nel calcio non si butta e s’inventa via niente e il Milan di Sacchi (facciamo un anno, due) s’è travestito di tutt’altro per durare da altro. Semplici, il più delle volte irriverenti e immorali nella loro scarsa attitudine al contegno e propizia tendenza al magna magna, della lasagna e genii della la(va)gna troppo spesso non vanno d’accordo. E si elidono. Succede ancora così. Simplicio arriva e Arrigo è già via, promosso al meglio di tutti i tempi dalla carta stampata. Per sollevarlo da ogni incarico, per sollevarci da ogni pena. L’ex sanpaulista si veste di scudo crociato e l’uomo con la camicia, suo scopritore, scompare. Grosso, l’ha fatta grossa. D’altronde il Parma verso il 2005 è proprio scarso. Talmente scarso che non si sa se è per quello che la signora Prandelli ci si è ammalata. Andreotti, un umile discolo dianzi la fama sacchiana e il miglior mentore per la fame di questo venticinquenne con la faccia da tutte le facce, con la faccia da Storia di un brasiliano, insegnerebbe alla squadra che al tetto che perde, si guarda solo se piove e mai se c’è il sole. Sacchi il tempo di fare un (altro dopo il Parma) figlio illegittimo da non riconoscere e di sucare tutta la fortuna ai Tanzi dà un occhio non potendo dar altro che non gli ritorni, apre il suo ombrello da Mary Poppins, da badante e spiralidoso a se stesso, salvandosi altrove mentre Poro Simplicio affonda. O meglio. Fa se stesso, il boia se ne scappa, la boa (non il bue) no . Galleggia. Il suo debutto è in casa, il Bologna che vince. Ma non è che un debutto. Il resto del campionato è uguale. Il Parma calcio è in liquidazione, è (in) Commissariato, hanno liquidato anche le magliette gialle per metterci una croce sopra ma liquidare uno come Pancio Simplicio non è cosi semplice. La squadra non è da buttare: un po’ sbilanciatina per la salvezza. Un tecnico troppo spregiudicato. Simplicio, Rosina, la difesa è giovane e vip, Bonera, Cannavaro il Pa(o)lo, Contini. In avanti c’è Gilardino. In panca subentra Carmignani, ideale per scendersene in B e tagliare i residui costi e sogni superflui. Ma finisce come nei film, come nell’allenatore nel pallone. Il Parma si salva restituendo la vittoria esterna al Bologna in uno scontro tanto drammatico sul campo quanto ridicolo. Fuori. Volete sapere cos’è stata Calciopoli ? Il Parma ha accusato De Santis di aver tolto con i cartellini della partita prima mezza squadra, favorendo il Bologna. E Gazzoni invece vuole i danni da Moggi per non essersi salvato. Torniamo alle cose serie. Pancio è serissimo e quasi sempre presente. Quattro i goal, non male. Soprattutto se si considerano gli assist per Gilardino il vicecapocannoniere. Il secondo anno, è boom. Il nostro fa boom, non nel senso che gli scoppino i pantaloni. Non prende una taglia in più ma le misure e per sempre al calcio italiano. Son dieci le segnature e con questo in due anni fanno quattordici piccole perle. Ogni goal di Simplicio è prezioso. Anche perché li fa in tutti i modi. Un ricettario. Di rapina, di giustezza, di classe. Di giusta rapina di classe. C’è quello all’Inter, decisivo, prestigioso, rubando il tempo e la palla alla difesa avversaria. E’ una cosa quasi contro natura, da guinness, evitare il pareggio all’Inter quell’anno dell’etica. Simplicio capisce diet-etica e fa scorte per dopo. C’è il capolavoro al Cagliari quando le lancette sono spaccate al secondo finale. Assist di Gila che si fida ciecamente delle sue proverbiali capacità di stoppare la palla dandogli un disperatissimo campanile, fermata morbida sul destro, rapido passo sulla sua destra, tiro pulito, potente, squassante all’incrocio dei pali. Oramai Simpli-ciotto è un giocatore fatto. Staziona pressoché immarcabile tra centrocampo ed area. Mezzala, regista avanzato, partner, assist, tiri, salta l’uomo, salta letteralmente e più di una volta addosso l’incolpevole credulità altrui. E’ un falchetto. Cacciagione sicura e abbondante. Esalta il compagno come ha fatto sempre ma si esalta anche lui. Finalmente prudente con se stesso, la sua visibilità e la sua carriera.

E al Palermo dove passa nell’anno dopo Calciopoli fa uguale. Sorridentemente uguale a se stesso. L’ora Fabiuzzo è un uomo ora a una sola dimensione. La sua. Una vescica rosa. In due anni ne fa dieci, ma quest’anno sta già a sei. Non ha problemi con gli allenatori che vanno e vengono da quelle parti, tanto alla fine gioca comunque. E’ la vecchia democrazia corinthiana, paulista: decidono i calciatori. E qualunque attaccante abbia Semplicemente Simplicio con lui, lo vuole dietro di lui. Accanto a lui. Come talismano. Come Sancio Panza (ops). Lo vuole Amauri, lo esalta Amauri, lui esalta Amauri facendogli la dote di venti goal in un anno e rotti, lo vuole Di Michele, ci gode Cavani, lo anela che ci perda il posto o meno persino Miccoli. Troppo andato e arrivato di testa per sacrificarsi al centro del campo e del travaglio. Insieme quest’anno fanno un vecchio successo, Harlem contro Manhattan, se Simplicieddu è Arnold qualcuno deve essere Willis. Non è detto. Miccoli è Sam, un petulante bimbetto. Ma se può fare il fenomeno, Simplicio è lì come contro il Napoli. A rubare la luna mettendoci non so come la firma anche per lui. Con Ballardini han trovato un padre. Facendo se stessi. Miccoli fa il Gian Burrasca finché ne ha, il Semplice apre le fila, funge da faro spento ma visibile, botte su notte, a fare la convergenza ai cross delle ali terzino del 3-4+1 per 2 e per tutti. Come quando chiude di testa, lui gnomo paffuto nella tana degli Invincibili, pucciando il biscotto di Balzaretti nella tazza del vecchio (brodo del) Milan. E a proteggergli pure la ritirata. Di prima, di seconda, non per assurdo ha pure la terza. E’ ovunque. Un oggetto di cul(t)o. E’ un santo. Giocare e soprattutto vincere in memoria della tua gloria ? sì come no, cose che si dicono, si chiude prima per il pareggio con l’esistenza. Il calcio è molto più semplice di così. E Simplicio è molto più semplice di tutto il calcio minuto per minuto intero. Il motto di vita di Simplicio potrebbe anzi è: non aver paura di esser felice e di sentirti al tuo posto. Non averne terrore. Perché tanto dura poco. L’ultra pragmatico. E’ un uomo che non ha una visione. Ha qualcosa di meglio di una visione. La capacità di capire che cosa percepiscono i sensi nell’immediato e quindi conosciuta la realtà piegarla non ai propri voleri ed astratti furori ma accomodandocisi sopra. Lasciandovici il segno come quello della gobba sullo schienale di Andreotti. Come Sancio Panza, il bravo scudiero che permette ai cavalieri di volare. Tranquilli. Come aquiloni. Non lasciandogli mai la mano. A nessuno gliene chieda mezza. Tanto per la Questura ne ha più di due. Supplì(cio) ha filo per tutti.

     
 

9 Commenti

  1. Zamax scrive:

    Non mi parlar male dell’Arrigo. Con tutti i suoi ridicoli difetti, con tutta la sua incapacità di giudicare i giocatori, con tutta la sua corresponsione d’amorosi sensi per i brocchi, è un gigante in confronto alla marea di mezze seghe che sono venute fuori dai corsi serali in quel di Coverciano. Ha rivoluzionato il calcio mondiale, perché dopo il suo Milan, che ha vinto un solo scudetto in Italia perché i gol in fuorigioco contro i rossoneri a quell’epoca erano per definizione sempre “passivi”, nessuna squadra seria ha potuto fare a meno di far tesoro della sua lezione. Solo in Italia, per rancore contro un pioniere con le palle e per lo più vincente, abbiamo fatto di tutto per dimenticarcene. I Benitez, i Mourinho, gli Hiddink sono tutti suoi discepoli, e pure confessi. Noi in Italia, come al solito, siamo più furbi. Chiamamo “tattiche” gli stratagemmmi da poveracci del tipo “metto quello in quel posto là” e “questo lo sposto qui, sulla fascia” come se il calcio fosse una statica partita di scacchi, e la dimensione “tempo” non esistesse. Dico, ma hai visto le squadre italiane in coppa questa settimana? Un gioco antidiluviano, come se pressing, squadre corte, squadre che si muovono compatte in difesa e in attacco, ricerca della superiorità numerica non esistessero. Gli altri sembravano sempre il doppio dei nostri, e senza neanche dannarsi l’anima. L’ABC del calcio al di fuori delle Alpi. E poi che mi tocca sentire? I soliti discorsi sull’impegno o no dei giocatori, che quello è vecchio e non corre, mentre gli altri corrono di più, e “arrivano sempre prima sulla palla” e “sono più reattivi”…ah nooo, baaasta, con queste stronzate. Non avendo nessuna idea, chiamano fanatico o ideologo chi ha alcune idee chiare. Non è che stiamo tornando alle sbandate lombrosiane di Gianni Brera?

  2. ricchiuti scrive:

    Tra Brera e Sacchi scelgo Brera.
    Il mio problema con Sacchi non nasce per il Sacchi allenatore. Non sono uno di quegli italiani che lo associa ancora alla sua nazionale.
    E ricordo il Milan sacchiano, anche se il Milan di Capello era il vero rullo compressore.
    Il mio problema con Sacchi nasce quando parla. Ogni qual volta parla dice stronzate.
    E’ stato un dirigente mediocre, è un uomo vittimista, moralista, patetico. Sempre in cattedra come tutti gli ignoranti. Finchè parla di calcio a me va benissimo. Ma non parla mai solo di calcio, è il Saviano dei miei coglioni, lui che è nato con l’Inter di Allodi mica di Santo Francesco, perché è convinto di esser fallito fuori dal Milan soltanto per i complotti degli altri. Un uomo incoerente che da un lato ce la mena da vent’anni con la sportività e il civismo e dall’altra straparla di arbitri e avversari.
    Detto questo, il suo Milan è durato due anni e il calcio sarebbe cambiato comunque.Che sia nato interista, ed herreriano, è la sua vita.
    E riguardo la retorica dell’impegno, non dimentichiamo le sacchiane intensità e modestia.
    Lui che la modestia manco sa cosa sia.

  3. Zamax scrive:

    Ripeto: “con tutti i suoi ridicoli difetti” Sacchi vide meglio degli altri una sola cosa, ci credette, e fu un pioniere. Il Milan di Capello si basava sul suo: Capello gli era superiore in tutto il resto, ma non sull’organizzazione di gioco, che non cambiò. Ma piano piano il suo Milan regredì ad una statica italianità.

  4. ricchiuti scrive:

    Vide il gioco ma non i giocatori. Meno male per lui che non fu ascoltato. Perché non lo fai il gran Milan coi fichi con i quali voleva farlo Sacchi.
    Il Milan di Capello se la gestiva meno dissenatamente.
    Ma ripeto, non sono un antisacchiano calcistico.
    E sul fatto che le squadre corte oggi siano una utopia è vero, magari non sempre. A livelli più bassi, alcune giocano meglio ma è anche questione di risultati. Probabile ci sia anche un livello qualitativo non eccelso al vertice.
    Mourinho alla fine è soltanto un buon leader di buon senso, pragmatico e carismatico. Già riuscire a gestire il gruppo senza mai fissarsi su pupilli o altro sembra un titolo di merito. Allena (bene) l’ambiente, come Capello definì oggi il mestiere di trainer. Ancelotti è l’allievo di Sacchi e a me non è mai sembrato una cima. Rispetto le sue vittorie ma ricordo bene anche le sue sconfitte. Di Ranieri non parlo. Ci sono medici che non ti curano e neanche ti ammazzano. Lui poi non ha neanche la laurea.

  5. Zamax scrive:

    Ancelotti sarà anche l’allievo ma del calcio che dico io non capisce un acca, anzi fa il contrario. Vabbe’ vabbe’ non ho voglia di bisticciare. Tanto mi conosco bene, ho sempre ragione io.

  6. ricchiuti scrive:

    Bisticciare nello sparlare di Ancelotti ? Per carità. Anzi, se vuoi te lo tengo fermo.

  7. Gateo scrive:

    Minchia Ricchiuti, va bene rodere ancora per la Juve in B, ma darsi al revisionismo/negazionismo come neanche l’ultimo dei Lefebrviani mi pare eccessivo.

    E tralascio la restante marea di cazzate sulla storia del Parma: mi limito a ricordarti che la Juve ha rubato una quantita’ impressionante di partite al Parma finche’ c’era Moggi: partito lui abbiamo rubato noi per la prima volta (e mal ce ne incolse).

  8. ricchiuti scrive:

    Gateo, il Bar dello sport è da un’altra parte.
    La morale dai dirigenti e beneficati da Tanzi no, please.

  9. Tess scrive:

    gateo è un altro di quelli che hanno una quantità impressionante di intercettazioni ( ho detto intercettazioni, non prove ) sulle partite che avrebbe comprato la Juve.
    Dovrebbe farsi assumere nel santuario tibetano di Napoli

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