Supplìcio

27 febbraio 2009

Semplicemente Simplicio.

Teniamo a precisare. Subito. Supplìcio, o meglio, più semplicemente, Simplicio, non è affatto chiatto. Semmai è un tipo. E chi lo sfotte sul peso e sull’aspetto rubicondo e malvizzo come un Arnold bombato peggio di Messi e Saviano, anima dannata è. Detto questo, il pranzo, volevo dire, il romanzo (della sua vita) è servito. Colazione, pranzo, cena. Fabio Enrico Simplicio, da non confondere con l’omonimo Papa santo di cui certo non ha il medesimo zelo (forse ne ha più), nasce Bilancia (e non bilanciato) alla fine degli anni ’70. Proprio l’ultimo anno dei matti e disperatissimi anni ‘70, a San Paolo, l’italianissima San Paolo del Brasile. Misura 171 cm per (1)75 chilogrammi, (2)75 per la questura. In pratica, un barilotto. Da diporto. Ma di quelli dal volto umano e dal sugo buono. Femmineo, basettoni, gambotte, piccole labbra, in sintesi ? una vulva chiatta. Simplicio vale tanto quanto pesa. Pure il San Paolo è d’accordo. E’ una delle squadre più prestigiose e amate del mondo. E gioca in uno stadio fantastico. Il [[Morumbì]], una capienza impressionante. Ottantamila “italiani” e neanche un portoghese. Basterà per farci entrare anche lui. Simplicio si allarga (ops). Passa in blocco alla prima squadra insieme ai suoi amici delle giovanili. Roba da poco. Gente di cui non sentiremo mai più parlare. Carne(adi) come Kakà. Baptista. Supplìcio e la Bestia nello stesso stanzone. Vi lascio immaginare i turni per fare le docce e l’acqua che potessero lasciare a terra quei due. In prima squadra, il nostro trova nientemeno che Raì. In due non battono il record dell’ora (lieta), ma vincono il primo campionato paulista del nuovo secolo. Simplicio non compare nella foto ricordo. Forse non entra nell’obiettivo. Forse è rimasto in cucina. Di sicuro non esce dalla cucina del gioco. In Brasile al contrario di quanto si possa pensare non si gioca soltanto al calcio da spiaggia. Almeno non in un campionato. Ed è appunto in quello, fatto di calcio e di calci, di vergini e bestie, di foche e di veri uomini, di pregiudizio più che di carnevale che Simplicio si forma come giocatore. Ma soprattutto. Come una persona utile. I piedi buoni ce li ha, quelli li danno a tutta San Paolo in dotazione. Impara ad essere essenziale. A darla di prima. E sempre in avanti. A giocarla sul compagno meglio piazzato. A sfruttare il suo handicap, la circonferenza in cellulite e soprattutto quelle brutte basette, senza piangersi addosso. Ma ruotando da perno operaio, massiccio e incazzato, per il fulcro del gioco. Zitto zitto, chiatto, ehm, quatto quatto pur oscurato in bellezza, gesto, altezza dai suoi compagni il rotondo Simplicio con il cinismo della modestia riesce a restare in cucina con il ruolo di primo chef. La ribalta sarà sempre di un altro. Ma il San Paolo, la squadra che è stata degli splendidi, eterei e magri bianchi Careca e Falcao, rischia d’essere lui. Un toblerone. Negli anni, i quattro in cui come un Luigi (1)14 (centosedici per la Questura) può ben dire “Il San Paolo son io”, mastica tutto. Anche amaro. La squadra è la sua, la scena pure. Ma la star è sempre un altro. Ora. Va bene pure aver davanti Kakà. Però c’è un limite a tutto quel che puoi digerire. Quando Sacchi lo nota, Simply è ai minimi storici di gregariato. La star è Fagiano, cioè, Fabiano. Uno finito a vivacchiare nella penombra spagnola per capirci. Meglio dietro il talento che dietro un pretesto (di giocatore), comincia a friggere (e ce ne vuole) il nostro. Sette goal in un anno solo con l’amico puro, il sacrificio umano ad Eupalla del corpo in cambio dell’anima. Ed appena due tocchetti poi dopo. Nel paese di Pelè dal goal in tripla cifra. E continua a friggere. E di più ce ne vuole.

Quando non vinci uno scudetto che sia uno da quattro lunghissimi anni. Quando i tuoi amici delle alimentari, aridaje, come il bianco Kakà ed il brutto Baptista se ne sono già andati a caccia di grano e d’un calcio più stressante fuori dal campo che in campo e meno brutale di quello paulista. Quando sei solo, ancora giovane, giusto quegli ultimi anni utili lì in un paese dove a diciott’anni sei già Pelè o sei già come se lo fossi, e Cicinho il giovane vecchio corre già più di te. E tu non riesci ad averci un rapporto perché sei il vecchio cambusiere di Raì e Kakà, dei vecchi padroni, e lui ha fretta tu gli dia quel pallone per fare da sé e fa pure freddo a Ponte Preta e non reggi più il samba e le botte e quello stanzone di nuovo stanzino ora che è solo tuo e il rumore e gli italiani all’estero. E soprattutto hai giocato le ultime gare da far schifo e in Brasile quando tagliano tagliano tutto e con te ci vorrebbe del tempo. Perché sei bravo ma mica tanto, quel tanto al kg ma chi lo capisce, tu funzioni con i campioni e la loro indolenza ragionata così simile alla tua fisiologia. E soprattutto e prima di tutto non hai più un contratto e quello sei, un grosso zero. Ecco che pure Arrigo Sacchi, il Beethoven dei Bar della Bassa nelle lunghe notti dell’Inter di Herrera, un interista passato al Milan, un difensivista passato all’Olanda per sbaglio come disse l’ei fu Mister Scoglio, per ritornare poi al non gioco nella sua Nazionale messo di fronte al matrimonio d’amore con un certo Van Basten, insomma ecco che pure la grana di Parma (visto che il grano s’è squagliato con Tanzi) ha il suo perché. Arrigo Sacchi è un vincente, si sa. Un autentico genio anche da dirigente.

9 commenti a Supplìcio

  1. Non mi parlar male dell’Arrigo. Con tutti i suoi ridicoli difetti, con tutta la sua incapacità di giudicare i giocatori, con tutta la sua corresponsione d’amorosi sensi per i brocchi, è un gigante in confronto alla marea di mezze seghe che sono venute fuori dai corsi serali in quel di Coverciano. Ha rivoluzionato il calcio mondiale, perché dopo il suo Milan, che ha vinto un solo scudetto in Italia perché i gol in fuorigioco contro i rossoneri a quell’epoca erano per definizione sempre “passivi”, nessuna squadra seria ha potuto fare a meno di far tesoro della sua lezione. Solo in Italia, per rancore contro un pioniere con le palle e per lo più vincente, abbiamo fatto di tutto per dimenticarcene. I Benitez, i Mourinho, gli Hiddink sono tutti suoi discepoli, e pure confessi. Noi in Italia, come al solito, siamo più furbi. Chiamamo “tattiche” gli stratagemmmi da poveracci del tipo “metto quello in quel posto là” e “questo lo sposto qui, sulla fascia” come se il calcio fosse una statica partita di scacchi, e la dimensione “tempo” non esistesse. Dico, ma hai visto le squadre italiane in coppa questa settimana? Un gioco antidiluviano, come se pressing, squadre corte, squadre che si muovono compatte in difesa e in attacco, ricerca della superiorità numerica non esistessero. Gli altri sembravano sempre il doppio dei nostri, e senza neanche dannarsi l’anima. L’ABC del calcio al di fuori delle Alpi. E poi che mi tocca sentire? I soliti discorsi sull’impegno o no dei giocatori, che quello è vecchio e non corre, mentre gli altri corrono di più, e “arrivano sempre prima sulla palla” e “sono più reattivi”…ah nooo, baaasta, con queste stronzate. Non avendo nessuna idea, chiamano fanatico o ideologo chi ha alcune idee chiare. Non è che stiamo tornando alle sbandate lombrosiane di Gianni Brera?

  2. ricchiuti

    Tra Brera e Sacchi scelgo Brera.
    Il mio problema con Sacchi non nasce per il Sacchi allenatore. Non sono uno di quegli italiani che lo associa ancora alla sua nazionale.
    E ricordo il Milan sacchiano, anche se il Milan di Capello era il vero rullo compressore.
    Il mio problema con Sacchi nasce quando parla. Ogni qual volta parla dice stronzate.
    E’ stato un dirigente mediocre, è un uomo vittimista, moralista, patetico. Sempre in cattedra come tutti gli ignoranti. Finchè parla di calcio a me va benissimo. Ma non parla mai solo di calcio, è il Saviano dei miei coglioni, lui che è nato con l’Inter di Allodi mica di Santo Francesco, perché è convinto di esser fallito fuori dal Milan soltanto per i complotti degli altri. Un uomo incoerente che da un lato ce la mena da vent’anni con la sportività e il civismo e dall’altra straparla di arbitri e avversari.
    Detto questo, il suo Milan è durato due anni e il calcio sarebbe cambiato comunque.Che sia nato interista, ed herreriano, è la sua vita.
    E riguardo la retorica dell’impegno, non dimentichiamo le sacchiane intensità e modestia.
    Lui che la modestia manco sa cosa sia.

  3. Ripeto: “con tutti i suoi ridicoli difetti” Sacchi vide meglio degli altri una sola cosa, ci credette, e fu un pioniere. Il Milan di Capello si basava sul suo: Capello gli era superiore in tutto il resto, ma non sull’organizzazione di gioco, che non cambiò. Ma piano piano il suo Milan regredì ad una statica italianità.

  4. ricchiuti

    Vide il gioco ma non i giocatori. Meno male per lui che non fu ascoltato. Perché non lo fai il gran Milan coi fichi con i quali voleva farlo Sacchi.
    Il Milan di Capello se la gestiva meno dissenatamente.
    Ma ripeto, non sono un antisacchiano calcistico.
    E sul fatto che le squadre corte oggi siano una utopia è vero, magari non sempre. A livelli più bassi, alcune giocano meglio ma è anche questione di risultati. Probabile ci sia anche un livello qualitativo non eccelso al vertice.
    Mourinho alla fine è soltanto un buon leader di buon senso, pragmatico e carismatico. Già riuscire a gestire il gruppo senza mai fissarsi su pupilli o altro sembra un titolo di merito. Allena (bene) l’ambiente, come Capello definì oggi il mestiere di trainer. Ancelotti è l’allievo di Sacchi e a me non è mai sembrato una cima. Rispetto le sue vittorie ma ricordo bene anche le sue sconfitte. Di Ranieri non parlo. Ci sono medici che non ti curano e neanche ti ammazzano. Lui poi non ha neanche la laurea.

  5. Ancelotti sarà anche l’allievo ma del calcio che dico io non capisce un acca, anzi fa il contrario. Vabbe’ vabbe’ non ho voglia di bisticciare. Tanto mi conosco bene, ho sempre ragione io.

  6. ricchiuti

    Bisticciare nello sparlare di Ancelotti ? Per carità. Anzi, se vuoi te lo tengo fermo.

  7. Gateo

    Minchia Ricchiuti, va bene rodere ancora per la Juve in B, ma darsi al revisionismo/negazionismo come neanche l’ultimo dei Lefebrviani mi pare eccessivo.

    E tralascio la restante marea di cazzate sulla storia del Parma: mi limito a ricordarti che la Juve ha rubato una quantita’ impressionante di partite al Parma finche’ c’era Moggi: partito lui abbiamo rubato noi per la prima volta (e mal ce ne incolse).

  8. ricchiuti

    Gateo, il Bar dello sport è da un’altra parte.
    La morale dai dirigenti e beneficati da Tanzi no, please.

  9. gateo è un altro di quelli che hanno una quantità impressionante di intercettazioni ( ho detto intercettazioni, non prove ) sulle partite che avrebbe comprato la Juve.
    Dovrebbe farsi assumere nel santuario tibetano di Napoli

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