Le prospettive future di uno stato pieno di speranza che deve decidere il suo futuro, dopo una storia di alti e bassi vissuta nel continente più difficile e affascinante del mondo.
Sta ancora lì, ostaggio dei suoi seguaci che vogliono usarlo come fantoccio per un ballottaggio in cui
tenteranno il tutto per tutto, spaventando e ammazzando ancora gli avversari, truccando il truccabile in modo che questa volta la vittoria non gli sfuggirà. Perché Mugabe, l’uomo piccolo e pauroso descritto dal premio Nobel per la Letteratura Doris Lessing (cresciuta in Zimbawe e da lì esiliata per molti anni perché contraria al governo razzista dei bianchi), vorrebbe fuggire, vorrebbe raggiungere la Malesia e trascorrere lì gli ultimi anni della sua vita. Una pensione d’oro garantita da quella comunità internazionale che vuole cancellare, dietro la deposizione di un sanguinario dittatore, le sue responsabilità per il fallimento di una nazione.
THE STORY SO FAR - La storia dello Zimbabwe è quella di una decolonizzazione dalle mille speranze e dai risultati disastrosi, in una terra governata fino agli anni ’70 con il pugno di ferro ma in maniera molto efficiente da una piccola minoranza di bianchi. Il paese ricco di risorse agricole e minerarie garantiva una vita da nababbi ai bianchi e una sopravvivenza dignitosa ai neri. Quando i venti di indipendenza spazzarono tutta l’Africa un primo movimento di democratizzazione si raccolse intorno ad un vescovo, Abel Muzorewa che, accordandosi con i bianchi, aveva tentato una transizione pacifica indicendo le prime elezioni (da cui risultò vincente). La comunità internazionale, che aveva sanzionato duramente il governo razzista dei bianchi, non approvò questo accordo e la relativa coalizione, legittimando la guerriglia del fronte di liberazione guidato da due leader Mugabe e Nkomo (che avevano boicottato le elezioni) che ben presto conquistarono con le armi il potere. Quando Mugabe, supportato dalla etnia di
maggioranza dello Zimbawe, si sbarazzò dello scomodo alleato (senza risparmiare alla nazione un massacro etnico praticamente ignorato dalla comunità internazionale) andò al potere assoluto diffondendo un senso di speranza senza precedenti che superò i confini del paese: volontari da tutto il mondo accorsero per aiutare gli ideali marxisti del nuovo leader che si dovevano riflettere nella redistribuzione di parte delle terre dei bianchi ai poveri e in un grande programma di educazione della popolazione. Mugabe, che negli anni di dissenso in cui era stato incarcerato aveva preso ben tre lauree, voleva che il livello di educazione fosse il segno di supremazia non solo personale ma di tutta la nazione.
DA IERI A OGGI - E in effetti negli anni ’80 il leader vide un notevole successo nello sviluppo dell’agricoltura, nel livello di benessere (l’aspettativa di vita salì da 35 a 64 anni!) come in quello dell’educazione, permettendo che passassero quasi inosservate le stragi, le prime repressioni del dissenso, le guerre, come quella in Congo, che impoverivano la nazione arricchendo però il suo dittatore. Troppo tardi fu chiaro che questi programmi dipendevano fortemente dall’aiuto esterno. Quando Blair chiuse i rubinetti del programma di “riacquisto” delle terre dei bianchi e il Fondo Monetario Internazionale cominciò a richiedere delle misure rigorose per il rispetto dei bilanci, la debole economia dello Zimbawe implose. Il processo di educazione di massa che di fatto aveva depauperato le campagne a favore delle città incrementò a livelli altissimi la disoccupazione, la mancanza degli esperti agricoltori bianchi non compensata dai neri (spesso formati su tecniche non adatte a quelle terre), fece crollare la produzione interna facendo aumentate l’inflazione a livelli altissimi. Nel presidente Mugabe sfumò il riformista marxista ed ebbe il sopravvento il dittatore che, spinto da paranoia verso i bianchi e circondato da collaboratori sempre più opulenti e corrotti, diede il colpo finale alla economia nazionale requisendo le ultime terre ai bianchi come ai neri che non facevano parte del suo clan, costringendoli alla fuga all’estero. In pochi anni quel gioiello dell’africa che dopo la vittoria nelle elezioni gli era stato figuratamene consegnato dagli altri leader africani era praticamente distrutto e la sua popolazione, malata e affamata, rivedeva una aspettativa di vita media pari a quella degli aridi paesi subsahariani.
E DOMANI? - Quel bellissimo popolo con il grande difetto della infinita pazienza, come viene definito da Doris Lessing, fu molto lento a capire che era Mugabe e non la sfortuna a causare la decadenza e la fame per cui nelle elezioni del 2002 (che nonostante le molte intimidazioni furono riconosciute da molti osservatori indipendenti sostanzialmente corrette) gli riconfermarono la fiducia. Ora però hanno detto basta e attendono da dieci giorni, con ansia crescente che i risultati elettorali dicano che il governo sarà formato dal nuovo Movimento per la Democrazia (MDC) e dal suo leader Morgan Tsvangirai (più volte arrestato e picchiato). Resta da vedere se la comunità internazionale che dapprima a sinistra ha fallito sostenendo gli ideali marxisti di quello che era già un dittatore e poi a destra lo ha sanzionato economicamente rinforzando il suo potere a spese della sua nazione saprà fornire una strategia adeguata per garantire almeno il livello di vita a cui i neri erano abituati sotto il dominio coloniale. Visti i precedenti forse è meglio se si limita a gioire per la caduta dell’ennesimo dittatore sanguinario dell’Africa moderna.
Ps: messaggio autopromozionale

























[...] Che noia. In Italia non succede mai nulla. Il pezzo comparso ieri su Giornalettismo evidentemente, è stato letto dalle persone che contano: “Gli Stati Uniti e il Regno Unito [...]