Il cestista che potrebbe essere potenzialmente il più grande giocatore al mondo, ma che non ha mai vinto un titolo NBA.
Tracy Lamar McGrady Jr., o più semplicemente T-Mac, da buon precursore della
moda dei nomi abbreviati e uniti da trattino (da A-Rod a K-Fed, passando per J-Lo e J-Rich), è quel giocatore attualmente a libro paga degli Houston Rockets che, ufficialmente guardia con possibilità di utilizzo nel ruolo di ala, possiede una dose così elevata di talento da essere potenzialmente il più grande cestista del globo terracqueo. Sette volte convocato all’ All Star Game, sette volte piazzato nei quintetti All-NBA riservati ai migliori giocatori in stagione regolare, due volte primo realizzatore di tutto il campionato, vincitore nel 2001 – anno dell’esplosione a Orlando – del premio di “Giocatore più migliorato”. Capace di straordinarie prestazioni individuali, come ad esempio caricarsi la squadra sulle spalle e segnare 13 punti nei 33 secondi finali in una storica rimonta del dicembre 2004 contro i San Antonio Spurs, oppure inventarsi la schiacciata “remix” nel corso di una partita delle stelle, McGrady è anche quel giocatore che, a dispetto delle sensazionali statistiche e delle performance senza eguali, non ha mai vinto un titolo NBA. Anzi, quel giocatore che, nonostante la militanza in tre differenti squadre (Toronto 1997-2000, Orlando 2000-2004, a Houston dal 2000), non ha mai superato il primo turno di playoff. Forse una maledizione, forse una sfortuna che non ha precedenti, forse, secondo i maligni, una notevole mancanza di carattere, che lo vuole sprovvisto di quella leadership necessaria per condurre la propria formazione fino alla vetta del campionato.Giunto nella National Basketball Association direttamente dalla high school, saltando a pié pari l’ostacolo del college, scelta numero 9 assoluta del draft del 1997 (anno che portò nella lega [[Tim Duncan]] e [[Chauncey Billups]]), McGrady dovette attendere qualche tempo prima di poter mostrare al mondo tutte le proprie qualità. Inizio carriera nell’enclave della NBA in territorio canadese, quei pionieristici Toronto Raptors che a metà anni ’90 sembravano (in coppia con i Vancouver Grizzlies, poi trasferitisi in quel di Memphis, mantenendo il nome, sebbene nella patria di Elvis non abbiano mai visto un grizzly) rappresentare l’antipasto di un’invasione cestistica dell’enorme e freddo Stato a nord degli USA, poi finiti per essere una meta poco ambita da parte degli atleti (italiani esclusi, visto che ne hanno già ospitato due: Vincenzo Esposito e, ora, [[Andrea Bargnani]]) americani a causa delle tasse più alte imposte dal governo di Ottawa, da sempre più attento al welfare rispetto ai vicini sotto al confine. In Canada, T-Mac era spesso oscurato dal cugino di terzo grado [[Vince Carter]], superstar dei Raptors e della Lega, all’epoca ancora noto come “Air Canada” a causa dei numerosi voli ad alta quota. Sempre in panchina nelle prime due stagioni (10 punti per gara di media), iniziò a vedere il parquet più da vicino solo nel 1999-2000, migliorando le proprie statistiche e partecipando anche alla gara delle schiacciate (finendo terzo, dopo [[Kobe Bryant]] e Steve Francis). Quell’anno, i due cugini riuscirono a portare i Raptors ai playoff, ma l’avventura fu di breve durata, terminando con 0 vittorie e 3 sconfitte contro quei New York Knicks che avrebbero poi spedito il loro simbolo Patrick Ewing a Seattle.
LA MACCHINA DA GUERRA DEI MAGIC - Nell’estate del 2000, McGrady,
senza contratto, espresse il desiderio di giocare in Florida, vicino alla sua famiglia. Detto fatto, fu accontentato immediatamente, con un’operazione di mercato “firma & scambia” che lo portò agli Orlando Magic. In seguito all’infortunio del compagno di squadra [[Grant Hill]], divenne la stella principale della squadra, esibendo al mondo tutto il suo talento e le sue potenzialità. Selezionato per il quintetto titolare della Eastern Conference nell’All Star Game, vincitore della già citata onorificenza di “NBA Most Improved Player“, traghettò i Magic alla post-season, ma la loro strada venne subito interrotta dai Milwaukee Bucks allenati da [[George Karl]]. Nessuna tragedia, si disse allora: ai playoff al primo anno di McGrady era già considerabile un traguardo di tutto rispetto, e la stagione successiva, con il ritorno di Hill, Orlando avrebbe potuto migliorare ulteriormente. Grant Hill fu tuttavia a mezzo servizio, a causa dei suoi annosi problemi fisici, così T-Mac si trasformò, un po’ per necessità, un po’ perché in crescita, in una macchina offensiva inarrestabile. Con 25 punti di media a partita, fu il principale responsabile dell’annata positiva dei Magic, che terminarono la regular season con un record di 44 vittorie e 38 sconfitte. Nei playoff, tuttavia, li aspettava la medesima sorte dell’anno precedente: eliminazione al primo turno, questa volta da parte degli Charlotte Hornets, che di lì a poco si sarebbero trasferiti a New Orleans. Nel corso del 2002-2003, McGrady migliorò ulteriormente, raggiungendo quota 32.1 punti per gara e vincendo il titolo di miglior marcatore della NBA. Arrivati ai playoff per il rotto della cuffia, gli Orlando Magic furono a un passo dall’interrompere la maledizione, portandosi sul 3-1 nella serie contro i favoritissimi Detroit Pistons, quella stagione la migliore formazione di tutta la costa Est. In una intervista televisiva, T-Mac si azzardò persino a dichiarare quanto fosse meraviglioso accedere, finalmente, al secondo turno di playoff. Mai affermazione fu più avventata e portatrice di malaugurio: con tre vittorie consecutive, ciascuna con più di venti punti di scarto, i Pistons rimontarono la serie e rimandarono a casa Orlando. Nel 2004, stesso copione, con la franchigia della Florida che neppure riuscì a qualificarsi per le eliminatorie finali, nonostante le funamboliche performance del suo giocatore più rappresentativo. Per il quale era giunto il momento di cambiare aria.



