Il governo che dimentica la trasparenza

09/02/2012 - La direttiva di Monti sui regali e qualche dimenticanza dell’attuale esecutivo Il Corriere della Sera regala addirittura l’apertura alla direttiva di Mario Monti sui regali ai ministri: una scelta che anche il governo Prodi aveva fatto nel 2007, come ricorda

     
 

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La direttiva di Monti sui regali e qualche dimenticanza dell’attuale esecutivo

Il Corriere della Sera regala addirittura l’apertura alla direttiva di Mario Monti sui regali ai ministri: una scelta che anche il governo Prodi aveva fatto nel 2007, come ricorda Sergio Rizzo sul giornale di via Solferino:

Fu lui che per primo fissò la regola secondo la quale ministri e dirigenti pubblici avrebbero dovuto consegnare all’amministrazione di provenienza, o in alternativa pagarli, tutti gli omaggi superiori a un certo valore. Trecento euro, aveva detto Prodi; centocinquanta, dice Monti. La disposizione sui regali non durò nemmeno un paio d’anni: venne eclissata nel 2008, insieme a Prodi. Troppo provinciale e francamente imbarazzante in epoca berlusconiana, mentre il premier distribuiva costosi orologi Piaget, Cartier e Frank Muller a Tony Blair, Vladimir Putin e al figlio di Erdogan, costringere un ministro o un alto dirigente statale a imitare gli inglesi.

D’altronde, l’esempio arriva dall’Europa:

Da anni in Gran Bretagna i regali oltre 140 sterline vanno affidati a Downing Street, che li pubblica sul proprio sito internet. È così possibile apprendere perfino, con un semplice clic, che il ministro dello Sport del Regno Unito ha avuto nel 2008 in omaggio dalla Phonographic Performance Limited un cd incorniciato, un boccale, una maglietta da calcio e una bottiglia di champagne. Non sfugge nulla: nemmeno il cestino alimentare donato dall’ambasciatore del Bahrein al responsabile del Foreign office. Che provinciale esagerazione! Mentre qui, ben più elegantemente, nessuna informazione pubblica abbiamo circa il destino della preziosa scimitarra donata a Prodi durante un viaggio nei Paesi Arabi, che dovrebbe attualmente trovarsi dalle parti di palazzo Chigi. Magari nel misterioso magazzino di Castelnuovo di Porto, vicino Roma, fra mobili vecchi e cianfrusaglie di ogni tipo?

Nell’occasione, Berlusconi spazzò via anche un’altra regola introdotta da Prodi per iniziativa del sottosegretario alla presidenza Enrico Micheli:

Quella che limitava tassativamente l’uso degli aerei di Stato introducendo a carico dei giornalisti l’obbligo di pagare il biglietto. Da trecento a novecento euro. E guarda caso, Monti ha ripristinato anche questa, seppure con tariffe low cost: duecento euro. Un’altra piccola impronta prodiana… C’è da dire che la strada gliel’aveva già spianata da Giulio Tremonti, infilando nella prima manovra anticrisi approvata a luglio 2011 regole similprodiane per i voli blu. Con il risultato di farsi qualche amico in più. E non soltanto per il rigore: soprattutto, per l’obbligo di rendere pubblici via Internet gli elenchi dei passeggeri. Una cosa inaudita, a Palazzo Chigi. Perché va bene dire che si devono restituire i regali costosi.

Anche tagliare i fondi ai convegni inutili:

E persino far pagare il biglietto ai giornalisti. Ma la trasparenza, quella è davvero insopportabile. Esperienza diretta: un anno fa, per avere informazioni piene di omissis sull’uso degli aerei di Stato dall’ufficio stampa della presidenza del Consiglio, abbiamo impiegato due mesi. Pensate gli elenchi dei passeggeri… Il bilancio, poi. Provate a dargli un’occhiata e prendere un capitolo a caso. Che cosa c’è in un «fondo di presidenza» di 50 milioni? I tramezzini per i vertici sindacali notturni? Il conto della lavanderia per le tende della sala verde? Certamente non gli stipendi del personale. Primo: quelli sono disseminati in una decina almeno di voci. Secondo: il numero reale delle persone che lavorano a Palazzo Chigi nemmeno si sa. Comunque, non meno di 4.600. E sono gli statali più pagati. È forse troppo chiedere come spendono i soldi nella struttura che rappresenta il cuore del governo?

Non c’è solo questo:

La stessa domanda se la pongono fin dal 1999, quando il governo di centrosinistra stabilì che la presidenza del Consiglio aveva autonomia contabile paragonabile a quella delle Camere (ma con un’opacità decisamente maggiore), anche alla Ragioneria generale dello Stato. Senza però venirne a capo. Per un motivo semplice: trasparenza e controlli sarebbero il miglior antidoto contro gli sprechi. Altro che convegni inutili. Ecco perché il prossimo passo che Monti dovrà fare sarà restituire al Tesoro i poteri sui conti di Palazzo Chigi. Prima ancora, però, aspettiamo che onori la promessa di svelare patrimoni e interessi economici dei suoi ministri. Secondo la legge, non ha che una settimana di tempo.

     
 

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