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Rassegna stampadi Alessandro D'Amato (Gregorj)
pubblicato il 25 febbraio 2009 alle 09:30 dallo stesso autore - torna alla home

20090223 artefatti Cesare Battisti e i coglioni che si incontrano in giroE’ con grande tristezza che si apprende della vicenda del rifiuto da parte del Corriere della Sera di un articolo di Bernard-Henri Lévy su Cesare Battisti (). L’articolo, per fortuna, è stato poi pubblicato da l’Unità, e così il filosofo francese ha potuto spiegarci il suo punto di vista informato – informatissimo! – sui fatti in oggetto. Che press’appoco comincia così: “l’Italia, nell’urgenza della lotta antiterrorista degli anni 1970, si è dotata di un arsenale legislativo in cui figurava, in particolare, una legge sui pentiti capace di far acquistare a un uomo tutta o parte della sua impunità caricandone il peso su qualcun altro. E’ quanto è accaduto a Cesare Battisti. E’ sulla parola di pentiti (tra cui il capo del suo gruppo, il torbido Pietro Mutti) che è stato condannato vent’anni fa al carcere a vita. E a distanza, ora che si è usciti dallo stato d’emergenza ed è giunto il momento di lenire le ferite, vi è qui qualcosa di inaccettabile“.

Ora, già partendo così, si capisce dove si vuole andare a parare. Ovvero, dipingere una storiella che non è esattamente rispondente alla realtà: non è vero che il “torbido” (come sprecano gli aggettivi i francesi, non li spreca nessuno) Mutti è stato lautamente remunerato con l’impunità per aver testimoniato contro Battisti, visto che si è fatto otto anni di carcere (Battisti non se ne è fatto nemmeno uno, per ciò per cui è stato condannato), e oggi con i soldi dello Stato non ha potuto passare gran parte dell’esistenza né a Parigi né a Copacabana, visto che lavora in una cooperativa con stipendio da operaio. Poi: Mutti nelle sue confessioni si è autoaccusato di un delitto anche se a suo carico non c’erano prove. E la sua non è l’unica testimonianza a carico di Battisti, visto che ci sono anche le dichiarazioni dell’ex fidanzata di Battisti, e della famiglia Fatone. Poi, il filosofo giornalista francese informato sui fatti passa a criticare il sistema giudiziario italiano nel caso specifico e in generale, dimostrando una competenza davvero eccezionale: “Tra i punti critici della democrazia italiana c’è un’altra stranezza, quella legge sulla contumacia che fa che un imputato, condannato in sua assenza e poi catturato dalla giustizia, vedrà applicarsi meccanicamente la pena pronunciata allora senza avere la possibilità, come in Francia o in Brasile, di essere giudicato di nuovo“. E fin qui fa abbastanza ridere, per lo meno dal punto di vista filosofico, l’appunto di Lévy: secondo lui il sistema giudiziario italiano (e quello francese, e quello brasiliano), dovrebbe funzionare così: mettiamo caso che ci sia un imputato che sa di essere colpevole; che gli conviene fare, presentarsi al processo, o scappare? Scappare! Così, tomo tomo e cacchio cacchio, se lo beccano può chiedere di ricominciare il processo e sfangarla un altro po’ di anni. Un genio, ’sto Lévy: se lo sa Ghedini lo assume come consulente di parte. 

Continua Levy: “Fu Battisti, durante quel processo in contumacia, rappresentato da un avvocato che avesse egli stesso, dal suo esilio messicano, doverosamente incaricato a tale scopo? No, dice giustamente Fred Vargas, che con l’ausilio di perizie grafologiche ha mostrato ai Brasiliani che sussiste più di un dubbio sull’autenticità di quel mandato“. Qui, Lévy - forse per un improvviso vuoto di memoria – dimentica com’è andata la storia. Ovvero che quelle carte vennero firmate dal fratello di Battisti con l’accordo di Cesare, perché lui era già latitante. Così, magari, alle brutte, si poteva anche dire che la firma era falsa per far invalidare il processo, potrebbe pensare un maligno. “E, soprattutto, la difesa di un avvocato non potrà mai sostituire completamente la comparizione davanti a un giudice – faccia a faccia, parola contro parola – di un uomo su cui pesano presunzioni di crimini così terribili“, dice ancora il filosofo. Il quale omette di ricordare – ma sarà un’altra dimenticanza – che la scelta di non comparire bla bla bla fu effettuata dall’imputato… E poi: “Qualsiasi cosa abbia fatto o potuto fare, trent’anni fa, il futuro autore di Cargo sentimentale, aveva anche lui diritto, almeno una volta, di incontrare i propri giudici“. Questo è l’argomento principe, sul quale spero siamo tutti d’accordo: uno che chiama il proprio romanzo “Cargo sentimentale“, come minimo deve finire in tribunale. Poi, l’ultima perla: “Ed è perché quel diritto non gli era stato offerto, e che il codice penale italiano stabilisce che egli sarebbe andato, in caso di estradizione, direttamente alla casella “prigione a vita”, che sarebbe stato giusto accordargli – anche se il termine sembra improprio, anche se può apparire scioccante – lo statuto di «rifugiato politico»”. Messa così, sembrerebbe che in Italia viga un sistema giuridico barbaro, nel quale le vittime degli errori giudiziari devono restare in galera e buttano la chiave. Non è così. Esiste un istituto che si chiama revisione del processo, e si applica “qualora dopo la sentenza di condanna si scoprano nuove prove che, da sole o unite a quelle già valutate, dimostrIno che il condannato debba essere prosciolto; oppure se viene dimostrato che la condanna è stata viziata da falsità in atti o da un fatto previsto dalla legge come reato“. Insomma, forse il Corriere non ha fatto del tutto male a rifiutare l’articolo di Bernard Henry-Lévy. Ma per fortuna l’ha pubblicato l’Unità. Infatti, si sa che tutte le mattine si alzano dai propri letti e se ne vanno in giro un furbo e un coglione. Se si incontrano, l’affare è fatto*.

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E’ il più divertente  testamento biologico degli ultimi tempi: “Se dovessi mai cadere in coma vegetativo desidero essere ospitato per sempre a casa da Pierferdinando Casini ed Azzura Caltagirone e quivi essere amorevolmente accudito da essi in persona“. 

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Riguardo il caro vecchio Alberoni di ieri, a scoppio leggermente ritardato è arrivata la valanga

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Fresca fresca di agenzia (e di Repubblica): “Una donna di 36 anni e la sua bambina di due anni sono state trovate sgozzate nella loro casa a Castagnole di Paese (Treviso). Elisabetta Leder e la figlia Arianna sono state uccise con diverse coltellate alla gola. Al momento non è ancora chiara la dinamica o il possibile movente del duplice omicidio, anche se il Pm di turno, Antonio Miggiano, non esclude la possibilità che all’origine ci sia un raptus. Gli investigatori stanno cercando l’ex convivente della donna e padre della bimba, un marocchino che risulta clandestino in Italia. A carico dell’uomo, però, al momento non ci sarebbe alcun elemento che possa coinvolgerlo nell’assassinio della donna e della piccola“. Evidentemente il caso di Olindo e Rosa ha insegnato qualcosa, comunque vada a finire la storia.

* = letta su Facebook, ma non mi ricordo chi l’aveva scritta

(vignetta di Artefatti dedicata alla probabile prossima chiusura del Romanista)

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