Chi scrive, ma anche chi legge – è bene ricordarlo sempre. Flusso di coscienza di un rubrichista per tutti i lettori, o forse per nessuno di loro
“Mentre la Storia scrivendo le vostre imprese teme di comparire bugiarda al tribunale della posterità…”
“Aaò, sei pronto per la consegna ? Non era una partita di droga ma solo e semplicemente un post eh !”. Lo lasciò parlare. La voce dall’altra parte della cornetta rimaneva muta, senza un respiro. Come sospesa o meglio, in attesa.“C’è Ok notizie, il montare, manda un racconto come Occelli se proprio non ti viene niente”. Aveva la lingua lunga. E
l’attesa era finita. “Solo che io sono Ginger Rogers, quello che fa lui lo faccio all’indietro e sui tacchi a spillo”, “Maledetto il giorno che t’ho incontrato”, “Parlerò di me stesso”, “Sai che novità. Fai il solito sbrodolone in flusso di coscienza, basta che te muovi”. “Ti stupirò”, “Mai come quando hai imparato a scrivere nei 900 caratteri”. “Intervisterò me stesso”, “L’intervista ? basta che parla che ti frega di quello che dice”.
La suoneria di “It’s a friendly friendly world” risuonò ancora. “Mandi ?”. “Si, mando, intesi. Mi raccomando però. Dammi corda”. “Basta che te ce impicchi”.
“APPLES AND ORANGES”, rubrica “Storie Miserabili”, in onda il mercoledì pomeriggio del giorno dopo.
“Si comincia a giocare da anticonformisti, a fare il matto e poi si finisce davvero così. Fingere un ruolo e poi viverlo, ti dici ho il controllo ma non è vero, non ce l’ho, non ce l’ha mai nessuno ma ti convinci, voglio vedere come va a finire, semplice curiosità. Capire, chi vuoi che ti capisca specie se si va di fretta, se si ha fretta o di arrivare da qualche parte o far arrivare se stessi ovunque o solo in capo al mondo. HAVE YOU GOT IT YET ? non era un modo per non farsi capire ma per estendere ed abbattere il formato canzone, quello con cui prima divertivi oggi ti condanna, quello che prima era arte oggi diventa un capo d’accusa.
Ci vuol poco a far passare per matto specie se sei un musicista serio che ha studiato e non capisce il successo di una icona pop se non nel termine dell’imbroglio o della magia che confina con la fortuna della follia uno che non ha il linguaggio dei musicisti, che parla da pittore di accordo divertente o pomeridiano, Mc Cartney non sapeva leggere la musica e parlava di accordo bello, mica hanno chiamato la neuro. Se togli l’attrazione fisica ovvero il velo di benevolenza che la natura o Dio porgono sugli esseri umani dell’altro sesso, vincerebbe la morte. E’ per questo che non vale il racconto di una donna fatto da un gay o di un uomo da una lesbica. Veri ma inutili. E’ la fine del ‘ 67. Una band inglese in ascesa si sta giocando tutte le sue fiches di successo nella tournee amerikana. Tre di loro sono architetti che abbandonati gli studi e con la incipiente passione per le Ferrari e le barche al largo del mare greco e per gli appartamenti sfitti da collezionare mal sopporterebbero fosse tutto finito. All’X factor di allora, il leader appare triste. Diranno che ha sbagliato a mimare il playback. Ma la verità è che quello sguardo profondamente contrariato e rattristato del dover stare lì, nell’allegria professionale dello show business, stona troppo con le regole scritte dell’entertainment. La decisione arriva mesi dopo ma si prende quella sera. Il ragazzo triste quando devi essere
comunque allegro è pazzo. Uno che butta via il successo in tv, butta via tutto così non può che essere nocivo a se stesso. E pure agli altri. Allora. Figuratevi oggi. La sagra dell’ottimismo obbligato. Il BEHAVIOUR: eppure. Syd ha inventato punk, grunge, la musica post moderna da ultima novità, lui, del moderno proprio con le canzoni scartate dal moderno. Perché della follia. Si parla di cibo ed hamburger nell’intervista qui al link , si parla di cibo americano che è minacciato da quello inglese della british invasion, guarda caso di cibo e di hamburger che poi Syd mangerà a dismisura ingrassando, quello sguardo…
Ha due buchi neri, non va a tempo col playback ma perché quello era entertainment anni ’50 con le battute sui capelli lunghi, fasciste, razziste, sessiste bla bla bla, quello sguardo l’ho avuto tutta la vita.
STOP
Basta non ce la faccio più. Sono v.ricchiuti l’autore del brano in questione e della rubrica.
Esco dalla scrittura e lacero il velo che c’è tra te lettore e me autore. Tra l’altro non ne posso più di queste finte miserie. Di questi salti mortali tra un link mentale e l’altro per la gioia di grandi e piccini. Non voglio più saltare la morte. La fine. Sto in fin di vita. Ma non aspetto. Non aspetterò calmo di morire d’infarto. Mi ammazzerò”.
It’s a friendly, friendly woorldd.., “Si”, “Fai sempre quello che non mi dici”, “E’ un POST SUL POST COME EFFETTO NOTTE DI TRUFFAUT”, “Come no”, “Tieni chiusi i commenti”. “Meglio sto”.




…
Questi puntini sospensivi sono il tuo “boh” al mio funerale ?
funerale? non so, non ho letto, ho dato solo uno sguardo generale
il “boh” mi viene quando decantano il tuo labor limae, ricchiuti! (sia chiaro che non ho alcuna intenzione di iniziare lo spettacolino delle polemiche qui)
Nessuna polemica. Si può anche parlarne civilmente. Se si può. O se proprio si deve.
parlare? di cosa, scusa?
Del labor limae in un pezzo, questo, che tu non ravvisi. Questo pezzo è un gioco circense di ooh e aah. Se non fosse esibizionismo e vanità di tutto il blocco, autore-lettori, non sarebbe niente.
Quindi il labor limae volendo c’è. Ce n’erano altri duecento che volevano commentare la mia morte parlando dei cazzi loro e ho dovuto spiacevolmente non accontentare.
Se poi per labor limae, intendi il tuo solito minimalismo à la cinema italiano, due tazzine di caffè sporche nel lavandino e un cerebroleso che guarda fuori la finestra tacendo, si, non c’è labor limae.
Chi ha detto che l’audience è in calo? Ricchiuti è parente di quel vecchio rincoglionito di Celine e noi siamo molto tristi per la sua morte (sua di Ricchiuti, non di Celine).
Speriamo che si possa rimandare di qualche anno, come quella di tutti noi.
Se poi per labor limae, intendi il tuo solito minimalismo à la cinema italiano, due tazzine di caffè sporche nel lavandino e un cerebroleso che guarda fuori la finestra tacendo, si, non c’è labor limae.
non presumere, ricchiuti, non sai manco lontanamente che cinema io ami e cosa io intenda per labor limae, e pensare che tu pensi che io ami quella paccottiglia minimalista italiana mi offende, o meglio, mi fa capire che non hai capito un cazzo del il mio amore, che, so, per john ford e per il cinema pensato in grande (idem per a letteratura).
ah: eliminato da facebook ed msn: sono stanca delle tue arie da diva che non si mette mai in discussione, che mette nitzsche in una strizzata di coglioni scritta anni fa e truffaut in un post a cui viene la voglia di tirare o siacquone, dopo. se ci incrociamo fatalmente su giornalettismo, civiltà, mi raccomando. SHHHHHH. stop.
Non ho mica detto che ami il cinema articolo 31. Però del tuo minimalismo del togliere mi sono fatto quell’idea lì. Il senso della frase è quello. Se poi preferisci leggerci una incomprensione da parte mia della tua educazione sentimentale, fai pure. Un incompreso in più una incompresa in meno, che vuoi che cambia. D’altronde sei in tema col post.
Uno che scrive e gli altri che rispondono coi cazzi propri.
Comunque.
Visto che la diva che non si mette in discussione in realtà le discussioni su quello che scrive e non sulla propria simpatia umana le aspetta invano ma va bene uguale, fo una chiosa per chi fosse interessato.
Questo pezzo chiude la trilogia della “follia”. Kaufman, Barrett, me. Nel terzo episodio c’è una sintesi dei primi due. Si parla di Barrett (per simboleggiare il rifiuto di un certo tipo di codifica dello spettacolo della comunicazione oltre a simboleggiare l’equivoco tout court), con un accenno alla misoginia di Kaufman, con la tecnica reale-non reale di Kaufman.
C’è Truffaut ma anche quello è un mezzo bidone che tiro al lettore credulone e incapace come i telespettatori di sottrarsi al principio d’autorità di colui che offre un prodotto da un palco.
In realtà nel disvelamento dell’autore che interrompe il pezzo c’è Kaufman in Fridays e c’è Allen della Rosa purpurea del Cairo quando gli attori escono dallo schermo. Ovviamente uno dei due è un fake. L’altro no, perchè è un fake ancora più dichiarato essendo un film. Il bello dell’imbroglio mediatico è dichiararlo e nonostante averlo scritto a caratteri cubitali (“Leitmotiv..”) vedere che non recepiscono. Il bello è che alla fine quando aprono i commenti, è l’autore ad essere stato truffato. Perchè mentre lui si faceva tutti questi gran giochetti sulla credulità, gli altri, i truffati, erano totalmente intruffabili in quanto immersi nel proprio particulare.
Alla fine è il lettore telespettatore commentatore passivo a lacerare lo schermo e passare dall’altra parte. Nel corpo del testo. Fuori dalle virgolette. Quasi per caso. Ed è lui che rimane.
Alfrè ?
Grazie.
E’ anche un apologo dell’inutilità della comunicazione tra esseri umani. Sia per quanto riguarda ciò che arriva all’altro (sono ricchiuti, sei alfredo ?), sia per quanto riguarda la scalettatura del proprio dolore e la motivazione alla base dell’ascolto dell’altro. La chiave è mi ammazzo, risposta soffri ? sapessi io, io, no io.
Di nuovo.
e te pareva che ci risparmiava l’esegesi per noi poveri mortali?
un classico….
Tanto, visto che la critica manca, bisogna farsela da sé.
cosa in cui tu, con la tua proverbiale sprezzatura aristocratica partenopea, sei maestro, lo ammetto…
E da quando i napoletani sono aristocratici ? Ci si arrangia.
Hai un solo concetto: ricchiuti sei un arrogante.
Vedi, ricchiuti, tu insisti, nelle tue esegesi, sul fatto che noi poveri mortali, ripeto, non abbiamo colto questa citazione, e la suggestione di Truffaut e Woodi Allen, o Kaufman, o Nietzsche, e tutti quanti gli altri ingredienti del minestrone, come se questi fossero sufficienti a stabilire una volta per tutte la qualità di quello che scrivi. Non metti in discussione che il risultato, al di là delle intenzioni iniziali, possa non arrivare, quantomeno non convincere o coinvolgere. Un pezzo è riuscito, secondo il mio modestissimo parere di fruitrice della lettura, quando tutti questi ingredienti si risolvono e tengono insieme in modo così necessario, naturale, da rendere praticamente inutile la conoscenza delle premesse concettuali di partenza. Quando un pezzo ti viene voglia di smontarlo e vederlo nella sua genesi e intenzionalità, nel polimorfismo delle sua varie ascendenze, letterarie, biografiche, umane (“Scusi, Montale, ma dietro la donna della casa dei doganieri c’era per caso x? il luogo è Monterosso?) solo DOPO la sua lettura ti ha convinta, conquistata. Com un ginecologo che nella sua professione, pur esaminando con occhio clinico l’apparato femminile, continua a d amare il sesso e le donne. Come quando l’analisi fredda degli aspetti narratologici di un racconto non smorza, ma aumenta sempre più la passione per il risultato necessario del’insieme, indivisibile. Per te, invece, il pezzo può non piacere solo perché noi sbagliamo a cogliernel implicazioni he citi, o non ci arriviamo, o semplicemente non ne siamo all’altezza, e quaindi corri in aiuto con le tue puntuaizzazioni nei commenti. C’est tout.
Anche i commenti del post fanno parte del post con e su i commenti. Sono in un’opera di Ricchiuti.
Ciao Mamma!
Quello del “spiegare ai comuni mortali le citazioni o i riferimenti perché altrimenti non apprezzate i miei pezzi” è un salto logico tuo.
Non ho mai scritto: amatemi. E se non mi amate è perchè non capite.
Questo glielo aggiungi tu perché nasce sempre dal ricchiutiarroganteprimadonna.
Io ho sempre scritto anzi che seguo la tesi di Beckett secondo la quale non c’è interpretazione autentica dell’autore che possa sovrastare le altre come ad esempio si fa per l’interpretazione. delle leggi.
Quando ho dato la mia versione sul come nasce un pezzo e come è uscito, l’ho fatto solo perchè sono un appassionato della scrittura. Tutto qui.
arrogante? mai detto. Ho parlato in passato di presunzione( nel senso LETTERALE del termine) semmai. Sei pregato di non attribuire anche a me le libere associazioni con cui ti sbizzarrisci in sede letteraria, grazie.